lunedì 11 febbraio 2013

Brazil 135 : Insieme al traguardo...



La corsa non è un semplice alternarsi di passi o un’inutile moto perpetuo,è un viaggio dentro me stesso,è la ricerca d’inesplorati sapori. Solo provare a dargli voce ed il mio corpo viene inondato da un senso di benessere non facendomi accorgere,talvolta,che le rughe del mio viso vengono solcate da lacrime che non sono di tristezza ma di felicità. Giro il mondo alla ricerca di sensazioni nuove,posti da scoprire e strade da percorrere. “Non ho bisogno di una ragione,ho bisogno di una strada”,questo è il mio ultimo tatuaggio e questa è la mia vita. Non corro mai due volte la stessa gara perché l’emozione che mi da una prima volta non sarà ma uguale alle altre. E’ come un bacio al primo appuntamento,non lo scorderai mai più; gli altri per quanto bellissimi,dolci e pieni d’amore non avranno più lo stesso gusto o la stessa magia. Sono fatto così,dietro una maschera da Pulcinella si cela un cuore dove pulsa una passione. La corsa. Questa voglia è la linfa che mi fa andare avanti nella quotidianità e dritto per la mia strada. Questo turbinio di sensi e questo inseguimento di brividi ulteriori mi hanno portato in Brasile,precisamente a Sao Joao da Boa Vista,nello stato di Sao Paulo,dove ogni anno si corre un’ultramaratona che per centotrentacinque miglia cioè duecentodiciassette chilometri,percorre un lunghissimo tratto del Caminho da Fè. Questa corsa ha poi il suo traguardo nello stato del Minas Gerais e precisamente a Paraisopolis. Non è un percorso facile, la serra Mantiqueira per quanto fantastica ,stupenda e con colori che sembrano rubati ad una tela di Signac, è dura da attraversare. Terra battuta,strade sterrate e animali lungo il percorso sono i compagni di viaggio. L’assenza di ristori, se non quelli forniti dalla tua macchina d’appoggio e salite con una pendenza di oltre il venti per cento sono le difficoltà aggiunte. Essendo una gara di montagna spesse volte piove e il tragitto diventa veramente impraticabile. Pozzanghere che diventano laghi, fango che si trasforma in palude e sentiero ufficialmente segnalato ogni due chilometri con una placca smaltata,anche se frecce gialle ne facilitano l’avvicinamento,ne fanno la gara più dura alla quale ho partecipato. Più della Spartathlon e  più della Nove Colli Running. Tutto ebbe inizio nel duemiladieci quando,indossata da un gruppo di brasiliani  che doveva correre la duecentoquarantasei chilometri in terra ellenica,faceva bella mostra la maglietta celebrativa di questa fantomatica manifestazione pedestre. M’informai e riposi questo ricordo in un tiretto della mia mente,in un angolo lontano del cervello. L’anno scorso,grazie all’amico paulista Carlos, questa memoria un pò impolverata vide di nuovo la luce; le diedi una lustratina ed emerse che la Brazil 135 è l’unica corsa al mondo che se terminata in meno di quaranta ore dà la possibilità di essere ammessi direttamente alla Badwater ultramatathon (altro mio sogno). “Allora,perché non provare?”. Mi presi qualche giorno di tempo per studiare  quelle che erano le caratteristiche di questa kermesse sportiva e scoprii che, intanto è gara più tosta del Brasile,che l’ottantacinque per cento del suo andare non su asfalto,in più è un tracciato di montagna e devi arrivare al traguardo con le persone che registrerai come tuo equipaggio prima della partenza, pena la squalifica. Una gara audace ma il seme piantato due anni prima nella mia testa,ormai,stava iniziando a germogliare. Chiamai Carlos a Sao Paulo e gli dissi secco:”Ok,vengo ma devi aiutarmi ! “.Emozionatissimo il brasiliano mi rispose :” Cirinho, amico mio spartano, pensa solo ad allenarti che della logistica mi occuperò io, è un’ultramaratona dura ma ce la farai.” Da quel momento iniziò il lunghissimo lavoro di preparazione fisica e mentale per l’evento. Lunghi mesi di corse sull’argine di un fiume,immerso nella nebbia padana,talvolta inghiottito da tempeste d’acqua e neve ma io continuavo imperterrito per la mia strada. Visionavo centinaia di filmati,cercavo foto o altri particolari che potessero meglio farmi capire a cosa andassi incontro. Lunghe telefonate con Paolo Bucci che era stato ai nastri di partenza nell’edizione precedente mi caricavano e mi davano ancora più forza. Ricordo che una sera mi disse:” Ciro,questa è già una competizione aspra di suo ma se dovesse piovere,è merda”. L’eco di quelle parole ha sempre rimbombato nella mia testa. Nevicava o pioveva ed io m’allenavo ancora più duramente su quella sponda di rio. Molti sguardi increduli mi seguivano,molte domande della gente accompagnavano le mie uscite e quanta ilarità nei miei confronti ho dovuto sopportare. Io li guardavo,sorridevo e non dicevo niente. La risposta era dentro di me... “Arriverò a Paraisopolis, al traguardo di questa prova io ci sarò! “Continuando così per mesi è arrivato anche il giorno della partenza. Una vigilia un pò tormentata con febbre e vomito che non deponeva certo a mio favore. Le condizioni meteo la settimana prima della mia partenza dall’Italia erano state pessime: La zona tra Sao Paulo e il Minas Gerais era stata colpita da molte piogge. Non era un quadro idilliaco,assolutamente. Armato della incrollabile fiducia in me stesso,dal vedere sempre positività anche quando tutto sembra volgermi contro e dalle previsioni del tempo che almeno nel giorno dello start davano il sole,prendo il treno con ottimismo,direzione Roma Termini. Arrivo in seguito all’aeroporto di Fiumicino accompagnato dal mio amico Mirko e ad attendermi c’è quel gran signore di Mauro Firmani che mi terrà compagnia fino all’imbarco. Volo per Francoforte e poi altro decollo stavolta per Sao Paulo-Guarulhos dove atterrerò all’indomani mattina. Sono emozionatissimo perché quando torno nel grande paese sud americano è  come se riapprodassi a casa,tra la mia gente. E’ un legame forte,un cordone ombelicare che mai è stato rescisso da quando ho lasciato il Brasile anni orsono. Procedure di sbarco e immigrazione velocissime poi l’incontro con Carlos che non vedevo da due anni. Subito andiamo a noleggiare l’auto che ci servirà per gli spostamenti e per la gara. Qui fa la sua comparsa Silvia che già ha fatto l’intero percorso del Caminho da Fè  e ne conosce bene le particolarità. Sbrigata anche questa formalità si parte in direzione Sao Joao da Boa Vista. Dopo numerosissimi caselli autostradali,un ottimo pranzo in un ristorante dove si mangiava cucina mineira,tante chiacchiere e quasi quattro ore di viaggio,giungiamo a destinazione. Un paesino ordinato,così appare ai miei occhi questo angolo di Brasile a me sconosciuto. Incontriamo subito l’organizzatore,il comandante Mario Lacerda, che ci accoglie nel migliore dei modi,sorridendo. Mettiamo a punto qualche dettaglio e poi andiamo in albergo,dove stanchissimo vado a letto subito. Dormo benissimo ma nella notte vengo svegliato dal rumore degli scrosci che vengono giù dal cielo. Intanto le parole di Paolo :” ...se piove è merda...” venivano a galla. Ormai è l’alba e non piove più da qualche ora. Facciamo una ricca colazione e ci rechiamo in un club dove ci sarà il ritiro dei pettorali. Moltissime persone presenti: accompagnatori,atleti,staff. Si,perché la manifestazione ha diverse competizioni al suo interno : quarantotto ore,sessanta,in coppia,tris o quadruplo. Molti gl’indigeni ma anche tanti provenienti dagli Stati Uniti d’America, Polonia,Italia,Singapore,India ecc. Un bel mosaico multietnico all’insegna della corsa. Mi accorgo in modo sorprendente della mia enorme popolarità lontano dal Bel Paese. Aver corso e concluso la Spartathlon,gara nella quale solo quattro brasiliani hanno visto la fine, mi eleva sorprendentemente. Ritiro il pettorale ma quest’anno c’è la novità rappresentata dal chip che verrà consegnato all’atleta e alla sua macchina d’appoggio in modo da controllare in tempo reale le posizioni, le velocità ed eventualmente il verificarsi d’imbrogli. Si vocifera,infatti,che negli anni precedenti ci siano stati dei furbi...Ogni mondo è paese. Molto importante il briefing tenuto dagli Organizzatori,ci parlano dei problemi che possiamo incontrare,del percorso e della sua segnaletica. Dopo le foto rituali di gruppo ed un buon pranzo offertoci gentilmente,siamo liberi d’andare e di pensare ad altro per liberare un pò la mente. Stiamo in giro e nel pomeriggio facciamo un summit per mettere a punto la strategia. E’ in quel momento che capisco quanto sia importante il lavoro di squadra,il non commettere errori e disciplinare tutto perfettamente. La linea di confine tra il successo e la sconfitta è molto sottile e corre lungo una via che si chiama pianificazione. Il mio “equipaggio” aveva lavorato benissimo quando io in Italia pensavo solo ad allenarmi : stampe con altimetrie dei singoli tratti,foto di particolari punti del percorso e tanto altro. Tutto mi faceva intuire come e quanto fosse importante anche per loro arrivare al traguardo e questo mi responsabilizzava ancor di più. Vedere i loro occhi carichi d’entusiasmo,il loro prendersi cura di me, mi spingerà a dare il centouno per cento e a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Credevano in me ed io mi fidavo di queste persone, si era creata la giusta chimica. Il destino però ci doveva ancora regalare una grande sorpresa. Stavamo passeggiando,una cosa banale che magari avrei potuto non scrivere ma durante questa camminata incontreremo quello che sarà poi l’ingranaggio che farà girare alla perfezione l’intero meccanismo. Lui è Ariovaldo Branco,notissimo ultramaratoneta di Santos che ha nel suo curriculum  :  una Spartathlon, due Badwater e ben cinque Brazil 135. E’ alla ricerca di un albergo perché è li per aiutare un’americana. Avendo un posto letto libero lo invitiamo nel nostro alloggio. Entro subito in sintonia con lui. Ride,scherza e conosce tutti; percepisco subito che è una persona dal grande cuore e questo per me fa la differenza. Andiamo a cena,un rodizio di pizza dai sapori in Italia sconosciuti. Abbiamo modo di parlare tanto e accenno della mia paura a correre da solo nelle tenebre tra quelle montagne. “Tranquillo Cirinho, di notte al buio farò,se mi è possibile la sponda tra te e la statunitense. Stai solo sereno,la nottata passerà sempre e dopo ci sarà sempre la luce”. Dopo quelle parole rilassanti torno in albergo a riposare. Il crepuscolo del giorno è già avviato e il sonno ha la durata di un battito d’ali di farfalla. La campana della chiesa con i suoi sei rintocchi ci fa capire che è giunta l’ora di svegliarsi e di far colazione. Ore otto e trenta,siamo in piazza Cel. Joaquim Josè per la partenza. Appello per tutti i partecipanti,la banda musicale a rallegrare ancor di più l’ambiente, tante foto e sorrisi stemperano un poco la tensione. Vengo avvicinato da un atleta che riconosco subito,è Henrique Jacob,mi chiede di fare una foto con lui ed io gli racconto delle ore passate a vedere i suoi video della corsa su youtube, scoppiamo a ridere poi diventa serio e mi dice :”Cirinho,questa prova la superi solo se hai fiducia in te stesso”. Ore nove in punto,si fa sul serio. Il comandante Lacerda dà il via all’edizione del 2013  della Brazil 135. Si esce da Sao Joao da Boa Vista e la strada è già nervosa,trascorsi cinque,sei chilometri d’asfalto incontro la mia macchina d’appoggio e ci diamo appuntanento dopo quindici chilometri ad Aguas da Prata. Ci fanno svoltare su una strada sterrata e qui inizia il calvario. Fresco e tranquillo passo le prime due asperità con calma,l’andatura è lenta e va bene così. Il percorso è già molto duro ed è importante mantenere delle riserve d’energia. Il mio fisico viene messo a dura prova ma i miei occhi vengono rapiti da scorci che sono meravigliosi. Si ritorna sull’asfalto perché si entra ad Aguas da Prata. Mi fermo,riempio la mia fedele borraccia e riparto impassibile. Altra salita e altro rallentamento. Mi raggiunge Carlos, con lui che m’imposta i vari ritmi di corsa raggiungo la base del Pico do Gaviao. Precisa come un orologio svizzero c’è Silvia,mi porge un panino che mangerò nell’ascesa della cima più alta di tutta la corsa,intorno ai millesettecento metri. Cammino perché c’è una pendenza ripidissima ma quando arrivo in alto vengo ripagato da una visione paradisiaca,una vallata immensa dove il mio sguardo si perde fino quasi a non scorgere l’orizzonte. Questo mio primo traguardo mi riempie di gioia. Me la sognavo di notte questa erta, persone che stancamente andavano su al passo e adesso ero lì e quasi non ci credevo ma era tutto vero. Inizio a scendere,corro ma è una corsa frenata perché rischierei di non poter più rallentare e di farmi male. Fa caldo,molto caldo. Il sole è allo zenit e nei tratti dove batte direttamente a terra,dopo la pioggia dei giorni precedenti, rende il terreno molto duro e sconnesso. Molta attenzione devo prestare affinchè il mio incedere possa avvenire in sicurezza. Ritrovo la macchina alla base del monte, prendo un pò di frutta,rabbocco la borraccia e riparto. Il caldo lo allevio col ghiaccio che Silvia e Carlos comprano nei vari centri che attraversano in auto. Arrivo ad Andradas che è pomeriggio inoltrato. Continuo a prendere il mio gel ogni ora e mi sembra tutto ok. Ad un  certo punto un problema ad una lente a contatto mi fa fermare,non riesco a tenere gli occhi aperti. Mi calmo un momento,risolvo l’inconveniente  e dopo una ventina di minuti sono lì ancora a correre. Intanto dai fori praticati alla busta del ghiaccio che ho messo sotto il cappellino escono delle gocce d’acqua fredda che il mio corpo sembra gradire molto. Mi attendono altri lunghi chilometri prima di arrivare ad un altro punto micidiale: Sierra dos Limas. Per strada incontro altre macchine che aspettano altri atleti e spesse volte incrocio il maestro Heroi Fung anche lui di supporto ad un altro runner. Stravede per me questo saggio orientale già allenatore di tantissimi ultramaratoneti brasiliani. Mi dà tanti consigli e mi offre talvolta anche il suo aiuto. Si corre abbastanza all’ombra,la cosa è piacevole però a terra è un pantano. Fango che il sole non è riuscito ad asciugare,pietre e scarpe che diventano pesantissime mi fanno esclamare:” Mamma  mia, chi me l’ha fatto fare !!! ”, poi sorridendo come sempre andavo avanti. Con l’astro lucente in fase calante e l’approssimarsi della sera continuavo il mio percorso. Ad un certo punto, quando il buio ha rapito la scena alla luce, vedo da lontano la mia macchina d’appoggio. Mi fermo dieci minuti,mi stendo a terra su un tappetino e mi rilasso un pò. Quando sto per riandare compare Ariovaldo, dice che l’americana ha avuto un problema e si è ritirata. Da quel momento sarà a mia completa disposizione. Riprendo in compagnia del brasiliano e sono molto più baldanzoso. Moltissimi animali lungo il tragitto: vacche,cavalli,cani,uccelli di tutte le specie ci guardano e non sembrano minimamente infastiditi dal nostro passaggio. Parla tanto il santista, è esperto sa che la notte gioca brutti scherzi e la salita da fare è tremenda. Mi vuole lucido e vi riesce perfettamente. Tra qualche difficoltà scolliniamo. Altro rifornimento, altra vetta e si scende verso Barra. Un pò stanco ed il refrain si ripete fino a Crisolia. Qui i miei due pacers si danno il cambio,non vogliono lasciarmi solo sapendo della mia fobia a correre in solitaria tra quelle montagne. Carlos entra in scena e l’andatura cala di molto ma questo non è un problema. Ormai già da tanto tempo la mia equipe mi chiedeva quando e se avessi intenzione di riposare un pò. La mia risposta era sempre la stessa:” Arriviamo a Inconfidentes perché mi avete assicurato che da lì in poi la strada spianerà e poi m’addormenterò una mezz’ora in macchina”. Giunti in un’altra località la solerte Silvia mi passa un altro panino e della coca cola,fatico a mandarli giù. Un leggero di nervosismo vedo che serpeggia tra i miei accompagnatori,li capisco,sono stanchi anche loro. Non è facile per me ma anche loro non vivono momenti di felicità. L’auto a volte rischia di rimanere impantanata nel di fango rosso e se ciò accadesse sarebbe la fine della gara anche per me. Riporto la serenità,siamo una squadra e bisogna andare in una sola e unica direzione. Riprendo sempre con Carlos. La notte della Serra Mantiqueira è fantastica,mi circonda di buio ma m’illumina dall’alto di un cielo stellato che mai prima di quel momento avevo ammirato. I lunghi silenzi trafitti solo dai versi degli animali e una sensazione di pace mettevano la museruola alla mia enorme fatica. Arriviamo a Ouro Fino e qui incappiamo in un piccolo inconveniente. Pur seguendo le indicazioni il paulista non è convinto che siamo  sulla retta via. “Carlos, la freccia indica quella direzione,andiamo”, “Non sono sicuro,chiediamo a qualcuno”,la risposta del brasiliano. Un ragazzino ci fa tornare indietro, perdiamo un pò di tempo,richiediamo ad un altro che ci fa riprendere la direzione che avevamo in origine. Altri quattro chilometri e anche Inconfidentes è raggiunta. Sono le due e un quarto e decido di riposare qualche minuto. Alle tre ricomincio a correre ma questa volta con Ary che ,tranne per qualche chilometro, non mi lascerà più fino al traguardo. Convinto ormai che la parte più dura del cammino sia passata,affronto il resto con più ottimismo.  Ho qualche conato di vomito e così cambiamo il sistema d’idratazione passando al succo di goiaba e all’acqua di cocco. Saranno le mie bevande fino alla fine. Andando avanti però m’accorgevo che m’avevano mentito,la strada saliva eccome se saliva,era durissima. Ormai i primi raggi solari fanno capolino dal buio, la gente ancora un pò assonnata è in strada, siamo arrivati in un altro paese. Ary si ferma in un forno e compra del cibo a base di patate. Continuo per un piccolo tratto da solo,raggiungo l’auto mi svesto degli indumenti notturni e di nuovo via. Vengo appaiato ancora dal santista,mi dice: “Cirinho,dammi la tua borraccia e il marsupio,l’asino lo faccio io,tu pensa solo a correre leggero.”. Il sole rapidamente raggiunge il suo apice. Lungo la strada non si riesce più a comprare il ghiaccio. Diventa critico proseguire, i raggi solari mi perforano, sono dei martelli pneumatici sull’epidermide, le gambe sono affaticate dal continuo alternarsi di salite ripide e di discese, tra terra battuta dura e fango,sterrato e asfalto. “...Tranquillo,da Inconfidentes in poi...” , erano le parole dei miei pacers che ricordavo. “ Finiranno,queste salite”, mi ripetevo,ma più che ripetermelo era una speranza; più di una speranza era un sogno perché sapevo bene che il percorso avrebbe presentato ancora delle belle sorprese. Altra cima di una durezza orribile : Tocos do Mogì. Non vedevo mai la sommità però anche qui la natura aveva disegnato il bello dando il meglio di se stessa. Guardando verso la linea di confine tra il cielo e la terra,una strada rossa pennellata tra le molteplici tonalità di verde con tanti animali incastonati al suo interno. Il paradiso. Veniamo giù ma abbiamo finito l’acqua. Da lontano una jeep,è Fernando Noguera altro organizzatore di gare in Brasile, conosce Ariovaldo, ci fermiamo. Ci fornisce del prezioso liquido ed in più ci dà anche del succo di goiaba e acqua di cocco. Ringraziamo e andiamo... Passiamo un atleta anche lui molto provato,gli chiediamo se ha bisogno di qualcosa ma ci fa un cenno che è tutto ok. Più avasnti ritroviamo la nostra auto. Altra sosta. Il prossimo obiettivo adesso è arrivare ad Estiva. Superiamo ancora un altro atleta,una bellissima cubana con la quale scambiamo volentieri quattro chiacchiere. Ora però anche le discese sono divenute più dure quasi quanto le salite,però con la forza di volontà procediamo. Giungiamo anche ad Estiva, mi faccio curare due vesciche che si erano formate, la parte lesa brucia molto ma stringo i denti. Tra tanta sofferenza una cosa ricordo volentieri ed è l’allegria con la quale io e Ary correvamo. Cantavamo e ci divertivamo,non abbiamo mai smesso di essere positivi anche quando eravamo rimasti senz’acqua oppure quando la strada ci faceva dannare. Eravamo li, stavamo facendo quello che ci piaceva e poco importavano i tormenti e i patimenti ai quali sottoponevamo i nostri fisici. La vita è il sorriso,il sorriso che hai sul tuo viso. Ormai da Estiva manca solo una maratona al traguardo. “...cavolo solo una maratona all’arrivo,cosa sarà mai ? “Ancora tantissimo tempo per concludere la prova in quarantotto ore ma il mio obiettivo sono le quaranta. C’è tempo,c’è tempo. Qui il mio pacer mi dice :”Cirinho, la prova è  tua, vai da solo adesso e vai con Dio.” La temperatura era alta,troppo. Ghiaccio non ce ne, Silvia mi guarda negli occhi con dolcezza ma nel suo sguardo leggo una determinazione quasi da far paura, un brivido gelido mi corre lungo la schiena. “Cirinho, andiamoci a prendere queste medaglie”. Riparto da solo,sbando un pò. Nella mia testa solo calcoli matematici, mi estraneo da tutto quello che è l’ambiente esterno. Riconosco i sintomi,rivedo i fantasmi del lago Balaton (gara dove ebbi un’insolazione). Cerco la calma, la pace nei miei pensieri e ripenso: “Mamma mia, Mamma mia, chi me l’ha fatto fare ?”. Avanzo, c’è ancora la mia auto ma stavolta trovo il ghiaccio. Trovo refrigerio in quei cubetti d’acqua solida. Sto per riandare e Ary mi dice che farà con me altri venti chilometri. Rinvigorito dalle parole del mio scudiero mi rimetto in moto. Non è facile e dopo qualche chilometro vediamo anche la nostra macchina ferma che non riesce a superare uno strato fangoso. A fatica oltrepassiamo anche questo. La temperatura è altissima. Il mio amico è stanco ma lo sprono a continuare. C’è una pozza d’acqua, bagniamo i cappellini e avanziamo. Raggiungiamo ancora Silvia e Carlos,prendono degli asciugamani ghiacciati e li appoggiano sulle nostre spalle. Alcuni  minuti così e poi via. Qualche migliaio di metri più soft e poi ancora salita, sembrano non finire mai, pare di stare in un girone dantesco. Una jeep ci viene incontro da lontano,è il comandante Lacerda. Scatta qualche foto e ci dice la nostra posizione :decimi. Valichiamo,vediamo nuvole nere in lontananza. Dopo un pò comincia a piovere, “...se piove è merda...”,le parole di Bucci tornano d’attualità. Cittadina di Consolaçao, i miei stoici aiutanti mi aspettano all’intemperie. Prendo il k-way, la luce per il buio anche se è pomeriggio (avrò ragione a farlo) e la bandiera dell’Inter.. Mancano venti chilometri. Questa sarà la nostra ultima sosta,mi dicono che mi aspetteranno a trecento metri dal traguardo non prima,però,d’avermi accompagnato ad un bivio dove avrei potuto,data la stanchezza,sbagliare rotta. Da lì in avanti sarebbe iniziato l’ultimo tratto, pianeggiante secondo loro fino a Paraisopolis. La pioggia diventa battente,corriamo sull’asfalto arrivando al famoso crocevia, ci salutiamo ed inizio l’ultimo pezzo da solo. Effettivamente salite non ce ne sono,c’è d’aggirare una “pietra” così la chiamano loro,in realta è una montagna. La presenza di tante vacche sul percorso mi ostruisce il passaggio,mi fermo,ho paura. Provo a chiamare qualcuno nella casa li vicino ma nessuno mi risponde. Il piovasco che viene giù con violenza inaudita,il freddo, la stanchezza e lo scoramento tendono a prendere il sopravvento. Mi armo di coraggio e pian piano passo attraverso la mandria che beatamente pascola. Pericolo scampato? Macchè, cinquecento metri e la scena si ripete. Sempre con cautela e timore mi muovo tra i quadrupedi che mi lanciano strane occhiate. Procedo seguendo sempre le frecce gialle ma ad un certo punto m’indicano la direzione verso un cancello di legno chiuso. Scavalcarlo non è facile in condizioni normali,figuriamoci dopo trentaquattro ore e mezza di corsa, la possibilità che possano verificarsi dei crampi è alta,chi m’aiuterebbe in caso di bisogno? .Mi rilasso e oltrepasso l’ostacolo. Ormai è tempesta ma almeno la strada anche se in leggerissima salita  presenta poche delle difficoltà che ne avevano caratterizzato molti tratti precedenti. Sembrano non finire mai questi chilometri che mi separano dal traguardo. Continuo ad andare ma ecco la sorpresa,un mostro davanti a me. Una salita allucinante è lì, “...e questa da dove esce fuori ? “ mi dico scherzando con me stesso. Inizio a camminare ma non è facile; le scarpe sono infangate e pesano come due macigni. Arrivo su sperando di vedere a valle il paese. Niente di più falso,ancora una salita e la scena si ripete. Anche in discesa ci sono delle difficoltà,si scivola ed è anche sopraggiunto il buio. Vado avanti con accortezza. Un tratto d’asfalto davanti a me,generalmente sta ad indicare l’ingresso in paese. Ringalluzzito da ciò,avanzo con baldanza. Ci sono due figure in lontananza,”Chi saranno mai? Le avvicino,è un atleta brasiliano col suo aiutante,barcolla e con un filo di voce mi dice:” Vai, è finita,sei arrivato”. Penso che ormai manchi al massimo un chilometro. Niente di più ingannevole. Le indicazioni mi riportano sullo sterrato, un pò di delusione mi avvolge ma non può mancare tanto mi ripeto,” non può! “. Vedo una pietra nera a cinquanta metri da me ma sono esausto,solo in mezzo alle montagne,al freddo e nel pieno di una bufera e la scambio per un cane. Ho paura dei randagi,mi fermo. Il masso non si muove, mi guarda e penso: “Sarà abituato a veder passare delle persone,sarà tranquillo,forse”. M’approssimo a lui lentamente e quando gli sono a cinque metri m’accorgo d’aver avuto un’allucinazione. Continuo il mio calvario,altra rampa da salire,vado su,mi volto spesso per vedere se ci fosse qualcuno al mio inseguimento,cerco di correre coperto cercando di nascondermi alla vista di chi mi segue in modo da non essere preso nel mirino. All’improvviso un fascio di luce, una voce. E’ una macchina dell’organizzazione,mi passa e di nuovo il buio totale,un tratto d’asfalto e sento dentro di me che è quello finale. All’improvviso come musica per le mie orecchie sento:” Cirinhoooooooo sei tuuuuuuuuu? “. “Siiiiiiiiiii”,rispondo. Sono alle porte di Paraisopolis, Ariovaldo mi accoglie con un abbraccio e urla il mio numero di pettorale ai giudici che lo comunicheranno via radio al traguardo. Discesa durissima,quasi a strapiombo ma ormai è finita. “Eravamo preoccupati, non ti vedevamo arrivare”, queste le parole del santista. Gli parlo degli animali che ostruivano il percorso, del cancello da scavalcare, dell’allucinazione e di tanto ancora. Ormai era tutto passato gli chiedo di Carlos e di Silvia,mi risponde che mi stanno aspettando, piangendo, a trecento metri dal traguardo. Iniziamo a cantare io e il brasiliano, le stesse canzoni che avevano fatto da colonna sonora ai tantissimi chilometri corsi insieme riecheggiano . Eccoli gli altri due amici :”Carlooooooooos,Silviaaaaaaaaaaaaa”, con gli occhi ancora gonfi di lacrime mi vengono incontro e mi stringono in un’abbraccio. La chiesa di Paraisopolis,il traguardo. I miei pacers vogliono che io sia un passo avanti a loro. Non accetto. “Dovete arrivare insieme a me,siamo una squadra e voi siete stati fondamentali”. Segnati dalla fatica ma felici e urlanti tagliamo il traguardo. Sono le venti e  quarantuno e dopo trentasei ore e quarantuno minuti mettiamo fine al nostro sforzo.Veniamo premiati,fotografati e intervistati. Li abbraccio forte uno ad uno ancora una volta,loro ricambiano la stretta con la stessa intensità. Sempre sorridente vengo coccolato da  tutti, firmo autografi ed anche il figlio del Sindaco, un ragazzino simpatico, chiede alla mamma se può farsi immortalare con me. E’ uno spettacolo di linguacce e quan’altro per stemperare la tensione. Torno in albergo,doccia e messaggio in Italia per avvisare del mio arrivo. Vado a letto ma verso le due mi sveglio, accendo il tablet e scopro che il giornale della mia città nella sua versione on line, ha già dato la notizia con tanto di foto e super articolo. Sulla mia pagina facebook noto con piacere che mio fratello Enzo ed il mio amico Andrea avevano dato gli aggiornamenti di tutti i miei passaggi e tanti amici m’avevano seguito  facendo il tifo per me. Un successo. Torno a chiudere gli occhi, al mattino seguente scendo in piazza a vedere gli altri arrivi e con orgoglio mostro a tutti la mia maglietta di finisher. Mi avvicina un americano e mi dice :” Cirinho,questa è più dura della Badwater ultramarathon, io le ho corse entrambe.” Carlos e Silvia devono partire subito perché hanno degli impegni lavorativi, io insisto per farli rimanere ma loro restano della loro decisione. Scoprirò più tardi che per seguirmi in questa mia avventura avevano preso dei permessi non retribuiti a lavoro. Torno in albergo,c’è Carlos che sta preparando le sue cose. “Tieni guerriero,questa è per te”,gli regalo una delle due magliette bianche da finisher che sono diverse da quelle degli accompagnatori. Non vuole,non accetta. “Cirinho è tua,è la tua ! “Gli spiego che se abbiamo vissuto quell’avventura è stato perché lui ha organizzato tutto e mi ha fatto rimanere sempre sereno. Si convince, si siede sul letto con il trofeo tra le manie se lo pone sul viso. Resta immobile per qualche minuto,in silenzio e assorto. Capisco la sua emozione che poi è anche la mia. Si alza singhiozzando e mi stringe. “ Mi hai dato una delle più belle soddisfazioni della mia vita,sarai sempre il benvenuto in Brasile.” Scendiamo in strada trovo anche Silvia che sta caricando l’auto e anche lei confusa mi saluta. Ultimo pranzo insieme e poi ripartono. Resto nella città del Minas Gerais con Ariovaldo, guardiamo gli altri arrivi e poi la sera andiamo in un locale dove ci verrà offerta una pizza e ci saranno i saluti finali. Il giorno dopo partenza per Sao Joao da Boa Vista con Ary , Jarom e Tania . Si prosegue ancora per Praia Grande quando arriveremo nel tardo pomeriggio. Vengo accolto dalla famiglia del mio amico come se mi conoscesse da anni. Mi mettono a disposizione tutto. “Questa è casa tua”. La sera un bel churrasco,la mattina dopo in spiaggia e poi nel tardo pomeriggio mi accompagnano al pullman per andare all’aeroporto.
 Ore diciannove e trentacinque, l’altoparlante chiama il volo Lufthansa per Francoforte... Cala il sipario sulla partecipazione di Cirinho alla Brazil 135.
Devo essere onesto,senza la squadra che mi ha supportato,difficilmente sarei arrivato al traguardo. Hanno fatto un lavoro encomiabile. Grazie.
Ariovaldo, grande ultramaratoneta brasiliano, si è messo al mio servizio umilmente e  mi ha accolto a casa sua come un fratello. Grazie
Jarom,una persona fantastica e collaboratore del comandante Lacerda.Sempre molto presente. Grazie
Enzo e Andrea che hanno aggiornato la mia pagina facebook in tempo reale. Grazie
Brazil 135, facendomi fare un tratto del Caminho da Fè, immerso nello scenario della sierra Mantiqueira mi hai fatto capire ancora di più il valore dell’amicizia e il significato del lottare uniti per una causa comune. Grazie
A tutti gli amici che mi hanno seguito con simpatia e che hanno inondato il mio profilo fb di bei messaggi. Grazie.
A chi ha avuto la pazienza di leggere ed arrivare fino alla fine. Grazie

domenica 13 gennaio 2013

Maratona di S.Silvestro 2012 : Ritrovarsi in amicizia.

Con la maratona di San Silvestro si è chiuso anche il 2012. Un anno che ha visto la luce trecentosessantacinque giorni fa ma che secondo la profezia dei Maya non doveva arrivare alla sua naturale scadenza,così, dopo lo scampato pericolo non potevamo che finire a festeggiare tutt'insieme a Calderara di Reno, luogo in cui da diversi anni si corre una simpatica e bella maratona. Una giornata quasi primaverile ci ha accolto.  La sua temperatura, ideale per correre, ha fatto quasi non sentire fatica a noi principali protagonisti della giornata. E' difficile spiegare a chi vede la corsa in un certo modo la bellezza di questa manifestazione, non tutti ne capiscono lo spirito.
"Dove vai a Calderara ? Ma è bruttissima,si gira intorno ad un centro sportivo e poi il nulla...E' un circuito breve,mi fa venire il mal di testa...". Queste sono i giudizi che si sentono in giro. La mia risposta è semplice,io definisco bella una cosa che mi da soddisfazione e siccome ne provo tanta, quando sono in questo posto dell'Emilia Romagna insieme a tanti amici,non posso che definirla tale. La maratona di San Silvestro è un bel modo per chiudere l'anno podistico,il luogo dove incontrarsi serenamente facendosi gli auguri e magari manifestando i propri propositi per i successivi dodici mesi.La corsa della giornata quindi io la definisco un optional... La cosa bella è poi ritrovarsi alla fine tutti a tavola a mangiare dopo aver fatto una bella doccia calda. Per concludere e mettere il suggello a questa giornata,si brinda allegramente e poi con un velo  di tristezza si torna a casa.

venerdì 14 dicembre 2012

Il segreto della maratona di Reggio Emilia...


“...il problema è che le società podistiche che gestiscono i ristori,alle riunioni che teniamo prima dell’evento podistico,ci dicono: “ Possiamo aggiungere anche... “ ... “. E’ la voce di Paolo Manelli, presidente di Tricolore sport marathon, il team  che organizza la Maratona città del Tricolore. Parole espresse col sorriso sulle labbra e con orgoglio durante una lunga chiacchierata avvenuta dopo averlo ringraziato per aver affittato uno spazio alla nostra associazione, La via della Felicità, all’interno del PalaBigi,centro maratona e dopo avergli consegnato un dvd nel quale vengono illustrati gli ormai famosi precetti. Un Manelli molto rilassato e tranquillo,conscio che anche quest’anno il lavoro svolto è stato di una qualità eccellente. E’ venuta fuori una bella discussione che mi ha fatto capire ancor di più del perché Reggio Emilia,città relativamente grande, abbia una maratona così partecipata. “... per diversi giorni abbiamo dormito pochissimo,eravamo attaccati alle previsioni del tempo e preparavamo dei piani d’emergenza nei casi in cui le strade non avessero fornito la sicurezza necessaria a tutti. Vedi,se in questo posto avessimo avuto un problema avremmo fatto così,se in quest’altro si fosse verificato questo, al seguito di...,avremmo agito in questa maniera.” Alla fine  mi ha mostrato quattro percorsi alternativi,un lavoro certosino e incredibile che solo chi ha cuore e passione  può sopportare. Paolo nel suo parlare ha ripetuto spesso il pronome NOI, subito l’avevo inteso come NOI ORGANIZZATORI, dopo qualche minuto però ho capito che era pensato come NOI MARATONETI. Si, perchè Manelli  è anche un podista e nell’organizzare la manifestazione si mette pure dalla parte di chi, sfidando il freddo pungente di una domenica di dicembre,calpesta l’asfalto per quarantaduechilometricentonovantacinquemetri .
 “... Vogliamo i ristori ben forniti,un posto caldo dove spogliarci,un arrivo vicino alle docce e un percorso sicuro,una buona maratona deve saperci offrire tutto questo (ed è qui che ho afferrato) e Reggio Emilia questo lo da, a costo di tantissimi sacrifici “.  Tanta dedizione viene messa per allestire un evento che  col tempo è risultato tra i primi cinque o sei in Italia a fronte di un budget che forse sarà il quindicesimo in termini quantitativi in un’ideale classifica relativa. Qui non c’è  nessuna organizzazione mastodontica da mantenere e non ci sono sponsor  che si prendono la responsabilità di organizzare in toto l’evento. Nella Città del Tricolore si è contenti se alla fine si è in parità di bilancio,il valore aggiunto lo danno i sorrisi e i bei commenti degli atleti che con tanta passione e sacrificio tagliando il traguardo sono felici e ritornano l’anno seguente A queste latitudini c’è gente che, organizzatori compresi,è uscita alle cinque di domenica mattina per metter su il gonfiabile della partenza,la sera prima ha dato una mano a scaricare i camion con le provviste fino a tardi e tant’altro. Se la maratona di Reggio Emilia si è guadagnata negli anni il rispetto e la considerazione di tutti si deve  essere riconoscenti a queste persone e a chi, con quel “...Possiamo aggiungere anche... “ , è sempre alla ricerca di migliorie per rendere ancora più godibile il soggiorno nella città che diede i natali a Ludovico Ariosto. Quest’anno la diciassettesima edizione della kermesse emiliana ha anche unito lo sport alla solidarietà con una raccolta fondi a favore del comune di Reggiolo, località della bassa reggiana tra le più duramente colpite della provincia dal terremoto che nel maggio di quest’anno ha fatto sentire i propri effetti nefasti. Ricordiamo che era dal 1300 che non si verificava una catastrofe del genere. Con queste ed altre iniziative Reggio Emilia fa capire che lo sport non vive in un mondo chiuso in se stesso ma fa parte della città e ne è il cuore pulsante. Non voglio raccontare della mia partecipazione alla gara perché è stato un semplice allenamento,una corsetta fatta con gli amici all’insegna del divertimento e della goliardia. Correre con la bandiera dell’Inter e una parrucca con la cresta fucsia certamente non mi ha fatto passare inosservato ai più. Mi è piaciuto incontrare tanti amici e di averli rivisti alla fine soddisfatti. Ho due ricordi molto belli, il primo, l’arrivo del mio amico Paolo Giambartolomei qualche secondo dopo di me anche lui col bandierone nerarazzurro e l’altro sono gli ultimi cento metri di corsa fatti con mio nipote Mattia che in quello spazio sprizzava gioia da tutti i pori. I ringraziamenti come sempre vanno agli organizzatori,ai volontari,agli speakers Roberto Brighenti e Michele Marescalchi (rigorosamente in ordine alfabetico i cognomi) che hanno raccontato e allietato la giornata,ancora a Stefano Morselli che era in ogni dove con la sua macchina fotografica ad  immortalare i vari personaggi. Non dimentico neanche chi in gara riconoscendomi m’ha fatto sentire il proprio calore . Chiedo scusa solo a una signora che vedendomi passare si è totalmente dimenticata di essere alla guida e ha tamponato la macchina che la precedeva.

lunedì 3 dicembre 2012

Classifica Pacer Turin Marathon 2012

Ecco cosa dice il sito:


Anche se alcuni erano alla prima esperienza da Pacer, il curriculum dei magnifici 35 angeli custodi di Torino è sicuramente impressionante: se avessero gareggiato a staffetta, tutti assieme avrebbero percorso (quasi) tre volte il giro della terra, 1.8 volte il raggio di Saturno, 1.5 volte quello di Giove, ed un sesto di quello del sole. Ciò significa anche la distanza corsa alla velocità della luce per quasi mezzo secondo. Ma il pacer non deve né correre a lungo, né velocemente ma "semplicemente" essere regolare, per aiutare i meno esperti a non consumare energie inutilmente.

Hanno tutti raggiunto questo semplice l'obiettivo? chi è stato il più regolare? chi è stato il miglior trio?

Noi di ThePacer.it abbiamo cercato di rispondere a queste domande, stilando la classifica dei migliori pacer. Sfruttando le (poche) conoscenze della teoria statistica dell'affidabilità e con semplici calcoli, abbiamo valutato le performance di tutti i pacer presenti sul percorso. L'idea è banale: come è stato spiegato nel decalogo del pacer, il nostro calcolo statistico ha determinato il gruppo più regolare tra tutti i pacer. Per evitare di penalizzare chi ha corso più tempo, abbiamo comunque "normalizzato" i risultati in modo da determinare l'affidabilità relativa del pacer, indipendentemente dal tempo complessivo. Il calcolo non è basato sul real time, ma come insegna il professor Massini sul tempo dallo sparo.

Ecco i risultati:
  • Primi classificati, palloncini azzurri delle 3h30 (Eduardo Aguilar - Beppe Bizzarri - Massimo Petrucci - Valter Audisio), tutti e quattro perfetti, con il coefficiente di variabilità sotto l'1% (sintomo di eccellenza).
  • Secondi classificati, palloncini delle 4h45 (Mario Boncore - Alfredo Mongelli - Domenico Quartucci), in particolare Mario ha avuto un indice sotto l'1% (ma con tre rilevamenti rispetto a 4 equivale a circa 1.5%).
  • Infine, terzi classificati sono risultati i palloncini gialli delle 3h50 (Luca Aiudi – Gaetano Covizzi - Ciro Di Palma), da segnalare Ciro, al debutto da pacer, e Gaetano entrambi sotto il muro del 2%, segno di incredibile costanza dei tempi.
Il migliore in assoluto è risultato Eduardo Aguilar (0.94%) che ha sopravanzato per un centesimo di punto il suo compagno Beppe (0.95%). Vicino all'eccellenza anche Claudio Leoncini delle 3h15, poco sopra l'1%. Complimenti a tutti quanti, senza di voi la maratona sarebbe stata più monotona e banale. Infine, un applauso particolare a Chiara, la prima pacer non vedente, che è riuscita a tenere un ritmo costante ed invidiabile da maratoneti esperti. Per conoscere la classifica completa, contattateci. Prossimamente pubblicheremo la metodologia, per permettere un calcolo "fai da te".

lunedì 26 novembre 2012

Turin Marathon : Emozione da pacer...


"Bella da toglierti il fiato". Questo è lo slogan col quale Turin Marathon ha inteso promuovere la sua gara facendo bella mostra sui siti podistici e sulle pagine di tanti giornali. Una maratona che ha saputo regalarsi un vincitore all'esordio sulla distanza insieme al record della gara al femminile, ha avuto la conferma di Valeria Straneo e l'ottima gara di Emma Quaglia, ma che si è concessa anche un brivido finale quando un atleta degli altopiani è arrivato barcollando al traguardo in stile Dorando Pietri.
"Emozionare per emozionarsi", è invece il messaggio che resta scolpito nel mio cuore e impresso in maniera indelebile nella mia memoria dopo aver corso nel capoluogo sabaudo. Il compendio di un fantastico week-end in terra piemontese. Non esagero se scrivo che a livello emozionale la maratona di Torino mi ha regalato tantissimo. La prima volta da pacer in un gruppo eccezionale, il record delle iscrizioni alla manifestazione frutto di un grandissimo lavoro svolto da parte di tutti, il saper di essere stato parte di tutto ciò e la soddisfazione sui volti di tutti, sono delle istantanee che difficilmente perderanno colore nell'album dei miei ricordi. Un giorno, quello di domenica scorsa, che resterà inciso nella mente di tanti per l'enorme partecipazione di atleti e di pubblico. Per mezza giornata Torino è scesa in strada mostrando il suo volto più bello. Maratona, StraTorino e Junior marathon, una festa dello sport all'aria aperta, dove la fantasia di tutti, top runner, camminatori, atleti veloci e lenti, ha potuto volare libera all'insegna dell'allegria e dell'amicizia.
Quest'anno c'era un nuovo percorso, tanta era l'aspettativa e la curiosità da parte di tutti. A mio modo di vedere le cose, promuovo questo nuovo tracciato a pieni voti, mi ha fatto ammirare ancora di più la città, la sua bellezza e il fascino particolare che evocano certe strade e alcune sue piazze. Torino ha avuto sempre una bella maratona, quest'anno però si è superata, è diventata grande. Non guardo al numero degli iscritti, sarebbe un gioco troppo facile e riduttivo, il mio occhio invece cade su quello che ha saputo offrire nell'intero fine settimana, a chi è arrivato nei giorni precedenti ha regalato concerti ed intrattenimento nella centralissima piazza San Carlo ma,anche a chi è giunto in città il giorno stesso della gara, ha donato tanto calore. Un esempio banale? Alla premiazione degli amatori non pochi atleti elite erano presenti; il loro essere lì ha significato dare il giusto risalto a chi la maratona la corre non per vincere ma sgomita nella pancia del gruppo ed è contento e felice anche solo se vede una propria foto o il suo nome su una pagina di un giornale da mostrare poi agli amici e da conservare. Sicuramente e con onestà dico che c'è ancora qualcosa da migliorare, però la base da cui partire è enorme.
Scrivevo prima che quest'anno è stata la mia prima esperienza da pacer ufficiale in una maratona, credetemi, alla fine ero molto più toccato io di tutti quelli che mi ringraziavano per averli guidati al traguardo. Sì, perché lungo i quarantaduemilacentonovantacinquemetri del tragitto ho fatto mie le storie di tutti quelli che hanno corso con me. La loro umanità, il loro voler raggiungere il traguardo in un certo tempo, il loro volersi regalare un qualcosa di cui essere fieri negli anni, è stata linfa per me. Un insieme di tasselli che il mio cervello metteva lì in un angolo, ma che ha saputo tirar fuori magicamente dopo il traguardo ricomponendo il mosaico. Un collage di pensieri e di sentimenti che aveva un titolo: Emozione. Non nascondo che, alla fine, vedendo tutti quegli atleti, stanchi ma fieri ed orgogliosi che mi circondavano festosamente, più di una lacrima è sgorgata dai miei occhi. Approfitto adesso per ringraziarli attraverso questo mio racconto.
Sono arrivato in Piemonte il giorno prima dell'evento sportivo e mi sono recato direttamente al centro maratona. Dalla stazione di Porta Nuova fino a Piazza Castello, passando da piazza San Carlo in quello che sarà l'ultimo tratto di maratona, noto con piacere che c'è una città già vestita a festa. Arrivato a destinazione apprezzo subito la prima miglioria rispetto all'anno precedente, gli stand sono tutti al coperto, in modo che anche una bella pioggia non avrebbe potuto causar danni. Il ritiro del pettorale e del pacco gara si svolge in modo celere rubando pochi minuti alla mia giornata. Resto lì, al tavolo dei pacer, fino all'imbrunire. Man mano che il tempo trascorre la gente aumenta e sono sempre di più le facce conosciute. Abbracci e foto con tutti o quasi. Passano da noi in diversi, ci chiedono dei tempi, dei colori dei palloncini e perfino se possono fidarsi. Col sorriso rispondiamo a tutti, dandoci poi appuntamento all'indomani mattina. Nel tardo pomeriggio, come il nostro "Capo" Mauro Firmani vuole, facciamo una riunione per organizzare il lavoro che dobbiamo svolgere il giorno dopo. Molto bello questo gruppo di " palloncini ", tutti amici e molto compatti. Non c'è invidia, si è tutti uguali, dal grande campione al più lento di noi. Quest'anno la nostra stella è stata Chiara Pandolfi, ragazza non vedente che, magnificamente supportata da Ilaria Razzolini, sarà capace di guidare tante persone al traguardo in cinque ore. Finito il briefing ci rechiamo al pasta party. Un "signor" pasta party: primo, secondo, acqua o bibita gassata, birra, gelato e cioccolata, c'è d'aggiungere altro?
Ritorno in albergo e poi subito a letto. Alba di domenica. Sveglia alle sei, colazione e poi in metro fino ad arrivare, dopo qualche passo a piedi, ancora al centro maratona. Iniziamo a gonfiare i palloncini, a scrivere su i tempi di riferimento, fino a quando tra lo stupore e le risate di tutti non tiro fuori una parrucca con la cresta fucsia su dei capelli verde fosforescenti. "Vorrai mica correre così?", era la domanda che mi veniva posta. "Perché no?", la mia risposta. Da quel momento credo di essere stato tra i più fotografati.
Ormai la città è sveglia, una bella giornata si profila ed il tempo è buono. A migliaia si riversano per le strade. Ci spostiamo verso la piazza che sarà il teatro della partenza. Per la sua conformazione non ci possono essere le griglie, è più larga che lunga e questo sarà un problema. Allo start (a proposito, chi lo ha sentito?), subito si è creerà un imbuto che rallenterà moltissimi atleti. Giunti in loco, aspettiamo con tranquillità lo sparo che ci darà il via. Una volta partiti, ci rendiamo conto che, transitati sotto il gonfiabile della partenza, abbiamo circa un minuto e mezzo da recuperare, usciamo dal centro e costeggiamo il Po.
Rubando qualche secondo al chilometro arriviamo alla mezza che abbiamo recuperato il gap ed abbiamo tre secondi di vantaggio. Manteniamo quell'andatura leggermente più veloce per permettere a tutti dei ristori più tranquilli. Il nostro passo è abbastanza costante. Tanti guardano il cronometro come ossessi, li vedo e consiglio loro di non farlo. "Ragazzi,al traguardo vi portiamo noi, state tranquilli". E' questo il mio monito, si fideranno e faranno bene. Lungo la strada faccio contenti molti bambini battendogli il cinque, tanti sorridono vedendo quella mia strana criniera multicolore. Gli ultimi chilometri per qualcuno che ci segue sono di sofferenza, cerchiamo di spronarli, li incitiamo fino a quando, giunti nell'ultimo tratto di percorso,alla vista della finish line in lontananza, mettono le ali ai piedi. La mia bandiera dell'Inter è già li che sventola da un po' e, tra le battute degli spettatori, tagliamo il traguardo in anticipo sul tempo prestabilito di sei secondi. Un successo.
Il ristoro finale è subito dopo il gonfiabile, ma deve essere però migliorato. Chi è arrivato per esempio dopo quattro ore e mezza ha trovato solo un pò di pane con le sottilette e il tè. Le docce e gli spogliatoi nella piazza antistante l'arrivo sono molto comodi da raggiungere, ma anche questi servizi si devono migliorare. Visto le spazio esiguo all'interno delle docce, con gli spogliatoi a una ventina di metri, sarebbe più logico unirli, trattandosi comunque di strutture mobili, in modo da non vedere uscire atleti mezzi nudi ed aspettare fuori al freddo perché dentro c'è folla.
Rimessomi a nuovo dopo la gara, insieme agli altri amici pacers, siamo ritornati a piazza San Carlo ad aspettare Chiara e il suo plotone delle cinque ore. L'abbiamo vista arrivare e ci siamo uniti a Lei creando una fila indiana che la vedeva come "testa". Molto bello è il saluto che la città ci ha riservato e che le ha tributato in particolar modo. Questa nostra trovata finale aveva un duplice significato: il primo era che anche chi è affetto da un problema grave può e deve fare sport con tutti e come tutti; il secondo era un nostro modo di ringraziare la città di Torino per averci ospitato. Sono rimasto nella zona del traguardo fino a quando non è arrivato l'ultimo. Fermo lì anche colui che è il padre di questa corsa,Luigi Chiabrera, che ,come fa,sempre ringrazia tutti fino alla fine.
Per concludere vorrei ringraziare un pò di persone perché è doveroso farlo. Un grazie va a Luigi Chiabrera, ai suoi collaboratori (i Ragazzi della Cascina, come li chiamo io) e a tutti i volontari. Molto prezioso il loro lavoro. I ringraziamenti vanno ascritti anche a Mauro Firmani, leader di Marathon Truppen, cioè dell'allegra e colorata brigata dei pacers. Un riconoscimento  particolare va a chi ha reso, per me, questa giornata indimenticabile: alla città di Torino con i suoi abitanti e ai miei compagni di viaggio lungo tutto il percorso.

lunedì 12 novembre 2012

New York 2012: Una maratona forse mai nata...


Doveva essere il tributo ad una giornata di festa, la storia della maratona per antonomasia: Invece, quello sulla gara newyorkese, sarà il resoconto di una 42km che forse non è mai nata se non nel portafogli del "gruppo d'affari" che la gestisce e nella testa confusa del Sindaco della "Grande Mela".
Non fraintendetemi, è stato giusto non correre, per la prima volta nella storia, la New York City Marathon ed ha fatto bene il Mayor ad annullarla. Questo non vuol dire che errori non siano stati commessi, anzi. Nel mio modo di vedere gli accadimenti, si è assistito a tutta una sequenza di sbagli al punto che sembravano, in primis il Primo cittadino, dei dilettanti allo sbaraglio e non persone altamente qualificate. C'è da capire il momento, c'è da comprendere l'emotività, ma se quei Signori occupano determinati posti è perché devono anche prendere decisioni forti in momenti particolari.
Bloomberg è stato in balia degli organizzatori prima e dell'opinione pubblica dopo. Il non aver compreso subito quali problemi l'uragano potesse aver cagionato alle attività che si sarebbero svolte in città è stato grave ma non essersi reso conto dell'immane gravità e dei danni arrecati dall'evento atmosferico è stato ferale. Molto probabilmente hanno influito sulla decisione finale anche le elezioni presidenziali. Una scelta forse "consigliata" dall'alto e figlia dei sondaggi che probabilmente ha spostato gli equilibri della corsa alla Casa Bianca, facendo confluire magari i voti in una certa direzione. Questo e anche tant'altro ha fatto in modo che la cancellazione della gara di per se giusta fosse presa con un ritardo assurdo, comportando svariati problemi a tante persone. Si doveva disporre e chi era preposto a farlo non l'ha fatto.
Anche dopo il funesto 11 settembre 2001 fu fatta una scelta e, a torto o a ragione, fecero svolgere la manifestazione. All'epoca ci fu fermezza, quella che è mancata la settimana scorsa. Il Sindaco, guardandolo in televisione, ha sempre tentennato cercando continuamente di spiegare ogni sua presa di posizione ma non è mai stato convincente al 100% e sicuro alla stessa maniera.
E' difficile adesso spiegare cosa sia passato nella mente delle tantissime persone giunte negli Stati Uniti per correre l'edizione del 2012 della New York City Marathon alla notizia della cancellazione. Molto più facile invece è scrivere cosa ho visto sui loro volti e cosa ho letto nei loro occhi. Delusione, rammarico e in alcuni anche disperazione. Ho parlato con persone che piangevano perchè avevano risparmiato un anno intero facendo dei sacrifici enormi per regalarsi un sogno, il sogno di correre la maratona delle maratone, l'evento podistico al quale il mondo intero guarda. La gara che se non l'hai corsa, per l'uomo della strada, non sei nessuno. Uno show, una cassa di risonanza assoluta. Chi rimborserà i soldi a quelle persone? Probabilmente avranno, avremo l'iscrizione pagata per l'anno prossimo, ma il viaggio, l'albergo e le spese extra che dovranno, dovremo riaffrontare chi le rifonderà?
Avremmo capito e giustificato sicuramente se c'avessero detto della revoca della corsa prima di lasciare i nostri luoghi d'origine ma dopo essere partiti e aver fatto viaggi che sembravano estratti dai romanzi d'avventura per quanti scali qualcuno ha effettuato è inammissibile e inqualificabile. Troppi interessi, troppi soldi e troppo cose che purtroppo sono passate molto al disopra delle nostre teste sono successe. Anche noi dell'associazione "La Via della Felicità" dovevamo correre la maratona. Siamo giunti a New York giovedì sera e personalmente non avevo capito bene l'entità del dramma, nonostante già all'arrivo i bus che dovevano portarci all'aeroporto non ci fossero per mancanza di carburante. In taxi ho dormito ed una volta arrivati in albergo ho visto solo una città avvolta dalle luci come se niente fosse successo. Un salto sul tardi in una sfavillante e quanto mai accattivante Times Square non faceva altro che confermare quello che pensavo e cioè pochi danni e tutto rimesso a posto. Frugale panino e poi a letto.
Venerdì mattina, ritiro del pettorale e del pacco gara. Atleti, accompagnatori giunti da tutto il mondo riempivano il centro maratona. Un crogiuolo di razze, un mosaico di colori, una moltitudine di lingue, avevano trasformato il sito in un'autentica torre di Babele. Si respirava felicità, quel posto trasudava di emozioni. Anche io, poco incline a certi comportamenti sentimentali, mi facevo cullare da quell'onda positiva. Un pò di shopping nel pomeriggio e poi la mazzata. Arriva un messaggio dall'Italia alla nostra amica Simona: "Mamma, hanno annullato la maratona". Subito la risposta: "Tranquilla,è una notizia vecchia, abbiamo anche ritirato i pettorali. E' tutto ok". Qualcuno di noi, però, sconcertato da quel messaggio, si collega al sito degli organizzatori e vede quello che nessun altro di avrebbe voluto mai leggere: THE NEW YORK CITY MARATHON HAS BEEN CANCELLED.
La notizia si sparge in città e si estende a macchia d'olio. Un attimo di smarrimento s'impossessa del nostro gruppo, non sappiamo cosa fare. Ci guardiamo in faccia e cerchiamo di fare il punto della situazione. Siamo arrivati nella Grande Mela per portare il nostro messaggio attraverso la corsa, per far conoscere ancora di più La Via della Felicità. Cosa facciamo? All'unanimità decidiamo di unirci agli altri a Central Park nel giorno della maratona in modo da far sentire alla città la nostra vicinanza. Essere lì, presenti, significava dare un segnale di contatto da parte nostra a questa metropoli.
Un nostro caro amico americano ci porta a vedere la parte sud della città ed è in quel momento che capisco il dramma. Non c'era corrente elettrica, mancava il gas, di acqua nelle case neanche una goccia, strade ancora sott'acqua e devastazione in ogni posto, sembravano scene di guerra, pareva un film, un brutto film. Vedendo quello che i nostri occhi stentavano, facevano fatica o non volevano mettere a fuoco, rafforzavamo l'idea dell'utilità della nostra "missione" e, oltre che a sgambettare in quei giorni in cui siamo stati negli Stati Uniti, abbiamo offerto gratuitamente a chiunque fosse interessato l'edizione tascabile de La Via della Felicità, nota a contribuire a migliorare la qualità della vita. Con molto onore poi siamo stati al Consolato Italiano di New York, dove Sua Eccellenza il Console ci ha ricevuto. Al suo cospetto abbiamo fatto una presentazione della nostra nobile campagna sociale e abbiamo dato in dono al nostro esponente in terra americana, la copia del famoso testo, La Via della Felicità scritto da L.Ron Hubbard. Sua Eccellenza, molto colpito e affascinato, ha tanto apprezzato, ci ha incoraggiato e spinti a continuare lungo questo percorso atto a far conoscere questi ventuno precetti al mondo intero. Quando ci siamo congedati da Lui, non prima però d'aver fatto le foto nel salone dei ricevimenti sotto l'Italico Tricolore e la bandiera della Comunità Europea, si è vivamente raccomandato di ricontattarlo per l'anno prossimo, invitandoci nuovamente all'ombra dell'Empire State Building.
Questa esperienza nel nuovo continente è stata molto bella e istruttiva anche se vissuta in un momento drammatico. La sensazione che mi ha dato quella corsetta a Central Park domenica mattina è stata fantastica. Noi podisti di tutto il mondo con la nostra vivacità, pur nel rispetto di chi stava soffrendo, "scorrevamo" in quel verde e per le strade della città come il sangue che si propaga nelle vene, quel sangue che porta la vita in tutto il corpo. Noi quel giorno, 4 novembre 2012, eravamo la linfa vitale della città, una città che sicuramente saprà rialzarsi come già altre volte ha fatto e che sicuramente ci regalerà con gli interessi quello che qualcuno, giustamente, ma tardivamente, ci ha negato quest'anno. Io comunque la mia maratona l'ho corsa alle quattro del mattino in albergo sul tapis roulant, tre ore ventotto minuti e nove secondi.

lunedì 9 luglio 2012

UltraBalaton 2012 : Dall'inferno al...Paradiso.

I ringraziamenti generalmente si fanno alla fine,io questa volta li faccio anche all'inizio per un motivo molto semplice. Senza l'aiuto di due AMICI,questo articolo avrebbe avuto un altro sapore ed un altro colore. GRAZIE ALESSANDRO E EMANUELA PAPI.
“Ciro, come va?” “Manu, mi ritiro non c’è la faccio più. Sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va. Lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente.
...Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta, venti,dieci, cinque metri... “Siiiii!, urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta.
In questi due periodi così diversi e tra di loro agli antipodi, è racchiusa tutta la mia UltraBalaton 2012: La sofferenza atroce seguita da una gioia indescrivibile. Sono partito da Milano il giorno prima della gara insieme a Marco Bonfiglio (ultimo vincitore della Nove Colli Running), doveva essere un week-end tranquillo, ma si trasformerà ben presto in un fine settimana tragicomico.
Decolliamo dalla Malpensa già con mezz’ora di ritardo e atterriamo a Budapest. Dopo l’autobus e le due metro, ci rechiamo a prendere il treno che ci porterà in zona lago Balaton. Chiediamo informazioni a due ferrovieri che fanno finta di non capire. Girovaghiamo per la stazione domandando a destra e a manca, ma niente, sembriamo extraterrestri catapultati da un altro pianeta. Dopo un pò, fermi su uno stesso binario, troviamo due treni che vanno in due località diverse. Quello che parte prima dovrebbe essere il nostro e due passeggeri confermano la nostra ipotesi. Partiamo e, dopo mezz’ora di viaggio, il ferroviere che prima aveva fatto finta di non capire, ci dice, sogghignando beffardamente, che abbiamo sbagliato e che dobbiamo tornare nella direzione dalla quale stavamo arrivando. Nel cambio di convoglio troviamo un ragazzo che dove andare nella nostra stessa località e si offre da guida. Lo seguiamo, però ci fa capire che il viaggio, tra cambi ed altro, durerà circa tre ore e venti. Un’eternità! Decidiamo così, dopo aver ringraziato il giovane, di prendere un taxi. Ci chiedono quasi duecento euro, trattiamo finche l’autista della macchina più scassata ci dice: “Vi porto io per centoventi”. Aggiudicato. Naturalmente senza aria condizionata, sedile con le molle quasi di fuori ma va bene, solo che ci porti a Tihany sarà una vittoria! Arrivati ad un distributore fa il pieno e, all’improvviso, toglie la scritta taxi...(ogni mondo è paese).
Arriviamo nella piccola penisola del lago dopo un paio d’ore e quasi dimentico lo zaino sul taxi. Andiamo a ritirare i pettorali e notiamo con piacere che la zona è piena di gente allegra proveniente da tutto il mondo e note musicali volteggiano nell’aria. Si scherza, si ride ed intanto espletiamo tutte le formalità. Verso le otto e mezza il pasta party: Un piatto di farfalle scotte, con panna, bacon e zucchero a velo, un bicchiere di birra e un gelato. Quando tutto è sistemato andiamo in albergo. Andare in albergo? E’ un eufemismo. Chiediamo indicazioni ma naturalmente c’è chi non capisce e chi ci manda da tutt’altra parte. Taxi non ce ne sono, tutto buio e i locali stanno chiedendo. C’è un ragazzo, parla inglese ed è gentilissimo, ci fa vedere sul suo navigatore dove dobbiamo andare e naturalmente dobbiamo fare quasi cinque chilometri a piedi... Con santa pazienza c’incamminiamo. Dopo un chilometro e brancolando nel buio, arriviamo ad un incrocio: “E adesso?” Marco si ricorda che sul suo telefonino ha il navigatore, lo accende e, naturalmente, siccome non ce ne va una per il verso giusto, ci dice che deve aggiornare le licenze e quindi non funziona. All’improvviso, ecco il miracolo,una coppia ci viene incontro e la ragazza parla italiano. Gentilissimi più che mai ci fanno arrivare un taxi da un paese vicino, che giungerà dopo mezz’ora e così dopo tanto girovagare giungiamo in albergo.
E’ tardissimo, ma prepariamo comunque tutta la nostra roba per l’indomani mattina e poi sveglia alle quattro. Naturalmente, non potendo fare colazione perché non in orario, ci affidiamo alla bontà del portiere di notte che ci prepara un panino con prosciutto, formaggio e... peperoni. Sono le cinque del mattino ed insieme all’amico Giacomo Maritati ci rechiamo alla partenza e, tra foto ricordo e battute, aspettiamo l’orario della partenza. E’sabato 30 Giugno sono le 6.00 del mattino e, dalle sponde del lago Balaton in Ungheria, parte la 6^ edizione ella Ultrabalaton, gara di 212km che costeggia in parte l’omonimo lago. C’è caldo, ma ancora si sta bene.
Man mano che passano i chilometri, scorriamo simpatici villaggi ed i nostri occhi catturano i bei colori che disegnano il “mare d’Ungheria”. Incontriamo gente simpatica che ci vede come marziani, tutto molto particolare ma il nemico trama nell’ombra. La temperatura aumenta sempre di più e più avanzo e più mi accorgo che il percorso non è poi del tutto piatto come veniva descritto. Due salite col 10% di pendenza, un percorso fatto di saliscendi interminabili, passaggi su sterrato, erba e ancora asfalto. Sarà così per una sessantina di chilometri, quando poi il tragitto diventerà piatto fino quasi alla fine. Ben presto la temperatura si stabilizza sui 42/43 gradi, siamo ancora agli inizi e tutto procede abbastanza bene. Lungo la strada già si vedono atleti in difficoltà ed ancora il cinquantesimo chilometro è lontano da venire. Sirene d’ambulanza squarciano l’atmosfera e purtroppo questo sarà il refrain dell’intera corsa. La mia andatura è cauta e così mi permetto il lusso di scattare anche qualche foto ricordo. Le bevande ai ristori: Acqua, the, birra, coca, integratori, iniziamo a trovarle calde. Purtroppo anche gli Organizzatori si son fatti cogliere impreparati da questa anomala ondata di caldo. Non si trova del ghiaccio neanche a pagarlo (alla fine ne troveremo un pò ad un solo ristoro) e così, man mano, inizia a prendere corpo il dramma.
Non me ne accorgo subito ma pian piano pensieri negativi iniziano a far capolino, poi un’ondata di negatività prende posto nella mia testa. Pian piano il caldo s’impossessa di me. Reagisco, alterno il passo alla corsa cercando di riprendermi. Scorrendo alcune località turistiche vedo gente rilassata e sorridente e tutto questo stride col mio stato d’animo. Le persone, le cose, che incontro lungo il mio percorso non hanno più forme definite, sembrano liquide, l’asfalto bollente da lontano sembra bagnato, è un gioco ottico, ma in quel momento mi sembra stranissimo. In preda agli incubi e a paure che non ho mai avuto, inizio a camminare. Ma camminare sarebbe bello, barcollo, sono alla deriva. Passano i chilometri, tanti, pochi, non so. Il tempo scorre lentamente. Ho ancora un briciolo di lucidità, sottovoce cerco i motivi di questa disfatta clamorosa, le cause di queste mie difficoltà.. Un urlo dalle viscere esclama: “Sei un esaltato, ti devi ridimensionare, non hai più voglia di soffrire, hai sottovalutato la gara e adesso paga. Ritirati, ritirati, ritirati! Cerco di lottare ma, come un pugile suonato che vaga per il ring, sbando per la strada, non capisco niente. Avevo però coscienza che c’era anche chi stava peggio di me: Atleti stesi sull’erba nelle aiuole, sotto gli alberi nelle villette sul lago. Sembrava un campo di battaglia, una Via Crucis. Sempre quella flebile vocina mi diceva: “Vai avanti,vai avanti!”, ma subito veniva sopraffatta dai mostri. Sono ormai allo stremo delle forze. E’ pomeriggio inoltrato e adesso ho deciso di ritirarmi, chiedendomi che senso avesse continuare quello sperpetuo. Definitivamente nel mio cervello avevo già scritto la parola “fine” ed avevo già pensato a tutte le scuse che avrei trovato per giustificare questa mia personalissima Caporetto.
All’improvviso però una voce: “Ciro come va?” “Manu, mi ritiro, non c’è la faccio più, sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente. Con i miei problemi e le mie angosce vedo un bar, fuori c’è un’altalena e un tubo di gomma dalla quale esce acqua. Mi fermo, mi tolgo le scarpe (cosa da non fare mai), slaccio il marsupio e cerco un pò di refrigerio all’ombra sotto l’altalena. Ormai sono perso. Dopo venti minuti mi rialzo, l’acqua mi dà una leggera scossa, ma ormai i titoli di coda stanno passando. Duecento metri più avanti c’è un ristoro, impiego dieci minuti per raggiungerlo anche perché non riesco a capire se sogno o son desto, credevo fosse un miraggio. Dieci interminabili minuti per porre fine alla mia agonia. Mi prendono il tempo facendomi mettere il chip, che ho all’indice sinistro, nella macchinetta. Non ho neanche la forza per dire: “Mi ritiro”. Vedo una sdraio, mi siedo un attimo e, mentre sto per raccogliere le ultime forze per chiamare il giudice, ecco che inviato dal cielo arriva il mio angelo salvatore, Alessandro “Rambo” Papi che, vedendomi come mai prima, esclama nel suo idioma toscano: “Cirinho, icchè tu fai?”. “Ale, amico mio, mi ritiro. Non ho più voglia di soffrire” e quasi piango dalla rabbia. Lui, dall’alto della sua esperienza, mi consiglia di stendermi e riposare un pò, non prima però d’aver bevuto e mangiato qualcosa. “Tanto il tempo c’è, stai tranquillo”. Intanto Manu, sua moglie, mi ha comprato una bottiglia d’acqua frizzante fredda che prima di bere mi passo sul collo, in faccia e sul mio stanco corpo. Il Papi riparte e la moglie lo segue dopo qualche minuto. Passa un americano e mi dice:”Cirinho, go,go c’mon, only two hours, poi sole no più”. “Sono le ultime parole che ricordo prima d’addormentarmi ed essere rapito dai fantasmi. Ogni tanto, qualcuno mi tocca forse per vedere la mia reazione, rispondo ma non so in quale lingua.
Mi sveglio e mi accorgo che sono passati circa cinquanta minuti. La situazione è completamente ribaltata. Sono fresco, tranquillo e riparto rinvigorito nel corpo e nello spirito. Echeggia nella mia mente il discorso di Al Pacino alla sua squadra nel film “Ogni maledetta domenica”. Lo conosco a memoria e, cambiando le parole, modellandole su quello che stavo facendo, mi ripeto: “Non so cosa dirti Cirinho, mancano un pò più di cento chilometri al traguardo. Tutto si decide oggi, ora tu o risorgi come atleta o scompari nell’oblio della mediocrità. Hai visto l’inferno pochi minuti fa, potevi rimanervi, bruciare lì, ma hai deciso di lottare e vedere la luce. Hai deciso di scalare le pareti dell’inferno e venirne fuori.... Adesso io non posso obbligarti a lottare! Guardati dentro, guardati negli occhi, scommetto che ci vedi un uomo determinato a guadagnare chilometri, ci vedrai un uomo che si sacrificherà volentieri per questa sua meta”. Quello che è successo prima non è mai esistito, vado avanti con fatica, certo, ma sicuro di me stesso. Ormai ho ripreso il controllo della situazione e so che niente e nessuno adesso mi potrà fermare. Mi ricarico della vitalità che sprizza la gente che vedo ballare, che mi saluta e m’incoraggia. Un sorriso può fare veramente molto quando si corre già da tante ore. Attraversato un tratto di centro urbano, si passa attraverso una pineta dove vengo anche investito da una bici che accompagna un atleta. Cado, mi rialzo e corro per altre tre ore. Quando è ormai quasi buio decido di prendere i manicotti, lo scaldacollo e la luce per la notte. Prima di ripartire mi sdraio un pò sull’erba, sotto un albero e mi addormento alcuni minuti.
Poco dopo riparto sempre con tranquillità assoluta, riprendendo la mia marcia. Per lunghi tratti si costeggia una ferrovia dove transitano treni molto vecchi che hanno il sapore del tempo che fu. La mia mente, a torto o a ragione, mi porta a pensare alla seconda guerra mondiale, quando milioni di persone innocenti venivano deportate nei campi di sterminio. Dopo un pò, anche la fortuna inizia a guardarmi in faccia perché sulla mia strada incontro due francesi: Juan e Gilles, quest’ultimo appena reduce da mille chilometri corsi qualche giorno prima della gara e per non farsi mancare niente anche dieci volte finisher alla Spartathlon, sei volte all’UltraBalaton e alla Nove Colli Running. E’ stanco, ma molto sicuro di sé, il transalpino. Formiamo un bel trio, parliamo, cerchiamo d’allentare la stretta della fatica. Ormai è notte, la temperatura dai 42/43 gradi diurni scende a 22/24. Nonostante l’escursione termica, il caldo c’è e si sente. Usiamo questa tattica di gara: Usciti dai ristori, camminiamo cinque minuti, poi una leggera corsa fino all’altro check point. Nei tratti dove si va al passo, sono loro che mi tirano, quando invece c’è da correre mi metto alla testa del gruppetto e faccio l’andatura, preoccupandomi di non staccarli. Le soste ai ristori sono ogni due brevi, una un pò più lunga. Tattica che si rivelerà vincente.
Figura fondamentale durante la nostra corsa è la moglie di Gilles, sempre pronta ad assisterci e a coccolarci. Lungo la notte il passaggio davanti ai ristoranti e ai locali notturni ci tiene svegli. Il percorso, in gran parte su pista ciclabile, è sempre ben segnalato e difficile da sbagliare. Ormai è quasi l’alba. Siamo ad un ristoro e bevo un bel caffè per la prima volta da quando sto correndo. Ripartiamo, ancora qualche minuto ed il cielo inizia a colorarsi d’azzurro, mentre il sole comincia già a pizzicare. La nostra tattica varia di poco, concedendoci più cammino che corsa. Mancano circa sessanta chilometri al traguardo. Col nuovo giorno però cambia in me qualcosa, la tranquillità si accompagna ad una forte determinazione, lo sguardo diventa cattivo. Gli occhi della tigre, adesso ho gli occhi della tigre! “Voglio solo il traguardo e bramo per quello. Il tempo e i chilometri passano, è cambiato anche lo scenario, ora si vede anche il lago. Inizia di nuovo il caldo soffocante. Ma, idratandoci bene e spugnandoci ancora meglio, debelliamo qualsiasi problema. Arriviamo a 19 chilometri dal traguardo e decido di cambiarmi. Gli indumenti del giorno prima lasciano il posto a nuovi capi puliti, più freschi e... sponsorizzati!
All’improvviso, però, la moglie di Gilles si avvicina seria e ci dice che stiamo andando, proseguendo così, fuori tempo massimo perché è convinta che il close fosse dato alla trentesima ora di corsa. Ci guardiamo in faccia, siamo sicuri che la signora si stia sbagliando, però la stanchezza e la continua insistenza della donna ci fa venire qualche dubbio: “E se avesse ragione?” Inizio ad innervosirmi un pò, non posso arrivare al traguardo e farmi sbattere la porta in faccia, non voglio! Decidiamo di recuperare per stare sotto le trenta ore, Juan però è poco reattivo, Gilles se ne accorge e non lo molla, anche io rallento e resto con loro. Non posso andarmene, abbiamo fatto più di cento chilometri insieme. Mi viene da piangere perchè so che potrei farcela. Gilles, a otto chilometri dal traguardo mi ferma, mi abbraccia e dice: “Vai Cirinho, se hai qualche dubbio è meglio che tu vada. Io sono sicuro delle trentadue ore, tu no. Vai, amico e grazie di tutto!” Aspetto Juan, abbraccio anche lui e parto come una scheggia, per farvi capire in otto chilometri gli ho dato 59 minuti (ma questo non conta).
Ormai solo un ristoro manca alla fine, lo passo, non mi fermo neanche. Due chilometri. Una lunga e ripida salita e poi gli ultimi mille metri. E’ domenica, mancano quasi tre, quattro minuti a mezzogiorno, ho il cuore che mi pulsa al massimo, è la gioia d’avercela fatta un’altra volta. Sono felicissimo, volo, l’ultima discesa ripida prima del traguardo e il gps segna 3'24’’ al km, la gente applaude, urla. Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta,venti, dieci, cinque metri: “Siii!”. Urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta. 29 ore 57 min. 33 sec. Al traguardo è stato fantastico incontrare gli altri finishers ed i loro accompagnatori.
Vedere gli altri arrivi è stato ancora più emozionante, il sapere cosa abbiamo sofferto per essere li in quel momento mi ha toccato il cuore. E’ stato difficile poi nascondere le lacrime quando Giacomo e Alessandro hanno oltrepassato il traguardo. Ho aspettato anche i miei due amici francesi e vedendoli da lontano sono corso verso di loro. Ci siamo abbracciati in una stretta infinita. Ci siamo guardati negli occhi e nessuno parlava, ma in quel silenzio c’era tutto: Fatica, emozione, rispetto e ringraziamenti. Signori, questo significa essere un ultrarunner. Dopo aver bevuto qualche litro di birra e mangiato una decina di ghiaccioli son tornato in albergo.
Cerco Marco ma lo vedrò solo dopo qualche ora quando mi racconterà della sua odissea. Era in terza posizione, è svenuto (ma non si ricorda) e si è risvegliato in ospedale a sessanta chilometri, con tre flebo nelle vene e col viaggio di ritorno da fare a sue spese. Intanto, posto su un social network la mia contentezza, ma anche la mia enorme delusione derivata dal fatto che m’ero praticamente ritirato. No, questo non mi andava giù assolutamente. Dall’Italia, però, alcuni amici mi facevano capire attraverso i numeri che dovevo essere solo contento di come fossero andate le cose. 202 partecipanti, 34 arrivati al traguardo ed io ventesimo. Praticamente solo il 15 % dei partenti era arrivato a completare il periplo del lago capovolgendo quelle che erano le percentuali degli altri anni.
La sera, come se non aversi corso per quasi trenta ore, io e Marco ci regaliamo un’altra passeggiata di otto chilometri con salite annesse per andare a riprendere, alla partenza, le sacche del forte atleta. Io cammino benissimo, non ho dolori muscolari, così come non ne ho avuti lungo la gara Non ho neanche una vescica e le caviglie non sono gonfie (grazie anche alle mie scarpe ON). Arrivati al ritiro sacche, una bella ragazza bionda mi riconosce e mi dice :”Ti ricordi, ti ho versato il caffè stamattina”. Un sorriso e poi le chiedo se posso rimanere a cena con lei intanto che Marco era intento a cercare le sue sacche. Questa donna mi ha regalato momenti fantastici, sguardi meravigliosi e una tenerezza infinita. Ritorniamo in albergo giusto in tempo per vedere il finale della debacle azzurra contro le furie rosse spagnole. Il giorno dopo, partenza per Milano e addio UltraBalaton. Addio, perché, anch’io come Paganini, non concedo mai il bis.
Voglio ringraziare come sempre chi mi ha permesso di correre questa gara: La mia società (Reggio Event’s), il mio allenatore (Vincenzo Esposito),il mio sponsor (Ginetto sport - Reggio Emilia) e tutti gli amici che mi seguono con simpatia non facendomi mancare mai il loro supporto.

domenica 8 luglio 2012

3^ Alpemarathon : Uno spettacolo...


Tutto è nato per caso l’anno scorso alla maratona di Torino, quando l’amico Mauro Firmani mi fece conoscere l’organizzatore della Alpe Marathon, Mario Blatto.
Questo signore, dai modi gentili e molto coinvolgente nel raccontare la “sua creatura” , mi fece promettere che sarei andato a Chatillon per correre la sua gara. Son trascorsi dei mesi, tanti chilometri sono scivolati sotto le mie scarpe e molte gare ho portato a termine, però non potevo mancare, anche se stanco dall’UltraBalaton della settimana prima, dovevo essere in Valle d’Aosta. Così è stato.
Nell’ultimo periodo, guardando il sito della manifestazione e vedendo le foto, mi sono innamorato dei posti attraverso i quali passavano i percorsi delle varie gare che componevano la kermesse.
Paesaggi mozzafiato, ruscelli, ponti di legno, facevano da corollario ad una natura che, con i suoi colori e i suoi aromi, ci ha inebriato per 42,195 km. Il tutto, unito ad un’organizzazione pressoché perfetta, ha fatto, di questo fine settimana, una mini vacanza da ricordare a lungo.
Sono arrivato a Chatillon al venerdì sera e dopo una cena tipica valdostana sono andato in albergo. La mattina dopo, recatomi al centro maratona per ritirare il pettorale, ho poi finito per dare una mano agli amici dell’associazione “La Via della Felicità” a montare il gazebo che servirà poi per la distribuzione dei famosi, ormai, libricini omonimi.
La mattinata praticamente l’ho trascorsa tutta lì, tra gli amici che arrivavano ed il lavoro dei volontari che s’intensificava sempre di più per fare in modo che gli atleti non avessero tante perdite di tempo.
Ho trovato anche il modo di fermarmi a parlare un quarto d’ora con un commosso e commovente Mario Blatto che, con le lacrime agli occhi, spiegandomi tutti i particolari, tutte le sottigliezze, mi ringraziava per aver tenuto fede alla mia promessa. Il tempo passa tranquillamente e, dopo un bel pranzo, vado in un centro benessere a regalarmi un bel pomeriggio tra piscina, sauna, bagno turco e quant’altro. Cena e poi albergo.
Sveglia domenica mattina presto, perché la gara parte alle sette e trenta. Un cielo plumbeo ammanta le vette che ci circondano e che il giorno prima galleggiavano in uno splendido azzurro. Ci rechiamo alla partenza, e con gli amici Mauro e Danilo decidiamo di fare gara insieme. Gara è un eufemismo perché, con la scusa di un malessere di Mauro e della mia stanchezza dovuta ai 212km corsi la settimana prima in Ungheria, decidiamo di andare quasi di passo, godendo di tutto quello che ci circondava. Così, con le macchine fotografiche nei marsupi, abbiamo potuto fermare tutto quello che di bello i nostri occhi riuscivano a catturare. Solo io avrò scattato più di centocinquanta foto.
La corsa parte in orario, si esce quasi subito dal centro e si va su per sentieri. Il percorso, ottimamente segnato, è a prova d’errore, impossibile sbagliarsi anche se qualcuno... Inizia a piovere presto, ma a noi sembra non importare tanto. Qualche salita ripida, qualche borgo caratteristico e pian piano le ore trascorrono nella più totale pace.
Mulattiere s’alternano a sentieri sui prati, la visione delle montagne circostanti ed il verso di tanti animali ci fanno compagnia, non ci fanno sentire la fatica del vario alternarsi dell’altimetria e allietano il nostro tranquillo andare turistico. Ristori ben forniti e gentilezza dei volontari incontrati ci rassicureranno lungo la strada. Incontriamo tanti amici durante il tragitto, tra cui Fausto - il notissimo Sir Marathon – che, raccontandoci aneddoti di alcune gare, ancora piange al ricordo (ricordo che ne ha corse oltre 560).
Un pò d’asfalto sotto i piedi ogni tanto c’è, ma poi subito verde, tanto verde. Bovini che pascolano lungo i sentieri e tantissime varietà di alberi mi fanno sentire come in una favola. Iniziamo a scendere e vediamo da lontanissimo St Vincent. Con tutta tranquillità approcciamo anche alla cittadina del casinò. Un passaggio in centro dove ci fermiamo perché lo speaker ci fa una mini-intervista e poi ancora qualche chilometro e siamo al traguardo, dove arriveremo felicissimi mostrando la nostra bandiera tricolore.
Cosa dire... Tutto bello, tutto fantastico. Se volete trascorrere un fine settimana di gare senza lo stress del crono e volete ritrovare un pò voi stessi, recatevi tranquillamente a Chatillon l’anno prossimo. Il pacco gara era ben fornito di alimenti tipici valdostani di alta qualità, forse le docce erano un pò piccole e magari, dopo i ristori, qualche raccoglitore per bicchieri in più ci poteva stare in modo da togliere ogni alibi alla inciviltà di qualcuno che ancora si ostina a deturpare l’ambiente. Vorrei ringraziare i miei due compagni di “viaggio” Danilo e Mauro con una mensione speciale per quest’ultimo che raccoglieva i segni dell’inciviltà di qualcuno e li lasciava ai ristori.
Grazie ancora a Mario Blatto, l’organizzatore, che ci ha accolto come meglio non si potesse. Voglio raccontare un aneddoto: A fine gara, quando gli ho detto che il percorso mi sembrava più lungo, è rimasto lì a spiegarmi come ha misurato il percorso e tutte le correzioni fatte per avere la distanza canonica della maratona.

Concludendo, posso racchiudere nei confini di una semplice frase l’intera giornata: Una domenica in cui sport e solidarietà si sono uniti alla perfezione e hanno regalato a tutti un pò di serenità.

venerdì 15 giugno 2012

Milano,Parco Sempione: Campionato Italiano 24 ore 2012.

Ciro di Palma Milano24 da staffettistaRSi è svolta tra il 9 e il 10 giugno scorso la Milano24 (cui era abbinata una 6 ore – la Milano6 – e una Staffetta 24X 1 ora – la MilanoXTutti – all’insegna della solidarietà.
Anche Ciro Di Palma c’era: non per partecipare ad una delle due ultramaratone in programma (tra l’altro, essendo nell’imminenza di una altro imminente appuntamento ultra-podistico – il Giro del Lago Balaton in Ungheria). Ciro é stato presente con grande senso di solidarietà sportiva per tutta la durata della manifestazione, pur correndo solo una frazione della gara a staffetta.
Quello che segue è il suo resoconto sulla manifestazione, di cui illustra i tantissimi aspetti positivi, non rinunciando ad esprimere tuttavia qualche notazione critica ai fini di un miglioramento della gara, in vista di una possibile assegnazione del Mondiale 24 ore, forse nel 2015.
Ecco il suo articolo.

(Ciro Di Palma) Dopo la catastrofe sismica che il nostro paese ha subito in questi giorni, era obiettivamente difficile organizzare una gara come il Campionato italiano 24 ore, arricchito da una 6 Ore e da una staffetta 24x 1ora (MilanoXTutti). Non era facile, ripeto, da due diversi punti di vista: Il primo logistico e il secondo economico.
Allestire una manifestazione del genere, vuol dire dotarsi di infrastrutture mobili come tende, avere a disposizione tanti lettini o brande per far riposare gli atleti durante la notte o quando la stanchezza inizia a far capolino, disporre di molti volontari che gestiscono i ristori e, all’occorrenza, in determinati orari, forniscono dei pasti caldi. Purtroppo e giustamente  gran parte di tutto ciò è stato convogliato nelle zone di maggior bisogno e, per far fronte a questo drammatico imprevisto, gli amici meneghini hanno dovuto dare il meglio di se stessi affinché tutto andasse per il giusto verso.
Alla fine non ho sentito uno di noi che si lamentasse di qualcosa ed eravamo tutti contenti.
E’ stata approntata una kermesse minimal, ma l’impegno mostrato dal Road Runners Club Milano è stato, ripeto, encomiabile. Certo, una critica o forse più di una gli va pure mossa, ma sempre nell’ambito di un futuro miglioramento stante la loro volontà di preparare un Campionato del Mondo della 24 ore nel prossimo futuro [probabilmente nel 2015].
Una cosa da rivedere è sicuramente il percorso, troppo stretto per ospitare tanti atleti e un pò pericoloso, se, come nel caso di sabato, sul tracciato gareggiano podisti che girano a velocità diverse per la presenza di tre gare in una sola manifestazione.
Tracciato poco scorrevole nella parte interna al parco, presenza di curve secche e di rapidi cambi di superficie. Secondo me si potrebbe trovare qualcosa di meglio [o comunque studiare delle varianti - M.Crispi].
Un’altra cosa sbagliata – a mio avviso - è stata quella di proporre un Campionato italiano a giugno [ma sono state esigenze di calendario, più che altro, anche se in linea generale non si può che essere concordi con Ciro, aggiungendo come correttivo che, in genere, la valutazione si fa più che sulla singola prestazione, sulla carriera e sull'evoluzione del singolo atleta - M.Crispi], quando per un atleta desideroso di realizzare una prestazione di rilievo era fine aprile il limite di tempo per presentare un certo risultato alla Federazione per essere preso in considerazione dalla Nazionale per i mondiali di settembre.
Come me, tantissimi altri amici, hanno “snobbato” la corsa lombarda per questo motivo ed hanno virato su altre manifestazioni. Vedere solo un manipolo, seppur qualificato, di atleti alla partenza ha dato meno lustro agli organizzatori.
Certo, poi, c’è stata la gara delle 6 ore e della staffetta a rimpolpare, “drogando” i numeri però, se contiamo i partecipanti che lottavano per il titolo nazionale, non è che ci sia stata un’invasione (meno di 30 i partenti). Peccato.
Si potrà parlare di calendario saturo, ma credo che qualche accordo si sarebbe potuto e dovuto trovare in virtù dello status della gara.
Sono giunto al parco Sempione di Milano circa un’ora prima della gara e l’atmosfera era quasi surreale.
Poca gente, ancora quasi tutto in allestimento e molto ancora da mettere a posto.
Ad un certo punto mi sono anche chiesto se non avessi sbagliato il posto di ritrovo e il punto di partenza.
A poco a poco, tutto però è stato messo in ordine ed è arrivato l’orario dello start.
La gara è partita con un tiepido sole e ha visto subito la fuga di Daniele Baranzini per gli uomini.
Ciro di Palma e Rossella Verzeletti byMaurizioCrispiMolto concentrato e sicuro di sé va è andato avanti col suo passo anche bello da vedere, mentre tra le donne una splendida Ilaria Fossati ha preso la la testa della gara.
Man mano che le ore trascorrevano, le condizioni meteo andavano peggiorando e durante la notte (a partire dalle 21.30 circa) un vero nubifragio s'è abbattuto nei pressi dell’Arena Civica rendendo molto più difficile la corsa degli atleti già provati dalle tante ore di corsa. La gara femminile vivrà di tante emozioni, la Fossati si ritirerà per un problema ed in seguito prenderà la leadership della gara una sempre sorridente Rossella Verzeletti, all’esordio sulla distanza.
La classifica finale femminile sarà: Verzeletti, Ardau e Agostini.
La gara maschile, invece, vedrà il sorpasso di Paolo Rovera nelle ultime ore di gara ai danni di un provato Baranzini, alla fine secondo, e poi una splendida terza posizione da parte di Stefano Montagner.
Dispiace che dei problemi abbiano privato la gara di uno protagonisti della vigilia, Vito Intini, forte atleta pugliese.
Una gara spettacolare è stata anche la 6 ore che, partita nel pomeriggio, ha dato vita ad uno splendido testa a testa tra Capponi, Ascoli e Bonfanti per la prova maschile, mentre in quella femminile una splendida Ilaria Marchesi ha avuto la meglio sulla francese Hyvernaud e sulla Aiazzi.
Molto bello e toccante è stato quando alla premiazione la Marchesi si è presentata con la bandiera di Crevalcore, la sua terra, uno dei posti più maltrattati dal terremoto.
E’ stato questo il modo di far sapere a tutti che Crevalcore c’è e ci sarà e noi tutti insieme a loro.
In questa festa dell’ultramaratona lombarda c’era anche la gara della staffetta 24 x 1ora.
Cinque squadre composte da ventiquattro atleti che si davano il cambio ogni ora.
I team erano le associazioni onlus: La Via della Felicità, Vivi down e il Tapa Team del dott. Sorriso.
Le altre due squadre erano Gazzetta Runners Club e Road Runners Club Milano.
Molto bello è stato il lavoro svolto dai volontari dell’associazione La Via della Felicità che durante la manifestazione hanno distribuito al pubblico e agli atleti presenti l’ormai noto opuscolo “La Via della Felicità”, il codice morale laico scritto da Ron Hubbard, che viene utilizzato ormai in tutto il mondo per sensibilizzare la società a fermare quel declino morale che ogni giorno viviamo.
Una guida per una vita migliore che anche io ho deciso di utilizzare da qualche mese.
La cosa che mi ha fatto enormemente piacere che l’intera manifestazione sia stata all’insegna della solidarietà e che sia servita per divulgare un messaggio positivo.
Io ho partecipato alla staffetta entrando in gara alla terza ora, ho corso un pò più di una quindicina di chilometri e mi sono divertito tantissimo.
Dopo sono rimasto per tutta la durata della manifestazione al parco ad incitare tutti gli amici che erano in gara e che vedevo soffrire. Facevo il tifo per tutti e non poteva essere altrimenti essendo io uno di loro. Sapevo quello cosa stavano provando in quei momenti, leggevo i loro pensieri, li guardavo dentro, m’immedesimavo nella loro corsa, la mia anima era lì che correva con loro che sono i miei avversari di sempre quando gareggio.
Avversari per modo di dire, perché tra di noi c’è amicizia, quella che mi ha portato ad esultare per una probabile convocazione in nazionale di uno di loro e che mi ha fatto emozionare quando ho visto il pianto finale di Baranzini.
Credo che il segreto della bellezza dell’ultramaratona sia proprio in questo, nel sentimento di amicizia che lega gli atleti ed il sapere che nel caso di bisogno si possa sempre contare sull’aiuto di un altro.
Un altro aspetto che in questi due giorni mi ha arricchito tantissimo è stato il parlare con tante persone che mi chiedevano delle mie gare.
E’ sempre bello sapere che tanti ti seguono e leggono interessate quello che scrivi. Incontrare e poi anche confrontarmi dialetticamente con persone come Maurizio Crispi, fine intenditore di corse ultra, e Gregorio Zucchinali, presidente IUTA, è stato per me la ciliegina sulla torta.
Una menzione particolare e speciale va al Mitico Marco Airaghi conosciuto nell’ambiente come il Capitano Scatenato.
Con la sua presenza ha dato un tocco di colore e di calore umano in più a tutto l’ambiente. Un grazie va agli organizzatori, i Road Runners Club Milano, anche se devono migliorare alcuni aspetti per poter ambire all’assegnazione del mondiale.

lunedì 11 giugno 2012

Il senso dell'Ultramaratona...


Mai inserisco nel blog articoli che non siano i miei ma quando una persona seria e competente come il dott. Maurizio Crispi mi ha regalato l'onore di essere citato in un Suo scritto,non posso che pubblicare il link che lo contiene. Grazie Maurizio Crispi.

http://www.ultramaratonemaratonedintorni.com/article-senza-cuore-e-senza-passione-nelle-ultra-maratone-non-si-va-da-nessuna-parte-e-come-essere-innamor-106751909.html


ciro-di-Palma-staffettista-alla-Milano24.jpgNel dopo-gara della Milano24, il grande Ciro Di Palma, mentre si parlava del più del meno, ha fatto - per far capire il senso della corsa sulle ultra-distanze ad un "laico" dell'ultramaratona che gli aveva chiesto, "Ma come si fa a correre per tanto tempo di seguito?" -, questa riflessione che voglio condividere, perché è arguta e profondamente significativa.
Ciro ha detto: "E' come quando c'è una donna di cui sei innamorato follemente. Faresti di tutto per arrivare sino a lei. E niente ti può distogliere - quando è così - dall'obiettivo che vorresti raggiungere con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze.
Correre un'ultramaratona, se sei animato dalla passione per questa tipo di corsa, è esattamente la stessa cosa. Non è che si sia dei masochisti e dei cultori della stolida fatica fine a se stessa. Si tratta di una cosa ben più profonda: si è innamorati di quello che si fa e si vuole arrivare sino in fondo, come quando si farebbe di tutto per arrivare alla donna di cui si è innamorati e si vuole con tutte le proprie forze (e con tutto il proprio cuore): e può solo essere quella e soltanto quella (non ci possono essere sostituti).
Se non c'è questo ad animare un ultramaratoneta (o aspirante tale), difficilmente potrà sopportare la fatica necessaria per arrivare sino al traguardo".
Correre un'ultramaratona - a qualsiasi livello - richiede forza (inclusa la preparazione tecnica) e cuore, ma soprattutto passione: questo è il messaggio che Ciro con la sua arguzia e con la sua vitalità tutta campana e partenopea ha comunicato al suo interlocutore e che io ho voluto trasmettere ai miei lettori.
Senza cuore e senza passione nelle faccende sentimentali, come nelle ultramaratone, non si va da nessuna parte.
L'ultramaratona (in qualsiasi sua specialità) è richiedente ed impegnativa: ti impone di esserci con tutta la tua testa, con il tuo cuore e con la tua passione, senza mezzi termini. O ci sei tutto, oppure non ci sei per niente.



Ciro-di-Palma-e-Rossella-Verzeletti-byMaurizioCrispi.jpg