martedì 9 luglio 2013
lunedì 8 luglio 2013
domenica 12 maggio 2013
24 ore di Torino 2013 : La "testa" aveva deciso diversamente...
La gara di Torino è stata la dimostrazione di come non si
può mentire al cervello umano nonostante il massimo impegno che si profonde
nel preparare una qualsiasi manifestazione. Questa ventiquattr’ore di corsa, in
realtà voluta più dal mio allenatore che da me, è stata la conferma che la mia
testa ha dato la priorità ad un certo tipo di gare,quelle più dure al mondo.
Dopo la Brazil 135,infatti, volevo recuperare bene,com’è accaduto e poi
preparare con tranquillità la Badwater ultramarathon. E’ successo invece,che
confrontandoci e avendo dei dati che confortavano la sua tesi,il mio coach, in
un paio di giorni, mi ha convinto. In questo momento non voglio dare la colpa a
lui della debacle perché sarei ingrato, voglio solo confermare quello di cui il
prof. Trabucchi spiega bene nei suoi libri. Il cervello immagazzina dei dati e
nel momento in cui ha bisogno di segnali positivi se hai delle cose negative
nascoste queste vengono fuori in modo dirompente. Io sono bravo ad uscire da
situazioni emotivamente critiche,mi è successo innumerevoli volte ma ho sempre
affermato che solo una “rottura” mi può fermare. E’ accaduto che un’infiammazione
ad un tendine non mi faceva più articolare la gamba e quando tentavo di correre
provavo un dolore lancinante. Quindi non solo il cervello non ha accettato la
gara ma ha fatto in modo di mettermi fuori uso regalandomi su un piatto
d’argento la scusa buona per tutti. Il programma d’allenamento per questa gara
è stato svolto col massimo impegno e sempre con serietà assoluta. Fisicamente
stavo bene ma la “testa” non era dello stesso parere. Cercavo di convincermi ma
una voce mi diceva:” Non bluffare,sai che non è così,la ventiquattr’ore viene
dopo la gara americana,solo allora darai l’assalto a quel tipo di corsa”. Sono
arrivato a Torino il giorno prima come sempre carico d’entusiasmo e con la
voglia di far bene. Dopo un viaggio senza stress con degli amici fantastici ho
trascorso il pomeriggio in albergo e subito dopo la cena ho presenziato a degli
incontri promozionali per l’associazione La Via della Felicità che comunque mi
hanno fatto andare a letto abbastanza presto. Al mattino la solita colazione,la
preparazione dei ristori e poi dritti
verso il parco Ruffini,teatro della gara. Un anello di un chilometro chiuso al
passaggio dei pedoni ci aspettava ben lieto di vedere le nostre gesta
podistiche. Rapido il ritiro del pettorale,qualche foto con gli amici e poi
ecco la partenza. Sul circuito di mille metri c’erano tanti atleti che ad
andature non uguali facevano la loro gara. Diverse erano le corse nella stessa
manifestazione: una sei ore,una cento chilometri e una
ventiquattr’ore,quest’ultima sia a per squadre che per singoli. La prima parte
di gara per me si è svolta tranquillamente forse leggermente più lenta del
previsto ma sempre molto allegro e disinvolto,quasi da sembrare li in gita
turistica. Non accusavo fatica,i rifornimenti li facevo in modo regolare e dopo
un pò inizio anche a scalare posizioni in classifica generale. Dopo circa otto
ore di corsa però un fastidio ad un tendine fa in modo che quando mi fermavo a
bere, alla ripartenza accusassi dei dolori lancinanti. Con l’andare avanti
sempre peggio,così ho iniziato a camminare un pò,mi son fatto fare dei
massaggi (un modo per prendere tempo più che altro) ma niente la situazione non
migliorava. Decidevo allora che sarebbe stato più opportuno fermarmi per circa
un’ora ma al rientro potevo solo camminare e basta. In quei momenti ho preso così la decisione di proseguire al passo fino
alla fine. Dopo qualche ora incrocio Antonio Tallarita che mi consiglia di
fermarmi definitivamente per non compromettere poi gli allenamenti per la
Badwater ultramarathon. A malincuore così ho scritto la parola fine
sull’asfalto che era stato lo scenario
della mia gara,ho fatto la doccia e riposato qualche ora. Al mattino seguente
ero sul percorso ad incitare gli atleti che avevano corso tutta la notte e che
avevano sui loro volti disegnati gli effetti della stanchezza. Verso le undici
le premiazioni e poi ritorno a casa con l’allegra compagnia dell’andata. Questa
non è stata un’esperienza negativa,anzi... So che dopo la corsa a stelle e
strisce nel mio futuro ci saranno delle gare da ventiquattro ore.Questo lo sa
Cirinho e lo conferma il suo cervello.
mercoledì 17 aprile 2013
martedì 16 aprile 2013
martedì 2 aprile 2013
19^ Acea Maratona di Roma : QUANDO A VINCERE E' LA SOLIDARIETA'.
Sono trascorse due settimane dalla fine della 19^ Maratona di Roma, ormai anche l’ultima eco si è dissolta nell’infinito ed il risultato della gara appartiene alla storia della manifestazione. Un semplice ed anonimo numero chiuso lì, in un file nel web. Ho fatto passare tutto questo tempo prima di scrivere questa cronaca perché volevo fosse scevra da condizionamenti e nuda di una qualsivoglia esagerazione dovuta al momento storico nel quale si è svolta la gara: Elezione a sommo Pontefice del cardinale Bergoglio e la vittoria dell’Italia di rugby sull’Irlanda. Non lasciarmi tradire dalla commozione o scadere nella retorica non è stato un esercizio di facile applicazione ma il motivo per cui eravamo giunti nella Città eterna e capitale del mondo ,probabilmente, qualche piccola scivolata me l’ha fatta fare. E' da oltre un anno che sostengo con tutte le mie forze la campagna de "La Via della Felicità" e ciò mi ha aperto nuovi orizzonti. Grazie a questi e seguendo il quarto ed il sesto precetto "Ama e aiuta i bambini" e "Dà un buon esempio", sono andato nella Capitale a donare il mio,il nostro contributo per...
“Clamoroso, col tempo di 6h27’26”, un manipolo colorato di atleti taglia il traguardo e vince l’ultima edizione della Maratona di Roma”. Questo era il titolo che albergava nei miei pensieri di sognatore e che i miei occhi innocenti avrebbero voluto leggere all’indomani della gara capitolina sulla stampa nazionale. Non sono impazzito, quella banda simpaticamente variopinta è realmente arrivata al traguardo e a suo modo ha veramente primeggiato. Lo ha fatto per il motivo per cui è giunta sulle sponde del Tevere e per l’idea che l’ha guidata per oltre quarantadue chilometri. L’ha fatto per beneficenza e, allora, sia loro che la onlus “La casa di Andrea” hanno meritato il gradino più alto del podio. Nata da un’idea di Mauro Firmani e magistralmente organizzata dal suo entourage, questa presenza ha raccolto oltre tremila euro che prontamente sono già stati devoluti all’associazione. “La casa di Andrea” si occupa di dare un tetto a chi viene da lontano e non avrebbe i soldi sufficienti per stare vicino al figlio che si trova in qualche struttura medica per gravi patologie, fa in modo che non venga meno il legame del bimbo con la mamma che al tempo stesso può continuarlo ad accudire, accarezzarlo e regalargli qualche speranza in più per il futuro. Seguendo una traccia del filosofo francese Denis Diderot che: “Non basta fare del bene, ma bisogna anche farlo bene”, è stato tutto curato nei minimi particolari. E’ stata fatta una raccolta di cimeli sportivi che poi sono stati i premi di una lotteria, si è deciso di far arrivare da tutt’Italia persone mascherate per dare un tono di colore con la loro presenza che altrimenti sarebbe stata anonima in un oceano formato da oltre quindicimila anime. Sono state comprate delle caramelle donate ai bambini lungo il percorso, stampati e distribuiti migliaia di volantini per far conoscere alle persone il motivo della nostra corsa un pò fuori dal normale. In quel gruppo non c’era l’avvocato, il professionista, il campione o il manager, ma Topolino, Minnie, la Banda Bassotti, quello con la cresta colorata e tanti altri, tutti accomunati dalla voglia di regalare un sorriso a dei bimbi e ai loro genitori. Abbiamo trascorso una giornata bellissima, portando una nota di allegria per le strade del capoluogo laziale. Ci siamo fermati in diversi punti della città diventando preda dei tanti turisti incuriositi e chissà in quante decine di migliaia di scatti siamo finiti. La cosa bella che anche altri amici, lungo il percorso, si sono uniti a noi lasciando stare il cronometro e misurando la loro prestazione non col famoso “tempo”, ma con l’emozione e con i brividi che sicuramente avrà sentito sulla pelle. Manzoni scriveva: “...Che si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene, così si finirebbe per star meglio”. Cosa c’è di più vero di queste parole? Io lo trovo difficile da trovare e per questo ringrazio le tante maratone che, sempre in numero maggiore, in questi anni stanno dando visibilità a tante associazioni che ripeto sono senza fini di lucro e che tanto si reggono sulla forza dei volontari. Questa maratona rimarrà scolpita nel mio cuore perché non c’è cosa più bella che essere utile al prossimo, le lacrime di tutti al traguardo invece sono state il suggello ad una giornata fantastica. Grazie.

mercoledì 20 marzo 2013
Brescia Art Marathon 2013
Questa maratona ha un inizio un pò strano. Un post su
facebook della mia amica Alina il venerdì antecedente la gara, “Chi viene con
me a Brescia a fare il pacer delle 4h30’ ? Contattatemi ” e nell’istante in cui
lo leggo decido d’andare. Sono il primo a propormi,così la pugliese incredula
e contenta mi da appuntamento alla domenica mattina nella città lombarda. Mi organizzo
subito chiamando il fido Andrea e all'istante troviamo l’accordo per fare il viaggio
insieme. Sabato pomeriggio però la doccia fredda,Alina mi comunica che non
potrà essere presente per motivi :”...poi ti spiego...”. Un vero problema per
me che non avendo mai corso ad un’andatura così bassa mi sarei ritrovato ad essere
molto più veloce del necessario portando fuori giri gl’ignari al mio seguito. Parlo
con gli organizzatori e cerco di farmi assegnare un tempo che vada dalle 3h 15' alle 4h 00’ ma non è
possibile. “Dai,tranquillo,vieni e domani vedremo” è la loro risposta. Non
tanto rinfrancato da ciò arriva domenica mattina e si parte alla volta di Brescia.
Ritiro pacco gara e pettorale veloce,foto di rito con tutti i pacers e la
scoperta che io sarò l’unico delle 4’30’. Viale Europa con la sua ampia sede stradale vede la
partenza e poi è un lungo peregrinare per la periferia della città. Il mio è un
gruppo ben nutrito anche perché costituito da tanti che correranno la mezza
maratona. Con me anche Angela Gargano,amica di tante avventure,giunta in città
con suo marito Michele anch’egli maratoneta. So che quell’andatura è la sua e
le chiedo se può stare con me fin quando le mie gambe non memorizzeranno il
ritmo. Come da consiglio degli organizzatori:” Fate divertire le persone”,
inizio il mio show,d’altronde uno che corre con una cresta colorata fucsia,
verde,gialla e blu come potrebbe non regalare un sorriso agli astanti. Insieme
a noi dall’inizio c’è Stefania che braccatomi sulla linea di partenza mi aveva
chiesto di portarla al traguardo senza difficoltà. E’ un susseguirsi di
battute,di barzellette,fino a quando alla mezza maratone praticamente tutto il
gruppo svolta facendomi rimanere insieme a Angela,Stefania ed un altro atleta. Che delusione...Abbiamo un vantaggio sulla tabella di marcia di circa quarantacinque secondi
,quindi tutto nella norma. Negli ampi viali che vengono percorsi, ammiro la professionalità
dei volontari, pronti ad indicare il senso di marcia con largo anticipo a tutti
gli atleti. Proseguiamo imperterriti e attraversiamo una vasta area
industriale con tantissime fabbriche. Un pugno in un occhio invece è un’ampia
zona formata da fabbriche dismesse e quindi da bonificare. Il sole intanto fa
sentire il suo calore ma siamo ancora lontani dal centro. Arrivati ad un certo
punto Angela mi dice che ha un problema e rallenta. Rimaniamo in tre. Verso il
trentacinquesimo chilometro perdo anche un altro atleta e così rimaniamo io e Stefania. Parliamo di tante cose,lei mi sprona
a chiacchierare,”Così non penso alla strada da fare”,mi ripete. Intanto il traguardo si
approssima e le soste ai ristori che io avevo calcolato più lente sono sempre
una toccata e fuga. Arriviamo al quarantesimo chilometro e rallento leggermente
invitando la mia ombra (Stefania) a continuare. Un boato accoglie il mio
giungere in piazza Paolo VI, sono i tantissimi gli amici che aspettano me per
fare festa tutt’insieme. Abbracci,saluti e foto prima della leggera salita che
sfocia in piazza della Loggia,così artisticamente bella,così un pugno nello
stomaco nella storia italica. Chiudo,da solo,in 4h 29’ 45” . Pasta party e poi a zonzo per la città in
direzione della metro dove mi sono sentito veramente osservato. E’ così strano
vedere uno che in inverno gira per le strade
in pantaloncini corti,canotta, cresta fosforescente e bandierone
dell’Inter al seguito? Ma si, sono proprio strani questi bresciani.
lunedì 11 febbraio 2013
Brazil 135 : Insieme al traguardo...
La corsa non è un semplice alternarsi di passi o un’inutile
moto perpetuo,è un viaggio dentro me stesso,è la ricerca d’inesplorati sapori.
Solo provare a dargli voce ed il mio corpo viene inondato da un senso di
benessere non facendomi accorgere,talvolta,che le rughe del mio viso vengono
solcate da lacrime che non sono di tristezza ma di felicità. Giro il mondo alla
ricerca di sensazioni nuove,posti da scoprire e strade da percorrere. “Non ho
bisogno di una ragione,ho bisogno di una strada”,questo è il mio ultimo
tatuaggio e questa è la mia vita. Non corro mai due volte la stessa gara perché
l’emozione che mi da una prima volta non sarà ma uguale alle altre. E’ come un
bacio al primo appuntamento,non lo scorderai mai più; gli altri per quanto
bellissimi,dolci e pieni d’amore non avranno più lo stesso gusto o la stessa
magia. Sono fatto così,dietro una maschera da Pulcinella si cela un cuore dove
pulsa una passione. La corsa. Questa voglia è la linfa che mi fa andare avanti
nella quotidianità e dritto per la mia strada. Questo turbinio di sensi e
questo inseguimento di brividi ulteriori mi hanno portato in
Brasile,precisamente a Sao Joao da Boa Vista,nello stato di Sao Paulo,dove ogni
anno si corre un’ultramaratona che per centotrentacinque miglia cioè duecentodiciassette
chilometri,percorre un lunghissimo tratto del Caminho da Fè. Questa corsa ha
poi il suo traguardo nello stato del Minas Gerais e precisamente a
Paraisopolis. Non è un percorso facile, la serra Mantiqueira per quanto
fantastica ,stupenda e con colori che sembrano rubati ad una tela di Signac, è
dura da attraversare. Terra battuta,strade sterrate e animali lungo il percorso
sono i compagni di viaggio. L’assenza di ristori, se non quelli forniti dalla
tua macchina d’appoggio e salite con una pendenza di oltre il venti per cento
sono le difficoltà aggiunte. Essendo una gara di montagna spesse volte piove e il tragitto diventa veramente impraticabile. Pozzanghere che diventano laghi, fango che si trasforma
in palude e sentiero ufficialmente segnalato ogni due chilometri con una placca
smaltata,anche se frecce gialle ne facilitano l’avvicinamento,ne fanno la gara
più dura alla quale ho partecipato. Più della Spartathlon e più della Nove Colli Running. Tutto ebbe
inizio nel duemiladieci quando,indossata da un gruppo di brasiliani che doveva
correre la duecentoquarantasei chilometri in terra ellenica,faceva bella mostra
la maglietta celebrativa di questa fantomatica manifestazione pedestre.
M’informai e riposi questo ricordo in un tiretto della mia mente,in un angolo
lontano del cervello. L’anno scorso,grazie all’amico paulista Carlos, questa
memoria un pò impolverata vide di nuovo la luce; le diedi una lustratina ed
emerse che la Brazil 135 è l’unica corsa al mondo che se terminata in meno di
quaranta ore dà la possibilità di essere ammessi direttamente alla Badwater
ultramatathon (altro mio sogno). “Allora,perché non provare?”. Mi presi qualche
giorno di tempo per studiare quelle che erano le caratteristiche di
questa kermesse sportiva e scoprii che, intanto è gara più tosta del Brasile,che
l’ottantacinque per cento del suo andare non su asfalto,in più è un tracciato di
montagna e devi arrivare al traguardo con le persone che registrerai come tuo
equipaggio prima della partenza, pena la squalifica. Una gara audace ma il seme
piantato due anni prima nella mia testa,ormai,stava iniziando a germogliare.
Chiamai Carlos a Sao Paulo e gli dissi secco:”Ok,vengo ma devi aiutarmi ! “.Emozionatissimo il brasiliano mi rispose :” Cirinho, amico mio spartano, pensa
solo ad allenarti che della logistica mi occuperò io, è un’ultramaratona dura
ma ce la farai.” Da quel momento iniziò il lunghissimo lavoro di preparazione
fisica e mentale per l’evento. Lunghi mesi di corse sull’argine di un
fiume,immerso nella nebbia padana,talvolta inghiottito da tempeste d’acqua e
neve ma io continuavo imperterrito per la mia strada. Visionavo centinaia di
filmati,cercavo foto o altri particolari che potessero meglio farmi capire a
cosa andassi incontro. Lunghe telefonate con Paolo Bucci che era stato ai
nastri di partenza nell’edizione precedente mi caricavano e mi davano ancora
più forza. Ricordo che una sera mi disse:” Ciro,questa è già una competizione
aspra di suo ma se dovesse piovere,è merda”. L’eco di quelle parole ha sempre
rimbombato nella mia testa. Nevicava o pioveva ed io m’allenavo ancora più
duramente su quella sponda di rio. Molti sguardi increduli mi seguivano,molte
domande della gente accompagnavano le mie uscite e quanta ilarità nei miei
confronti ho dovuto sopportare. Io li guardavo,sorridevo e non dicevo niente.
La risposta era dentro di me... “Arriverò a Paraisopolis, al traguardo di
questa prova io ci sarò! “Continuando così per mesi è arrivato anche il giorno
della partenza. Una vigilia un pò tormentata con febbre e vomito che non deponeva
certo a mio favore. Le condizioni meteo la settimana prima della mia partenza
dall’Italia erano state pessime: La zona tra Sao Paulo e il Minas Gerais era
stata colpita da molte piogge. Non era un quadro idilliaco,assolutamente.
Armato della incrollabile fiducia in me stesso,dal vedere sempre positività
anche quando tutto sembra volgermi contro e dalle previsioni del tempo che
almeno nel giorno dello start davano il sole,prendo il treno con
ottimismo,direzione Roma Termini. Arrivo in seguito all’aeroporto di Fiumicino
accompagnato dal mio amico Mirko e ad attendermi c’è quel gran signore di Mauro
Firmani che mi terrà compagnia fino all’imbarco. Volo per Francoforte e poi
altro decollo stavolta per Sao Paulo-Guarulhos dove atterrerò all’indomani
mattina. Sono emozionatissimo perché quando torno nel grande paese sud
americano è come se riapprodassi a
casa,tra la mia gente. E’ un legame forte,un cordone ombelicare che mai è stato
rescisso da quando ho lasciato il Brasile anni orsono. Procedure di sbarco e
immigrazione velocissime poi l’incontro con Carlos che non vedevo da due anni.
Subito andiamo a noleggiare l’auto che ci servirà per gli spostamenti e per la
gara. Qui fa la sua comparsa Silvia che già ha fatto l’intero percorso del
Caminho da Fè e ne conosce bene le
particolarità. Sbrigata anche questa formalità si parte in direzione Sao Joao
da Boa Vista. Dopo numerosissimi caselli autostradali,un ottimo pranzo in un
ristorante dove si mangiava cucina mineira,tante chiacchiere e quasi quattro
ore di viaggio,giungiamo a destinazione. Un paesino ordinato,così appare ai
miei occhi questo angolo di Brasile a me sconosciuto. Incontriamo subito
l’organizzatore,il comandante Mario Lacerda, che ci accoglie nel migliore dei
modi,sorridendo. Mettiamo a punto qualche dettaglio e poi andiamo in
albergo,dove stanchissimo vado a letto subito. Dormo benissimo ma nella notte
vengo svegliato dal rumore degli scrosci che vengono giù dal cielo. Intanto le
parole di Paolo :” ...se piove è merda...” venivano a galla. Ormai è l’alba e
non piove più da qualche ora. Facciamo una ricca colazione e ci rechiamo in un
club dove ci sarà il ritiro dei pettorali. Moltissime persone presenti:
accompagnatori,atleti,staff. Si,perché la manifestazione ha diverse competizioni
al suo interno : quarantotto ore,sessanta,in coppia,tris o quadruplo. Molti
gl’indigeni ma anche tanti provenienti dagli Stati Uniti d’America,
Polonia,Italia,Singapore,India ecc. Un bel mosaico multietnico all’insegna
della corsa. Mi accorgo in modo sorprendente della mia enorme popolarità
lontano dal Bel Paese. Aver corso e concluso la Spartathlon,gara nella quale
solo quattro brasiliani hanno visto la fine, mi eleva sorprendentemente. Ritiro
il pettorale ma quest’anno c’è la novità rappresentata dal chip che verrà
consegnato all’atleta e alla sua macchina d’appoggio in modo da controllare in
tempo reale le posizioni, le velocità ed eventualmente il verificarsi
d’imbrogli. Si vocifera,infatti,che negli anni precedenti ci siano stati dei
furbi...Ogni mondo è paese. Molto importante il briefing tenuto dagli
Organizzatori,ci parlano dei problemi che possiamo incontrare,del percorso e
della sua segnaletica. Dopo le foto rituali di gruppo ed un buon pranzo
offertoci gentilmente,siamo liberi d’andare e di pensare ad altro per liberare
un pò la mente. Stiamo in giro e nel pomeriggio facciamo un summit per mettere
a punto la strategia. E’ in quel momento che capisco quanto sia importante il
lavoro di squadra,il non commettere errori e disciplinare tutto perfettamente.
La linea di confine tra il successo e la sconfitta è molto sottile e corre
lungo una via che si chiama pianificazione. Il mio “equipaggio” aveva lavorato
benissimo quando io in Italia pensavo solo ad allenarmi : stampe con altimetrie
dei singoli tratti,foto di particolari punti del percorso e tanto altro. Tutto
mi faceva intuire come e quanto fosse importante anche per loro arrivare al
traguardo e questo mi responsabilizzava ancor di più. Vedere i loro occhi
carichi d’entusiasmo,il loro prendersi cura di me, mi spingerà a dare il
centouno per cento e a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Credevano in me ed io
mi fidavo di queste persone, si era creata la giusta chimica. Il destino però
ci doveva ancora regalare una grande sorpresa. Stavamo passeggiando,una cosa
banale che magari avrei potuto non scrivere ma durante questa camminata
incontreremo quello che sarà poi l’ingranaggio che farà girare alla perfezione
l’intero meccanismo. Lui è Ariovaldo Branco,notissimo ultramaratoneta di Santos
che ha nel suo curriculum : una Spartathlon, due Badwater e ben cinque
Brazil 135. E’ alla ricerca di un albergo perché è li per aiutare un’americana.
Avendo un posto letto libero lo invitiamo nel nostro alloggio. Entro subito
in sintonia con lui. Ride,scherza e conosce tutti; percepisco subito che è una
persona dal grande cuore e questo per me fa la differenza. Andiamo a cena,un
rodizio di pizza dai sapori in Italia sconosciuti. Abbiamo modo di parlare
tanto e accenno della mia paura a correre da solo nelle tenebre tra quelle
montagne. “Tranquillo Cirinho, di notte al buio farò,se mi è possibile la
sponda tra te e la statunitense. Stai solo sereno,la nottata passerà sempre e
dopo ci sarà sempre la luce”. Dopo quelle parole rilassanti torno in albergo a
riposare. Il crepuscolo del giorno è già avviato e il sonno ha la durata di un
battito d’ali di farfalla. La campana della chiesa con i suoi sei rintocchi ci
fa capire che è giunta l’ora di svegliarsi e di far colazione. Ore otto e
trenta,siamo in piazza Cel. Joaquim Josè per la partenza. Appello per tutti i
partecipanti,la banda musicale a rallegrare ancor di più l’ambiente, tante foto
e sorrisi stemperano un poco la tensione. Vengo avvicinato da un atleta che
riconosco subito,è Henrique Jacob,mi chiede di fare una foto con lui ed io gli
racconto delle ore passate a vedere i suoi video della corsa su youtube,
scoppiamo a ridere poi diventa serio e mi dice :”Cirinho,questa prova la superi
solo se hai fiducia in te stesso”. Ore nove in punto,si fa sul serio. Il comandante
Lacerda dà il via all’edizione del 2013
della Brazil 135. Si esce da Sao Joao da Boa Vista e la strada è già
nervosa,trascorsi cinque,sei chilometri d’asfalto incontro la mia macchina
d’appoggio e ci diamo appuntanento dopo quindici chilometri ad Aguas da Prata.
Ci fanno svoltare su una strada sterrata e qui inizia il calvario. Fresco e
tranquillo passo le prime due asperità con calma,l’andatura è lenta e va bene
così. Il percorso è già molto duro ed è importante mantenere delle riserve
d’energia. Il mio fisico viene messo a dura prova ma i miei occhi vengono
rapiti da scorci che sono meravigliosi. Si ritorna sull’asfalto perché si entra
ad Aguas da Prata. Mi fermo,riempio la mia fedele borraccia e riparto
impassibile. Altra salita e altro rallentamento. Mi raggiunge Carlos, con lui
che m’imposta i vari ritmi di corsa raggiungo la base del Pico do Gaviao.
Precisa come un orologio svizzero c’è Silvia,mi porge un panino che mangerò
nell’ascesa della cima più alta di tutta la corsa,intorno ai millesettecento
metri. Cammino perché c’è una pendenza ripidissima ma quando arrivo in alto
vengo ripagato da una visione paradisiaca,una vallata immensa dove il mio
sguardo si perde fino quasi a non scorgere l’orizzonte. Questo mio primo
traguardo mi riempie di gioia. Me la sognavo di notte questa erta, persone che
stancamente andavano su al passo e adesso ero lì e quasi non ci credevo ma era
tutto vero. Inizio a scendere,corro ma è una corsa frenata perché rischierei di
non poter più rallentare e di farmi male. Fa caldo,molto caldo. Il sole è allo
zenit e nei tratti dove batte direttamente a terra,dopo la pioggia dei giorni
precedenti, rende il terreno molto duro e sconnesso. Molta attenzione devo
prestare affinchè il mio incedere possa avvenire in sicurezza. Ritrovo la
macchina alla base del monte, prendo un pò di frutta,rabbocco la borraccia e
riparto. Il caldo lo allevio col ghiaccio che Silvia e Carlos comprano nei vari
centri che attraversano in auto. Arrivo ad Andradas che è pomeriggio inoltrato.
Continuo a prendere il mio gel ogni ora e mi sembra tutto ok. Ad un certo punto un problema ad una lente a
contatto mi fa fermare,non riesco a tenere gli occhi aperti. Mi calmo un
momento,risolvo l’inconveniente e dopo
una ventina di minuti sono lì ancora a correre. Intanto dai fori praticati alla
busta del ghiaccio che ho messo sotto il cappellino escono delle gocce d’acqua
fredda che il mio corpo sembra gradire molto. Mi attendono altri lunghi
chilometri prima di arrivare ad un altro punto micidiale: Sierra dos Limas. Per
strada incontro altre macchine che aspettano altri atleti e spesse volte
incrocio il maestro Heroi Fung anche lui di supporto ad un altro runner.
Stravede per me questo saggio orientale già allenatore di tantissimi
ultramaratoneti brasiliani. Mi dà tanti consigli e mi offre talvolta anche il
suo aiuto. Si corre abbastanza all’ombra,la cosa è piacevole però a terra è un
pantano. Fango che il sole non è riuscito ad asciugare,pietre e scarpe che
diventano pesantissime mi fanno esclamare:” Mamma mia, chi me l’ha fatto fare !!! ”, poi sorridendo come sempre andavo
avanti. Con l’astro lucente in fase calante e l’approssimarsi della sera
continuavo il mio percorso. Ad un certo punto, quando il buio ha rapito la
scena alla luce, vedo da lontano la mia macchina d’appoggio. Mi fermo dieci
minuti,mi stendo a terra su un tappetino e mi rilasso un pò. Quando sto per
riandare compare Ariovaldo, dice che l’americana ha avuto un problema e si è
ritirata. Da quel momento sarà a mia completa disposizione. Riprendo in
compagnia del brasiliano e sono molto più baldanzoso. Moltissimi animali lungo
il tragitto: vacche,cavalli,cani,uccelli di tutte le specie ci guardano e non
sembrano minimamente infastiditi dal nostro passaggio. Parla tanto il santista,
è esperto sa che la notte gioca brutti scherzi e la salita da fare è tremenda.
Mi vuole lucido e vi riesce perfettamente. Tra qualche difficoltà scolliniamo.
Altro rifornimento, altra vetta e si scende verso Barra. Un pò stanco ed il
refrain si ripete fino a Crisolia. Qui i miei due pacers si danno il cambio,non
vogliono lasciarmi solo sapendo della mia fobia a correre in solitaria tra
quelle montagne. Carlos entra in scena e l’andatura cala di molto ma questo non
è un problema. Ormai già da tanto tempo la mia equipe mi chiedeva quando e se
avessi intenzione di riposare un pò. La mia risposta era sempre la stessa:”
Arriviamo a Inconfidentes perché mi avete assicurato che da lì in poi la strada
spianerà e poi m’addormenterò una mezz’ora in macchina”. Giunti in un’altra
località la solerte Silvia mi passa un altro panino e della coca cola,fatico a
mandarli giù. Un leggero di nervosismo vedo che serpeggia tra i miei
accompagnatori,li capisco,sono stanchi anche loro. Non è facile per me ma anche
loro non vivono momenti di felicità. L’auto a volte rischia di rimanere
impantanata nel di fango rosso e se ciò accadesse sarebbe la fine della gara
anche per me. Riporto la serenità,siamo una squadra e bisogna andare in una
sola e unica direzione. Riprendo sempre con Carlos. La notte della Serra
Mantiqueira è fantastica,mi circonda di buio ma m’illumina dall’alto di un cielo
stellato che mai prima di quel momento avevo ammirato. I lunghi silenzi
trafitti solo dai versi degli animali e una sensazione di pace mettevano la
museruola alla mia enorme fatica. Arriviamo a Ouro Fino e qui incappiamo in un
piccolo inconveniente. Pur seguendo le indicazioni il paulista non è convinto
che siamo sulla retta via. “Carlos, la
freccia indica quella direzione,andiamo”, “Non sono sicuro,chiediamo a
qualcuno”,la risposta del brasiliano. Un ragazzino ci fa tornare indietro,
perdiamo un pò di tempo,richiediamo ad un altro che ci fa riprendere la
direzione che avevamo in origine. Altri quattro chilometri e anche
Inconfidentes è raggiunta. Sono le due e un quarto e decido di riposare qualche minuto.
Alle tre ricomincio a correre ma questa volta con Ary che ,tranne per qualche
chilometro, non mi lascerà più fino al traguardo. Convinto ormai che la parte
più dura del cammino sia passata,affronto il resto con più ottimismo. Ho qualche conato di vomito e così cambiamo
il sistema d’idratazione passando al succo di goiaba e all’acqua di cocco.
Saranno le mie bevande fino alla fine. Andando avanti però m’accorgevo che
m’avevano mentito,la strada saliva eccome se saliva,era durissima. Ormai i
primi raggi solari fanno capolino dal buio, la gente ancora un pò assonnata è
in strada, siamo arrivati in un altro paese. Ary si ferma in un forno e compra
del cibo a base di patate. Continuo per un piccolo tratto da solo,raggiungo
l’auto mi svesto degli indumenti notturni e di nuovo via. Vengo
appaiato ancora dal santista,mi dice: “Cirinho,dammi la tua borraccia e il
marsupio,l’asino lo faccio io,tu pensa solo a correre leggero.”. Il sole
rapidamente raggiunge il suo apice. Lungo la strada non si riesce più a
comprare il ghiaccio. Diventa critico proseguire, i raggi solari mi perforano,
sono dei martelli pneumatici sull’epidermide, le gambe sono affaticate dal
continuo alternarsi di salite ripide e di discese, tra terra battuta dura e
fango,sterrato e asfalto. “...Tranquillo,da Inconfidentes in poi...” , erano le
parole dei miei pacers che ricordavo. “ Finiranno,queste salite”, mi
ripetevo,ma più che ripetermelo era una speranza; più di una speranza era un
sogno perché sapevo bene che il percorso avrebbe presentato ancora delle belle
sorprese. Altra cima di una durezza orribile : Tocos do Mogì. Non vedevo mai la
sommità però anche qui la natura aveva disegnato il bello dando il meglio di se
stessa. Guardando verso la linea di confine tra il cielo e la terra,una strada
rossa pennellata tra le molteplici tonalità di verde con tanti animali
incastonati al suo interno. Il paradiso. Veniamo giù ma abbiamo finito l’acqua.
Da lontano una jeep,è Fernando Noguera altro organizzatore di gare in Brasile,
conosce Ariovaldo, ci fermiamo. Ci fornisce del prezioso liquido ed in più ci
dà anche del succo di goiaba e acqua di cocco. Ringraziamo e andiamo... Passiamo
un atleta anche lui molto provato,gli chiediamo se ha bisogno di qualcosa ma ci
fa un cenno che è tutto ok. Più avasnti ritroviamo la nostra auto. Altra sosta.
Il prossimo obiettivo adesso è arrivare ad Estiva. Superiamo ancora un altro
atleta,una bellissima cubana con la quale scambiamo volentieri quattro chiacchiere.
Ora però anche le discese sono divenute più dure quasi quanto le salite,però
con la forza di volontà procediamo. Giungiamo anche ad Estiva, mi faccio curare
due vesciche che si erano formate, la parte lesa brucia molto ma stringo i
denti. Tra tanta sofferenza una cosa ricordo volentieri ed è l’allegria con la
quale io e Ary correvamo. Cantavamo e ci divertivamo,non abbiamo mai smesso di
essere positivi anche quando eravamo rimasti senz’acqua oppure quando la strada
ci faceva dannare. Eravamo li, stavamo facendo quello che ci piaceva e poco
importavano i tormenti e i patimenti ai quali sottoponevamo i nostri fisici. La
vita è il sorriso,il sorriso che hai sul tuo viso. Ormai da Estiva manca solo
una maratona al traguardo. “...cavolo solo una maratona all’arrivo,cosa sarà
mai ? “Ancora tantissimo tempo per concludere la prova in quarantotto ore ma il
mio obiettivo sono le quaranta. C’è tempo,c’è tempo. Qui il mio pacer mi dice
:”Cirinho, la prova è tua, vai da solo
adesso e vai con Dio.” La temperatura era alta,troppo. Ghiaccio non ce ne,
Silvia mi guarda negli occhi con dolcezza ma nel suo sguardo leggo una
determinazione quasi da far paura, un brivido gelido mi corre lungo la schiena.
“Cirinho, andiamoci a prendere queste medaglie”. Riparto da solo,sbando un pò.
Nella mia testa solo calcoli matematici, mi estraneo da tutto quello che è
l’ambiente esterno. Riconosco i sintomi,rivedo i fantasmi del lago Balaton
(gara dove ebbi un’insolazione). Cerco la calma, la pace nei miei pensieri e
ripenso: “Mamma mia, Mamma mia, chi me l’ha fatto fare ?”. Avanzo, c’è
ancora la mia auto ma stavolta trovo il ghiaccio. Trovo refrigerio in quei
cubetti d’acqua solida. Sto per riandare e Ary mi dice che farà con me altri
venti chilometri. Rinvigorito dalle parole del mio scudiero mi rimetto in moto.
Non è facile e dopo qualche chilometro vediamo anche la nostra macchina ferma
che non riesce a superare uno strato fangoso. A fatica oltrepassiamo anche
questo. La temperatura è altissima. Il mio amico è stanco ma lo sprono a
continuare. C’è una pozza d’acqua, bagniamo i cappellini e avanziamo.
Raggiungiamo ancora Silvia e Carlos,prendono degli asciugamani ghiacciati e li
appoggiano sulle nostre spalle. Alcuni
minuti così e poi via. Qualche migliaio di metri più soft e poi ancora
salita, sembrano non finire mai, pare di stare in un girone dantesco. Una jeep
ci viene incontro da lontano,è il comandante Lacerda. Scatta qualche foto e ci
dice la nostra posizione :decimi. Valichiamo,vediamo nuvole nere in lontananza.
Dopo un pò comincia a piovere, “...se piove è merda...”,le parole di Bucci
tornano d’attualità. Cittadina di Consolaçao, i miei stoici aiutanti mi
aspettano all’intemperie. Prendo il k-way, la luce per il buio anche se è
pomeriggio (avrò ragione a farlo) e la bandiera dell’Inter.. Mancano venti
chilometri. Questa sarà la nostra ultima sosta,mi dicono che mi aspetteranno a
trecento metri dal traguardo non prima,però,d’avermi accompagnato ad un bivio
dove avrei potuto,data la stanchezza,sbagliare rotta. Da lì in avanti sarebbe
iniziato l’ultimo tratto, pianeggiante secondo loro fino a Paraisopolis. La
pioggia diventa battente,corriamo sull’asfalto arrivando al famoso crocevia, ci
salutiamo ed inizio l’ultimo pezzo da solo. Effettivamente salite non ce ne
sono,c’è d’aggirare una “pietra” così la chiamano loro,in realta è una
montagna. La presenza di tante vacche sul percorso mi ostruisce il passaggio,mi
fermo,ho paura. Provo a chiamare qualcuno nella casa li vicino ma nessuno mi
risponde. Il piovasco che viene giù con violenza inaudita,il freddo,
la stanchezza e lo scoramento tendono a prendere il sopravvento. Mi armo di
coraggio e pian piano passo attraverso la mandria che beatamente pascola.
Pericolo scampato? Macchè, cinquecento metri e la scena si ripete. Sempre con
cautela e timore mi muovo tra i quadrupedi che mi lanciano strane occhiate.
Procedo seguendo sempre le frecce gialle ma ad un certo punto m’indicano la
direzione verso un cancello di legno chiuso. Scavalcarlo non è facile in
condizioni normali,figuriamoci dopo trentaquattro ore e mezza di corsa, la
possibilità che possano verificarsi dei crampi è alta,chi m’aiuterebbe in caso
di bisogno? .Mi rilasso e oltrepasso l’ostacolo. Ormai è tempesta ma almeno la
strada anche se in leggerissima salita
presenta poche delle difficoltà che ne avevano caratterizzato molti
tratti precedenti. Sembrano non finire mai questi chilometri che mi separano
dal traguardo. Continuo ad andare ma ecco la sorpresa,un mostro davanti a me.
Una salita allucinante è lì, “...e questa da dove esce fuori ? “ mi dico
scherzando con me stesso. Inizio a camminare ma non è facile; le scarpe sono
infangate e pesano come due macigni. Arrivo su sperando di vedere a valle il
paese. Niente di più falso,ancora una salita e la scena si ripete. Anche in
discesa ci sono delle difficoltà,si scivola ed è anche sopraggiunto il buio.
Vado avanti con accortezza. Un tratto d’asfalto davanti a me,generalmente sta
ad indicare l’ingresso in paese. Ringalluzzito da ciò,avanzo con baldanza. Ci
sono due figure in lontananza,”Chi saranno mai? Le avvicino,è un atleta
brasiliano col suo aiutante,barcolla e con un filo di voce mi dice:” Vai, è
finita,sei arrivato”. Penso che ormai manchi al massimo un chilometro. Niente
di più ingannevole. Le indicazioni mi riportano sullo sterrato, un pò di
delusione mi avvolge ma non può mancare tanto mi ripeto,” non può! “. Vedo una
pietra nera a cinquanta metri da me ma sono esausto,solo in mezzo alle
montagne,al freddo e nel pieno di una bufera e la scambio per un cane. Ho paura
dei randagi,mi fermo. Il masso non si muove, mi guarda e penso: “Sarà abituato
a veder passare delle persone,sarà tranquillo,forse”. M’approssimo a lui
lentamente e quando gli sono a cinque metri m’accorgo d’aver avuto
un’allucinazione. Continuo il mio calvario,altra rampa da salire,vado su,mi
volto spesso per vedere se ci fosse qualcuno al mio inseguimento,cerco di
correre coperto cercando di nascondermi alla vista di chi mi segue in modo da
non essere preso nel mirino. All’improvviso un fascio di luce, una voce. E’ una
macchina dell’organizzazione,mi passa e di nuovo il buio totale,un tratto
d’asfalto e sento dentro di me che è quello finale. All’improvviso come musica
per le mie orecchie sento:” Cirinhoooooooo sei tuuuuuuuuu? “. “Siiiiiiiiiii”,rispondo.
Sono alle porte di Paraisopolis, Ariovaldo mi accoglie con un abbraccio e urla
il mio numero di pettorale ai giudici che lo comunicheranno via radio al
traguardo. Discesa durissima,quasi a strapiombo ma ormai è finita. “Eravamo
preoccupati, non ti vedevamo arrivare”, queste le parole del santista. Gli
parlo degli animali che ostruivano il percorso, del cancello da scavalcare,
dell’allucinazione e di tanto ancora. Ormai era tutto passato gli chiedo di Carlos
e di Silvia,mi risponde che mi stanno aspettando, piangendo, a trecento metri dal
traguardo. Iniziamo a cantare io e il brasiliano, le stesse canzoni che
avevano fatto da colonna sonora ai tantissimi chilometri corsi insieme
riecheggiano . Eccoli gli altri due amici :”Carlooooooooos,Silviaaaaaaaaaaaaa”,
con gli occhi ancora gonfi di lacrime mi vengono incontro e mi stringono in
un’abbraccio. La chiesa di Paraisopolis,il traguardo. I miei pacers vogliono
che io sia un passo avanti a loro. Non accetto. “Dovete arrivare insieme a
me,siamo una squadra e voi siete stati fondamentali”. Segnati dalla fatica ma
felici e urlanti tagliamo il traguardo. Sono le venti e quarantuno e dopo trentasei ore e quarantuno
minuti mettiamo fine al nostro sforzo.Veniamo premiati,fotografati e
intervistati. Li abbraccio forte uno ad uno ancora una volta,loro ricambiano la
stretta con la stessa intensità. Sempre sorridente vengo coccolato da tutti, firmo autografi ed anche il figlio del
Sindaco, un ragazzino simpatico, chiede alla mamma se può farsi immortalare con
me. E’ uno spettacolo di linguacce e quan’altro per stemperare la tensione.
Torno in albergo,doccia e messaggio in Italia per avvisare del mio arrivo. Vado
a letto ma verso le due mi sveglio, accendo il tablet e scopro che il giornale
della mia città nella sua versione on line, ha già dato la notizia con tanto di
foto e super articolo. Sulla mia pagina facebook noto con piacere che mio
fratello Enzo ed il mio amico Andrea avevano dato gli aggiornamenti di tutti i
miei passaggi e tanti amici m’avevano seguito
facendo il tifo per me. Un successo. Torno a chiudere gli occhi, al
mattino seguente scendo in piazza a vedere gli altri arrivi e con orgoglio
mostro a tutti la mia maglietta di finisher. Mi avvicina un americano e mi dice
:” Cirinho,questa è più dura della Badwater ultramarathon, io le ho corse
entrambe.” Carlos e Silvia devono partire subito perché hanno degli impegni
lavorativi, io insisto per farli rimanere ma loro restano della loro decisione.
Scoprirò più tardi che per seguirmi in questa mia avventura avevano preso dei
permessi non retribuiti a lavoro. Torno in albergo,c’è Carlos che sta
preparando le sue cose. “Tieni guerriero,questa è per te”,gli regalo una delle
due magliette bianche da finisher che sono diverse da quelle degli
accompagnatori. Non vuole,non accetta. “Cirinho è tua,è la tua ! “Gli spiego
che se abbiamo vissuto quell’avventura è stato perché lui ha organizzato tutto
e mi ha fatto rimanere sempre sereno. Si convince, si siede sul letto con il
trofeo tra le manie se lo pone sul viso. Resta immobile per qualche minuto,in
silenzio e assorto. Capisco la sua emozione che poi è anche la mia. Si alza
singhiozzando e mi stringe. “ Mi hai dato una delle più belle soddisfazioni
della mia vita,sarai sempre il benvenuto in Brasile.” Scendiamo in strada trovo
anche Silvia che sta caricando l’auto e anche lei confusa mi saluta. Ultimo
pranzo insieme e poi ripartono. Resto nella città del Minas Gerais con
Ariovaldo, guardiamo gli altri arrivi e poi la sera andiamo in un locale dove
ci verrà offerta una pizza e ci saranno i saluti finali. Il giorno dopo
partenza per Sao Joao da Boa Vista con Ary , Jarom e Tania . Si prosegue ancora
per Praia Grande quando arriveremo nel tardo pomeriggio. Vengo accolto dalla
famiglia del mio amico come se mi conoscesse da anni. Mi mettono a disposizione
tutto. “Questa è casa tua”. La sera un bel churrasco,la mattina dopo in
spiaggia e poi nel tardo pomeriggio mi accompagnano al pullman per andare
all’aeroporto.
Ore diciannove e
trentacinque, l’altoparlante chiama il volo Lufthansa per Francoforte... Cala
il sipario sulla partecipazione di Cirinho alla Brazil 135.
Devo essere onesto,senza la squadra che mi ha
supportato,difficilmente sarei arrivato al traguardo. Hanno fatto un lavoro
encomiabile. Grazie.
Ariovaldo, grande ultramaratoneta brasiliano, si è messo al
mio servizio umilmente e mi ha accolto a
casa sua come un fratello. Grazie
Jarom,una persona fantastica e collaboratore del comandante
Lacerda.Sempre molto presente. Grazie
Enzo e Andrea che hanno aggiornato la mia pagina facebook in
tempo reale. Grazie
Brazil 135, facendomi fare un tratto del Caminho da Fè, immerso
nello scenario della sierra Mantiqueira mi hai fatto capire ancora di più il
valore dell’amicizia e il significato del lottare uniti per una causa comune. Grazie
A tutti gli amici che mi hanno seguito con simpatia e che
hanno inondato il mio profilo fb di bei messaggi. Grazie.
A chi ha avuto la pazienza di leggere ed arrivare fino alla
fine. Grazie
domenica 13 gennaio 2013
Maratona di S.Silvestro 2012 : Ritrovarsi in amicizia.
Con la maratona di San Silvestro si è chiuso anche il 2012. Un anno che ha visto la luce trecentosessantacinque giorni fa ma che secondo la profezia dei Maya non doveva arrivare alla sua naturale scadenza,così, dopo lo scampato pericolo non potevamo che finire a festeggiare tutt'insieme a Calderara di Reno, luogo in cui da diversi anni si corre una simpatica e bella maratona. Una giornata quasi primaverile ci ha accolto. La sua temperatura, ideale per correre, ha fatto quasi non sentire fatica a noi principali protagonisti della giornata. E' difficile spiegare a chi vede la corsa in un certo modo la bellezza di questa manifestazione, non tutti ne capiscono lo spirito.
"Dove vai a Calderara ? Ma è bruttissima,si gira intorno ad un centro sportivo e poi il nulla...E' un circuito breve,mi fa venire il mal di testa...". Queste sono i giudizi che si sentono in giro. La mia risposta è semplice,io definisco bella una cosa che mi da soddisfazione e siccome ne provo tanta, quando sono in questo posto dell'Emilia Romagna insieme a tanti amici,non posso che definirla tale. La maratona di San Silvestro è un bel modo per chiudere l'anno podistico,il luogo dove incontrarsi serenamente facendosi gli auguri e magari manifestando i propri propositi per i successivi dodici mesi.La corsa della giornata quindi io la definisco un optional... La cosa bella è poi ritrovarsi alla fine tutti a tavola a mangiare dopo aver fatto una bella doccia calda. Per concludere e mettere il suggello a questa giornata,si brinda allegramente e poi con un velo di tristezza si torna a casa.
"Dove vai a Calderara ? Ma è bruttissima,si gira intorno ad un centro sportivo e poi il nulla...E' un circuito breve,mi fa venire il mal di testa...". Queste sono i giudizi che si sentono in giro. La mia risposta è semplice,io definisco bella una cosa che mi da soddisfazione e siccome ne provo tanta, quando sono in questo posto dell'Emilia Romagna insieme a tanti amici,non posso che definirla tale. La maratona di San Silvestro è un bel modo per chiudere l'anno podistico,il luogo dove incontrarsi serenamente facendosi gli auguri e magari manifestando i propri propositi per i successivi dodici mesi.La corsa della giornata quindi io la definisco un optional... La cosa bella è poi ritrovarsi alla fine tutti a tavola a mangiare dopo aver fatto una bella doccia calda. Per concludere e mettere il suggello a questa giornata,si brinda allegramente e poi con un velo di tristezza si torna a casa.
venerdì 14 dicembre 2012
Il segreto della maratona di Reggio Emilia...
“...il problema è che le società podistiche che gestiscono i
ristori,alle riunioni che teniamo prima dell’evento podistico,ci dicono: “
Possiamo aggiungere anche... “ ... “. E’ la voce di Paolo Manelli, presidente
di Tricolore sport marathon, il team che
organizza la Maratona città del Tricolore. Parole espresse col sorriso sulle
labbra e con orgoglio durante una lunga chiacchierata avvenuta dopo averlo
ringraziato per aver affittato uno spazio alla nostra associazione, La via
della Felicità, all’interno del PalaBigi,centro maratona e dopo avergli
consegnato un dvd nel quale vengono illustrati gli ormai famosi precetti. Un
Manelli molto rilassato e tranquillo,conscio che anche quest’anno il lavoro
svolto è stato di una qualità eccellente. E’ venuta fuori una bella
discussione che mi ha fatto capire ancor di più del perché Reggio Emilia,città
relativamente grande, abbia una maratona così partecipata. “... per diversi
giorni abbiamo dormito pochissimo,eravamo attaccati alle previsioni del tempo e
preparavamo dei piani d’emergenza nei casi in cui le strade non avessero
fornito la sicurezza necessaria a tutti. Vedi,se in questo posto avessimo avuto
un problema avremmo fatto così,se in quest’altro si fosse verificato questo, al
seguito di...,avremmo agito in questa maniera.” Alla fine mi ha mostrato quattro percorsi
alternativi,un lavoro certosino e incredibile che solo chi ha cuore e passione può sopportare. Paolo nel suo parlare ha
ripetuto spesso il pronome NOI, subito l’avevo inteso come NOI ORGANIZZATORI, dopo
qualche minuto però ho capito che era pensato come NOI MARATONETI. Si, perchè Manelli è anche un podista e nell’organizzare la manifestazione si mette pure
dalla parte di chi, sfidando il freddo pungente di una domenica di
dicembre,calpesta l’asfalto per quarantaduechilometricentonovantacinquemetri .
“... Vogliamo i
ristori ben forniti,un posto caldo dove spogliarci,un arrivo vicino alle docce
e un percorso sicuro,una buona maratona deve saperci offrire tutto questo (ed è
qui che ho afferrato) e Reggio Emilia questo lo da, a costo di tantissimi
sacrifici “. Tanta dedizione viene messa
per allestire un evento che col tempo è
risultato tra i primi cinque o sei in Italia a fronte di un budget che forse
sarà il quindicesimo in termini quantitativi in un’ideale classifica relativa.
Qui non c’è nessuna organizzazione
mastodontica da mantenere e non ci sono sponsor
che si prendono la responsabilità di organizzare in toto l’evento. Nella
Città del Tricolore si è contenti se alla fine si è in parità di bilancio,il
valore aggiunto lo danno i sorrisi e i bei commenti degli atleti che con tanta
passione e sacrificio tagliando il traguardo sono felici e ritornano l’anno
seguente A queste latitudini c’è gente che, organizzatori compresi,è uscita
alle cinque di domenica mattina per metter su il gonfiabile della partenza,la
sera prima ha dato una mano a scaricare i camion con le provviste fino a tardi
e tant’altro. Se la maratona di Reggio Emilia si è guadagnata negli anni il
rispetto e la considerazione di tutti si deve essere riconoscenti a queste persone e a chi,
con quel “...Possiamo aggiungere anche... “ , è sempre alla ricerca di
migliorie per rendere ancora più godibile il soggiorno nella città che diede i
natali a Ludovico Ariosto. Quest’anno la diciassettesima edizione della
kermesse emiliana ha anche unito lo sport alla solidarietà con una raccolta
fondi a favore del comune di Reggiolo, località della bassa reggiana tra le
più duramente colpite della provincia dal terremoto che nel maggio di
quest’anno ha fatto sentire i propri effetti nefasti. Ricordiamo che era dal
1300 che non si verificava una catastrofe del genere. Con queste ed altre
iniziative Reggio Emilia fa capire che lo sport non vive in un mondo chiuso in
se stesso ma fa parte della città e ne è il cuore pulsante. Non voglio
raccontare della mia partecipazione alla gara perché è stato un semplice
allenamento,una corsetta fatta con gli amici all’insegna del divertimento e
della goliardia. Correre con la bandiera dell’Inter e una parrucca con la
cresta fucsia certamente non mi ha fatto passare inosservato ai più. Mi è piaciuto incontrare tanti amici e di averli rivisti alla fine soddisfatti. Ho
due ricordi molto belli, il primo, l’arrivo del mio amico Paolo Giambartolomei
qualche secondo dopo di me anche lui col bandierone nerarazzurro e l’altro sono
gli ultimi cento metri di corsa fatti con mio nipote Mattia che in quello
spazio sprizzava gioia da tutti i pori. I ringraziamenti come sempre vanno agli
organizzatori,ai volontari,agli speakers Roberto Brighenti e Michele Marescalchi
(rigorosamente in ordine alfabetico i cognomi) che hanno raccontato e allietato
la giornata,ancora a Stefano Morselli che era in ogni dove con la sua macchina
fotografica ad immortalare i vari
personaggi. Non dimentico neanche chi in gara riconoscendomi m’ha fatto sentire
il proprio calore . Chiedo scusa solo a una signora che vedendomi passare si è totalmente dimenticata di essere alla guida e ha tamponato la macchina che la
precedeva.
lunedì 3 dicembre 2012
Classifica Pacer Turin Marathon 2012
Ecco cosa dice il sito:
Anche se alcuni erano alla prima esperienza da Pacer, il curriculum dei magnifici 35 angeli custodi di Torino è sicuramente impressionante: se avessero gareggiato a staffetta, tutti assieme avrebbero percorso (quasi) tre volte il giro della terra, 1.8 volte il raggio di Saturno, 1.5 volte quello di Giove, ed un sesto di quello del sole. Ciò significa anche la distanza corsa alla velocità della luce per quasi mezzo secondo. Ma il pacer non deve né correre a lungo, né velocemente ma "semplicemente" essere regolare, per aiutare i meno esperti a non consumare energie inutilmente.
Hanno tutti raggiunto questo semplice l'obiettivo? chi è stato il più regolare? chi è stato il miglior trio?
Noi di ThePacer.it abbiamo cercato di rispondere a queste domande, stilando la classifica dei migliori pacer. Sfruttando le (poche) conoscenze della teoria statistica dell'affidabilità e con semplici calcoli, abbiamo valutato le performance di tutti i pacer presenti sul percorso. L'idea è banale: come è stato spiegato nel decalogo del pacer, il nostro calcolo statistico ha determinato il gruppo più regolare tra tutti i pacer. Per evitare di penalizzare chi ha corso più tempo, abbiamo comunque "normalizzato" i risultati in modo da determinare l'affidabilità relativa del pacer, indipendentemente dal tempo complessivo. Il calcolo non è basato sul real time, ma come insegna il professor Massini sul tempo dallo sparo.
Ecco i risultati:
Anche se alcuni erano alla prima esperienza da Pacer, il curriculum dei magnifici 35 angeli custodi di Torino è sicuramente impressionante: se avessero gareggiato a staffetta, tutti assieme avrebbero percorso (quasi) tre volte il giro della terra, 1.8 volte il raggio di Saturno, 1.5 volte quello di Giove, ed un sesto di quello del sole. Ciò significa anche la distanza corsa alla velocità della luce per quasi mezzo secondo. Ma il pacer non deve né correre a lungo, né velocemente ma "semplicemente" essere regolare, per aiutare i meno esperti a non consumare energie inutilmente.
Hanno tutti raggiunto questo semplice l'obiettivo? chi è stato il più regolare? chi è stato il miglior trio?
Noi di ThePacer.it abbiamo cercato di rispondere a queste domande, stilando la classifica dei migliori pacer. Sfruttando le (poche) conoscenze della teoria statistica dell'affidabilità e con semplici calcoli, abbiamo valutato le performance di tutti i pacer presenti sul percorso. L'idea è banale: come è stato spiegato nel decalogo del pacer, il nostro calcolo statistico ha determinato il gruppo più regolare tra tutti i pacer. Per evitare di penalizzare chi ha corso più tempo, abbiamo comunque "normalizzato" i risultati in modo da determinare l'affidabilità relativa del pacer, indipendentemente dal tempo complessivo. Il calcolo non è basato sul real time, ma come insegna il professor Massini sul tempo dallo sparo.
Ecco i risultati:
- Primi classificati, palloncini azzurri delle 3h30 (Eduardo Aguilar - Beppe Bizzarri - Massimo Petrucci - Valter Audisio), tutti e quattro perfetti, con il coefficiente di variabilità sotto l'1% (sintomo di eccellenza).
- Secondi classificati, palloncini delle 4h45 (Mario Boncore - Alfredo Mongelli - Domenico Quartucci), in particolare Mario ha avuto un indice sotto l'1% (ma con tre rilevamenti rispetto a 4 equivale a circa 1.5%).
- Infine, terzi classificati sono risultati i palloncini gialli delle 3h50 (Luca Aiudi – Gaetano Covizzi - Ciro Di Palma), da segnalare Ciro, al debutto da pacer, e Gaetano entrambi sotto il muro del 2%, segno di incredibile costanza dei tempi.
lunedì 26 novembre 2012
Turin Marathon : Emozione da pacer...
"Bella da toglierti
il fiato". Questo è lo slogan col quale Turin Marathon ha inteso
promuovere la sua gara facendo bella mostra sui siti podistici e sulle pagine
di tanti giornali. Una maratona che ha saputo regalarsi un vincitore
all'esordio sulla distanza insieme al record della gara al femminile, ha avuto
la conferma di Valeria Straneo e l'ottima gara di Emma Quaglia, ma che si è
concessa anche un brivido finale quando un atleta degli altopiani è arrivato
barcollando al traguardo in stile Dorando Pietri."Emozionare per emozionarsi", è invece il messaggio che resta scolpito nel mio cuore e impresso in maniera indelebile nella mia memoria dopo aver corso nel capoluogo sabaudo. Il compendio di un fantastico week-end in terra piemontese. Non esagero se scrivo che a livello emozionale la maratona di Torino mi ha regalato tantissimo. La prima volta da pacer in un gruppo eccezionale, il record delle iscrizioni alla manifestazione frutto di un grandissimo lavoro svolto da parte di tutti, il saper di essere stato parte di tutto ciò e la soddisfazione sui volti di tutti, sono delle istantanee che difficilmente perderanno colore nell'album dei miei ricordi. Un giorno, quello di domenica scorsa, che resterà inciso nella mente di tanti per l'enorme partecipazione di atleti e di pubblico. Per mezza giornata Torino è scesa in strada mostrando il suo volto più bello. Maratona, StraTorino e Junior marathon, una festa dello sport all'aria aperta, dove la fantasia di tutti, top runner, camminatori, atleti veloci e lenti, ha potuto volare libera all'insegna dell'allegria e dell'amicizia.
Quest'anno c'era un nuovo percorso, tanta era l'aspettativa e la curiosità da parte di tutti. A mio modo di vedere le cose, promuovo questo nuovo tracciato a pieni voti, mi ha fatto ammirare ancora di più la città, la sua bellezza e il fascino particolare che evocano certe strade e alcune sue piazze. Torino ha avuto sempre una bella maratona, quest'anno però si è superata, è diventata grande. Non guardo al numero degli iscritti, sarebbe un gioco troppo facile e riduttivo, il mio occhio invece cade su quello che ha saputo offrire nell'intero fine settimana, a chi è arrivato nei giorni precedenti ha regalato concerti ed intrattenimento nella centralissima piazza San Carlo ma,anche a chi è giunto in città il giorno stesso della gara, ha donato tanto calore. Un esempio banale? Alla premiazione degli amatori non pochi atleti elite erano presenti; il loro essere lì ha significato dare il giusto risalto a chi la maratona la corre non per vincere ma sgomita nella pancia del gruppo ed è contento e felice anche solo se vede una propria foto o il suo nome su una pagina di un giornale da mostrare poi agli amici e da conservare. Sicuramente e con onestà dico che c'è ancora qualcosa da migliorare, però la base da cui partire è enorme.
Scrivevo prima che quest'anno è stata la mia prima esperienza da pacer ufficiale in una maratona, credetemi, alla fine ero molto più toccato io di tutti quelli che mi ringraziavano per averli guidati al traguardo. Sì, perché lungo i quarantaduemilacentonovantacinquemetri del tragitto ho fatto mie le storie di tutti quelli che hanno corso con me. La loro umanità, il loro voler raggiungere il traguardo in un certo tempo, il loro volersi regalare un qualcosa di cui essere fieri negli anni, è stata linfa per me. Un insieme di tasselli che il mio cervello metteva lì in un angolo, ma che ha saputo tirar fuori magicamente dopo il traguardo ricomponendo il mosaico. Un collage di pensieri e di sentimenti che aveva un titolo: Emozione. Non nascondo che, alla fine, vedendo tutti quegli atleti, stanchi ma fieri ed orgogliosi che mi circondavano festosamente, più di una lacrima è sgorgata dai miei occhi. Approfitto adesso per ringraziarli attraverso questo mio racconto.
Sono arrivato in Piemonte il giorno prima dell'evento sportivo e mi sono recato direttamente al centro maratona. Dalla stazione di Porta Nuova fino a Piazza Castello, passando da piazza San Carlo in quello che sarà l'ultimo tratto di maratona, noto con piacere che c'è una città già vestita a festa. Arrivato a destinazione apprezzo subito la prima miglioria rispetto all'anno precedente, gli stand sono tutti al coperto, in modo che anche una bella pioggia non avrebbe potuto causar danni. Il ritiro del pettorale e del pacco gara si svolge in modo celere rubando pochi minuti alla mia giornata. Resto lì, al tavolo dei pacer, fino all'imbrunire. Man mano che il tempo trascorre la gente aumenta e sono sempre di più le facce conosciute. Abbracci e foto con tutti o quasi. Passano da noi in diversi, ci chiedono dei tempi, dei colori dei palloncini e perfino se possono fidarsi. Col sorriso rispondiamo a tutti, dandoci poi appuntamento all'indomani mattina. Nel tardo pomeriggio, come il nostro "Capo" Mauro Firmani vuole, facciamo una riunione per organizzare il lavoro che dobbiamo svolgere il giorno dopo. Molto bello questo gruppo di " palloncini ", tutti amici e molto compatti. Non c'è invidia, si è tutti uguali, dal grande campione al più lento di noi. Quest'anno la nostra stella è stata Chiara Pandolfi, ragazza non vedente che, magnificamente supportata da Ilaria Razzolini, sarà capace di guidare tante persone al traguardo in cinque ore. Finito il briefing ci rechiamo al pasta party. Un "signor" pasta party: primo, secondo, acqua o bibita gassata, birra, gelato e cioccolata, c'è d'aggiungere altro?
Ritorno in albergo e poi subito a letto. Alba di domenica. Sveglia alle sei, colazione e poi in metro fino ad arrivare, dopo qualche passo a piedi, ancora al centro maratona. Iniziamo a gonfiare i palloncini, a scrivere su i tempi di riferimento, fino a quando tra lo stupore e le risate di tutti non tiro fuori una parrucca con la cresta fucsia su dei capelli verde fosforescenti. "Vorrai mica correre così?", era la domanda che mi veniva posta. "Perché no?", la mia risposta. Da quel momento credo di essere stato tra i più fotografati.
Ormai la città è sveglia, una bella giornata si profila ed il tempo è buono. A migliaia si riversano per le strade. Ci spostiamo verso la piazza che sarà il teatro della partenza. Per la sua conformazione non ci possono essere le griglie, è più larga che lunga e questo sarà un problema. Allo start (a proposito, chi lo ha sentito?), subito si è creerà un imbuto che rallenterà moltissimi atleti. Giunti in loco, aspettiamo con tranquillità lo sparo che ci darà il via. Una volta partiti, ci rendiamo conto che, transitati sotto il gonfiabile della partenza, abbiamo circa un minuto e mezzo da recuperare, usciamo dal centro e costeggiamo il Po.
Rubando qualche secondo al chilometro arriviamo alla mezza che abbiamo recuperato il gap ed abbiamo tre secondi di vantaggio. Manteniamo quell'andatura leggermente più veloce per permettere a tutti dei ristori più tranquilli. Il nostro passo è abbastanza costante. Tanti guardano il cronometro come ossessi, li vedo e consiglio loro di non farlo. "Ragazzi,al traguardo vi portiamo noi, state tranquilli". E' questo il mio monito, si fideranno e faranno bene. Lungo la strada faccio contenti molti bambini battendogli il cinque, tanti sorridono vedendo quella mia strana criniera multicolore. Gli ultimi chilometri per qualcuno che ci segue sono di sofferenza, cerchiamo di spronarli, li incitiamo fino a quando, giunti nell'ultimo tratto di percorso,alla vista della finish line in lontananza, mettono le ali ai piedi. La mia bandiera dell'Inter è già li che sventola da un po' e, tra le battute degli spettatori, tagliamo il traguardo in anticipo sul tempo prestabilito di sei secondi. Un successo.
Il ristoro finale è subito dopo il gonfiabile, ma deve essere però migliorato. Chi è arrivato per esempio dopo quattro ore e mezza ha trovato solo un pò di pane con le sottilette e il tè. Le docce e gli spogliatoi nella piazza antistante l'arrivo sono molto comodi da raggiungere, ma anche questi servizi si devono migliorare. Visto le spazio esiguo all'interno delle docce, con gli spogliatoi a una ventina di metri, sarebbe più logico unirli, trattandosi comunque di strutture mobili, in modo da non vedere uscire atleti mezzi nudi ed aspettare fuori al freddo perché dentro c'è folla.
Rimessomi a nuovo dopo la gara, insieme agli altri amici pacers, siamo ritornati a piazza San Carlo ad aspettare Chiara e il suo plotone delle cinque ore. L'abbiamo vista arrivare e ci siamo uniti a Lei creando una fila indiana che la vedeva come "testa". Molto bello è il saluto che la città ci ha riservato e che le ha tributato in particolar modo. Questa nostra trovata finale aveva un duplice significato: il primo era che anche chi è affetto da un problema grave può e deve fare sport con tutti e come tutti; il secondo era un nostro modo di ringraziare la città di Torino per averci ospitato. Sono rimasto nella zona del traguardo fino a quando non è arrivato l'ultimo. Fermo lì anche colui che è il padre di questa corsa,Luigi Chiabrera, che ,come fa,sempre ringrazia tutti fino alla fine.
Per concludere vorrei ringraziare un pò di persone perché è doveroso farlo. Un grazie va a Luigi Chiabrera, ai suoi collaboratori (i Ragazzi della Cascina, come li chiamo io) e a tutti i volontari. Molto prezioso il loro lavoro. I ringraziamenti vanno ascritti anche a Mauro Firmani, leader di Marathon Truppen, cioè dell'allegra e colorata brigata dei pacers. Un riconoscimento particolare va a chi ha reso, per me, questa giornata indimenticabile: alla città di Torino con i suoi abitanti e ai miei compagni di viaggio lungo tutto il percorso.
lunedì 12 novembre 2012
New York 2012: Una maratona forse mai nata...
Doveva essere il tributo ad una giornata di festa, la storia della maratona per antonomasia: Invece, quello sulla gara newyorkese, sarà il resoconto di una 42km che forse non è mai nata se non nel portafogli del "gruppo d'affari" che la gestisce e nella testa confusa del Sindaco della "Grande Mela".
Non fraintendetemi, è stato giusto non correre, per la prima volta nella storia, la New York City Marathon ed ha fatto bene il Mayor ad annullarla. Questo non vuol dire che errori non siano stati commessi, anzi. Nel mio modo di vedere gli accadimenti, si è assistito a tutta una sequenza di sbagli al punto che sembravano, in primis il Primo cittadino, dei dilettanti allo sbaraglio e non persone altamente qualificate. C'è da capire il momento, c'è da comprendere l'emotività, ma se quei Signori occupano determinati posti è perché devono anche prendere decisioni forti in momenti particolari.
Bloomberg è stato in balia degli organizzatori prima e dell'opinione pubblica dopo. Il non aver compreso subito quali problemi l'uragano potesse aver cagionato alle attività che si sarebbero svolte in città è stato grave ma non essersi reso conto dell'immane gravità e dei danni arrecati dall'evento atmosferico è stato ferale. Molto probabilmente hanno influito sulla decisione finale anche le elezioni presidenziali. Una scelta forse "consigliata" dall'alto e figlia dei sondaggi che probabilmente ha spostato gli equilibri della corsa alla Casa Bianca, facendo confluire magari i voti in una certa direzione. Questo e anche tant'altro ha fatto in modo che la cancellazione della gara di per se giusta fosse presa con un ritardo assurdo, comportando svariati problemi a tante persone. Si doveva disporre e chi era preposto a farlo non l'ha fatto.
Anche dopo il funesto 11 settembre 2001 fu fatta una scelta e, a torto o a ragione, fecero svolgere la manifestazione. All'epoca ci fu fermezza, quella che è mancata la settimana scorsa. Il Sindaco, guardandolo in televisione, ha sempre tentennato cercando continuamente di spiegare ogni sua presa di posizione ma non è mai stato convincente al 100% e sicuro alla stessa maniera.
E' difficile adesso spiegare cosa sia passato nella mente delle tantissime persone giunte negli Stati Uniti per correre l'edizione del 2012 della New York City Marathon alla notizia della cancellazione. Molto più facile invece è scrivere cosa ho visto sui loro volti e cosa ho letto nei loro occhi. Delusione, rammarico e in alcuni anche disperazione. Ho parlato con persone che piangevano perchè avevano risparmiato un anno intero facendo dei sacrifici enormi per regalarsi un sogno, il sogno di correre la maratona delle maratone, l'evento podistico al quale il mondo intero guarda. La gara che se non l'hai corsa, per l'uomo della strada, non sei nessuno. Uno show, una cassa di risonanza assoluta. Chi rimborserà i soldi a quelle persone? Probabilmente avranno, avremo l'iscrizione pagata per l'anno prossimo, ma il viaggio, l'albergo e le spese extra che dovranno, dovremo riaffrontare chi le rifonderà?
Avremmo capito e giustificato sicuramente se c'avessero detto della revoca della corsa prima di lasciare i nostri luoghi d'origine ma dopo essere partiti e aver fatto viaggi che sembravano estratti dai romanzi d'avventura per quanti scali qualcuno ha effettuato è inammissibile e inqualificabile. Troppi interessi, troppi soldi e troppo cose che purtroppo sono passate molto al disopra delle nostre teste sono successe. Anche noi dell'associazione "La Via della Felicità" dovevamo correre la maratona. Siamo giunti a New York giovedì sera e personalmente non avevo capito bene l'entità del dramma, nonostante già all'arrivo i bus che dovevano portarci all'aeroporto non ci fossero per mancanza di carburante. In taxi ho dormito ed una volta arrivati in albergo ho visto solo una città avvolta dalle luci come se niente fosse successo. Un salto sul tardi in una sfavillante e quanto mai accattivante Times Square non faceva altro che confermare quello che pensavo e cioè pochi danni e tutto rimesso a posto. Frugale panino e poi a letto.
Venerdì mattina, ritiro del pettorale e del pacco gara. Atleti, accompagnatori giunti da tutto il mondo riempivano il centro maratona. Un crogiuolo di razze, un mosaico di colori, una moltitudine di lingue, avevano trasformato il sito in un'autentica torre di Babele. Si respirava felicità, quel posto trasudava di emozioni. Anche io, poco incline a certi comportamenti sentimentali, mi facevo cullare da quell'onda positiva. Un pò di shopping nel pomeriggio e poi la mazzata. Arriva un messaggio dall'Italia alla nostra amica Simona: "Mamma, hanno annullato la maratona". Subito la risposta: "Tranquilla,è una notizia vecchia, abbiamo anche ritirato i pettorali. E' tutto ok". Qualcuno di noi, però, sconcertato da quel messaggio, si collega al sito degli organizzatori e vede quello che nessun altro di avrebbe voluto mai leggere: THE NEW YORK CITY MARATHON HAS BEEN CANCELLED.
La notizia si sparge in città e si estende a macchia d'olio. Un attimo di smarrimento s'impossessa del nostro gruppo, non sappiamo cosa fare. Ci guardiamo in faccia e cerchiamo di fare il punto della situazione. Siamo arrivati nella Grande Mela per portare il nostro messaggio attraverso la corsa, per far conoscere ancora di più La Via della Felicità. Cosa facciamo? All'unanimità decidiamo di unirci agli altri a Central Park nel giorno della maratona in modo da far sentire alla città la nostra vicinanza. Essere lì, presenti, significava dare un segnale di contatto da parte nostra a questa metropoli.
Un nostro caro amico americano ci porta a vedere la parte sud della città ed è in quel momento che capisco il dramma. Non c'era corrente elettrica, mancava il gas, di acqua nelle case neanche una goccia, strade ancora sott'acqua e devastazione in ogni posto, sembravano scene di guerra, pareva un film, un brutto film. Vedendo quello che i nostri occhi stentavano, facevano fatica o non volevano mettere a fuoco, rafforzavamo l'idea dell'utilità della nostra "missione" e, oltre che a sgambettare in quei giorni in cui siamo stati negli Stati Uniti, abbiamo offerto gratuitamente a chiunque fosse interessato l'edizione tascabile de La Via della Felicità, nota a contribuire a migliorare la qualità della vita. Con molto onore poi siamo stati al Consolato Italiano di New York, dove Sua Eccellenza il Console ci ha ricevuto. Al suo cospetto abbiamo fatto una presentazione della nostra nobile campagna sociale e abbiamo dato in dono al nostro esponente in terra americana, la copia del famoso testo, La Via della Felicità scritto da L.Ron Hubbard. Sua Eccellenza, molto colpito e affascinato, ha tanto apprezzato, ci ha incoraggiato e spinti a continuare lungo questo percorso atto a far conoscere questi ventuno precetti al mondo intero. Quando ci siamo congedati da Lui, non prima però d'aver fatto le foto nel salone dei ricevimenti sotto l'Italico Tricolore e la bandiera della Comunità Europea, si è vivamente raccomandato di ricontattarlo per l'anno prossimo, invitandoci nuovamente all'ombra dell'Empire State Building.
Questa esperienza nel nuovo continente è stata molto bella e istruttiva anche se vissuta in un momento drammatico. La sensazione che mi ha dato quella corsetta a Central Park domenica mattina è stata fantastica. Noi podisti di tutto il mondo con la nostra vivacità, pur nel rispetto di chi stava soffrendo, "scorrevamo" in quel verde e per le strade della città come il sangue che si propaga nelle vene, quel sangue che porta la vita in tutto il corpo. Noi quel giorno, 4 novembre 2012, eravamo la linfa vitale della città, una città che sicuramente saprà rialzarsi come già altre volte ha fatto e che sicuramente ci regalerà con gli interessi quello che qualcuno, giustamente, ma tardivamente, ci ha negato quest'anno. Io comunque la mia maratona l'ho corsa alle quattro del mattino in albergo sul tapis roulant, tre ore ventotto minuti e nove secondi.
lunedì 9 luglio 2012
UltraBalaton 2012 : Dall'inferno al...Paradiso.
I ringraziamenti generalmente si fanno alla fine,io questa volta li faccio anche all'inizio per un motivo molto semplice. Senza l'aiuto di due AMICI,questo articolo avrebbe avuto un altro sapore ed un altro colore. GRAZIE ALESSANDRO E EMANUELA PAPI.“Ciro, come va?” “Manu, mi ritiro non c’è la faccio più. Sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va. Lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente.
...Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta, venti,dieci, cinque metri... “Siiiii!, urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta.
In questi due periodi così diversi e tra di loro agli antipodi, è racchiusa tutta la mia UltraBalaton 2012: La sofferenza atroce seguita da una gioia indescrivibile. Sono partito da Milano il giorno prima della gara insieme a Marco Bonfiglio (ultimo vincitore della Nove Colli Running), doveva essere un week-end tranquillo, ma si trasformerà ben presto in un fine settimana tragicomico.
Decolliamo dalla Malpensa già con mezz’ora di ritardo e atterriamo a Budapest. Dopo l’autobus e le due metro, ci rechiamo a prendere il treno che ci porterà in zona lago Balaton. Chiediamo informazioni a due ferrovieri che fanno finta di non capire. Girovaghiamo per la stazione domandando a destra e a manca, ma niente, sembriamo extraterrestri catapultati da un altro pianeta. Dopo un pò, fermi su uno stesso binario, troviamo due treni che vanno in due località diverse. Quello che parte prima dovrebbe essere il nostro e due passeggeri confermano la nostra ipotesi. Partiamo e, dopo mezz’ora di viaggio, il ferroviere che prima aveva fatto finta di non capire, ci dice, sogghignando beffardamente, che abbiamo sbagliato e che dobbiamo tornare nella direzione dalla quale stavamo arrivando. Nel cambio di convoglio troviamo un ragazzo che dove andare nella nostra stessa località e si offre da guida. Lo seguiamo, però ci fa capire che il viaggio, tra cambi ed altro, durerà circa tre ore e venti. Un’eternità! Decidiamo così, dopo aver ringraziato il giovane, di prendere un taxi. Ci chiedono quasi duecento euro, trattiamo finche l’autista della macchina più scassata ci dice: “Vi porto io per centoventi”. Aggiudicato. Naturalmente senza aria condizionata, sedile con le molle quasi di fuori ma va bene, solo che ci porti a Tihany sarà una vittoria! Arrivati ad un distributore fa il pieno e, all’improvviso, toglie la scritta taxi...(ogni mondo è paese).
Arriviamo nella piccola penisola del lago dopo un paio d’ore e quasi dimentico lo zaino sul taxi. Andiamo a ritirare i pettorali e notiamo con piacere che la zona è piena di gente allegra proveniente da tutto il mondo e note musicali volteggiano nell’aria. Si scherza, si ride ed intanto espletiamo tutte le formalità. Verso le otto e mezza il pasta party: Un piatto di farfalle scotte, con panna, bacon e zucchero a velo, un bicchiere di birra e un gelato. Quando tutto è sistemato andiamo in albergo. Andare in albergo? E’ un eufemismo. Chiediamo indicazioni ma naturalmente c’è chi non capisce e chi ci manda da tutt’altra parte. Taxi non ce ne sono, tutto buio e i locali stanno chiedendo. C’è un ragazzo, parla inglese ed è gentilissimo, ci fa vedere sul suo navigatore dove dobbiamo andare e naturalmente dobbiamo fare quasi cinque chilometri a piedi... Con santa pazienza c’incamminiamo. Dopo un chilometro e brancolando nel buio, arriviamo ad un incrocio: “E adesso?” Marco si ricorda che sul suo telefonino ha il navigatore, lo accende e, naturalmente, siccome non ce ne va una per il verso giusto, ci dice che deve aggiornare le licenze e quindi non funziona. All’improvviso, ecco il miracolo,una coppia ci viene incontro e la ragazza parla italiano. Gentilissimi più che mai ci fanno arrivare un taxi da un paese vicino, che giungerà dopo mezz’ora e così dopo tanto girovagare giungiamo in albergo.
E’ tardissimo, ma prepariamo comunque tutta la nostra roba per l’indomani mattina e poi sveglia alle quattro. Naturalmente, non potendo fare colazione perché non in orario, ci affidiamo alla bontà del portiere di notte che ci prepara un panino con prosciutto, formaggio e... peperoni. Sono le cinque del mattino ed insieme all’amico Giacomo Maritati ci rechiamo alla partenza e, tra foto ricordo e battute, aspettiamo l’orario della partenza. E’sabato 30 Giugno sono le 6.00 del mattino e, dalle sponde del lago Balaton in Ungheria, parte la 6^ edizione ella Ultrabalaton, gara di 212km che costeggia in parte l’omonimo lago. C’è caldo, ma ancora si sta bene.
Man mano che passano i chilometri, scorriamo simpatici villaggi ed i nostri occhi catturano i bei colori che disegnano il “mare d’Ungheria”. Incontriamo gente simpatica che ci vede come marziani, tutto molto particolare ma il nemico trama nell’ombra. La temperatura aumenta sempre di più e più avanzo e più mi accorgo che il percorso non è poi del tutto piatto come veniva descritto. Due salite col 10% di pendenza, un percorso fatto di saliscendi interminabili, passaggi su sterrato, erba e ancora asfalto. Sarà così per una sessantina di chilometri, quando poi il tragitto diventerà piatto fino quasi alla fine. Ben presto la temperatura si stabilizza sui 42/43 gradi, siamo ancora agli inizi e tutto procede abbastanza bene. Lungo la strada già si vedono atleti in difficoltà ed ancora il cinquantesimo chilometro è lontano da venire. Sirene d’ambulanza squarciano l’atmosfera e purtroppo questo sarà il refrain dell’intera corsa. La mia andatura è cauta e così mi permetto il lusso di scattare anche qualche foto ricordo. Le bevande ai ristori: Acqua, the, birra, coca, integratori, iniziamo a trovarle calde. Purtroppo anche gli Organizzatori si son fatti cogliere impreparati da questa anomala ondata di caldo. Non si trova del ghiaccio neanche a pagarlo (alla fine ne troveremo un pò ad un solo ristoro) e così, man mano, inizia a prendere corpo il dramma.
Non me ne accorgo subito ma pian piano pensieri negativi iniziano a far capolino, poi un’ondata di negatività prende posto nella mia testa. Pian piano il caldo s’impossessa di me. Reagisco, alterno il passo alla corsa cercando di riprendermi. Scorrendo alcune località turistiche vedo gente rilassata e sorridente e tutto questo stride col mio stato d’animo. Le persone, le cose, che incontro lungo il mio percorso non hanno più forme definite, sembrano liquide, l’asfalto bollente da lontano sembra bagnato, è un gioco ottico, ma in quel momento mi sembra stranissimo. In preda agli incubi e a paure che non ho mai avuto, inizio a camminare. Ma camminare sarebbe bello, barcollo, sono alla deriva. Passano i chilometri, tanti, pochi, non so. Il tempo scorre lentamente. Ho ancora un briciolo di lucidità, sottovoce cerco i motivi di questa disfatta clamorosa, le cause di queste mie difficoltà.. Un urlo dalle viscere esclama: “Sei un esaltato, ti devi ridimensionare, non hai più voglia di soffrire, hai sottovalutato la gara e adesso paga. Ritirati, ritirati, ritirati! Cerco di lottare ma, come un pugile suonato che vaga per il ring, sbando per la strada, non capisco niente. Avevo però coscienza che c’era anche chi stava peggio di me: Atleti stesi sull’erba nelle aiuole, sotto gli alberi nelle villette sul lago. Sembrava un campo di battaglia, una Via Crucis. Sempre quella flebile vocina mi diceva: “Vai avanti,vai avanti!”, ma subito veniva sopraffatta dai mostri. Sono ormai allo stremo delle forze. E’ pomeriggio inoltrato e adesso ho deciso di ritirarmi, chiedendomi che senso avesse continuare quello sperpetuo. Definitivamente nel mio cervello avevo già scritto la parola “fine” ed avevo già pensato a tutte le scuse che avrei trovato per giustificare questa mia personalissima Caporetto.
All’improvviso però una voce: “Ciro come va?” “Manu, mi ritiro, non c’è la faccio più, sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente. Con i miei problemi e le mie angosce vedo un bar, fuori c’è un’altalena e un tubo di gomma dalla quale esce acqua. Mi fermo, mi tolgo le scarpe (cosa da non fare mai), slaccio il marsupio e cerco un pò di refrigerio all’ombra sotto l’altalena. Ormai sono perso. Dopo venti minuti mi rialzo, l’acqua mi dà una leggera scossa, ma ormai i titoli di coda stanno passando. Duecento metri più avanti c’è un ristoro, impiego dieci minuti per raggiungerlo anche perché non riesco a capire se sogno o son desto, credevo fosse un miraggio. Dieci interminabili minuti per porre fine alla mia agonia. Mi prendono il tempo facendomi mettere il chip, che ho all’indice sinistro, nella macchinetta. Non ho neanche la forza per dire: “Mi ritiro”. Vedo una sdraio, mi siedo un attimo e, mentre sto per raccogliere le ultime forze per chiamare il giudice, ecco che inviato dal cielo arriva il mio angelo salvatore, Alessandro “Rambo” Papi che, vedendomi come mai prima, esclama nel suo idioma toscano: “Cirinho, icchè tu fai?”. “Ale, amico mio, mi ritiro. Non ho più voglia di soffrire” e quasi piango dalla rabbia. Lui, dall’alto della sua esperienza, mi consiglia di stendermi e riposare un pò, non prima però d’aver bevuto e mangiato qualcosa. “Tanto il tempo c’è, stai tranquillo”. Intanto Manu, sua moglie, mi ha comprato una bottiglia d’acqua frizzante fredda che prima di bere mi passo sul collo, in faccia e sul mio stanco corpo. Il Papi riparte e la moglie lo segue dopo qualche minuto. Passa un americano e mi dice:”Cirinho, go,go c’mon, only two hours, poi sole no più”. “Sono le ultime parole che ricordo prima d’addormentarmi ed essere rapito dai fantasmi. Ogni tanto, qualcuno mi tocca forse per vedere la mia reazione, rispondo ma non so in quale lingua.
Mi sveglio e mi accorgo che sono passati circa cinquanta minuti. La situazione è completamente ribaltata. Sono fresco, tranquillo e riparto rinvigorito nel corpo e nello spirito. Echeggia nella mia mente il discorso di Al Pacino alla sua squadra nel film “Ogni maledetta domenica”. Lo conosco a memoria e, cambiando le parole, modellandole su quello che stavo facendo, mi ripeto: “Non so cosa dirti Cirinho, mancano un pò più di cento chilometri al traguardo. Tutto si decide oggi, ora tu o risorgi come atleta o scompari nell’oblio della mediocrità. Hai visto l’inferno pochi minuti fa, potevi rimanervi, bruciare lì, ma hai deciso di lottare e vedere la luce. Hai deciso di scalare le pareti dell’inferno e venirne fuori.... Adesso io non posso obbligarti a lottare! Guardati dentro, guardati negli occhi, scommetto che ci vedi un uomo determinato a guadagnare chilometri, ci vedrai un uomo che si sacrificherà volentieri per questa sua meta”. Quello che è successo prima non è mai esistito, vado avanti con fatica, certo, ma sicuro di me stesso. Ormai ho ripreso il controllo della situazione e so che niente e nessuno adesso mi potrà fermare. Mi ricarico della vitalità che sprizza la gente che vedo ballare, che mi saluta e m’incoraggia. Un sorriso può fare veramente molto quando si corre già da tante ore. Attraversato un tratto di centro urbano, si passa attraverso una pineta dove vengo anche investito da una bici che accompagna un atleta. Cado, mi rialzo e corro per altre tre ore. Quando è ormai quasi buio decido di prendere i manicotti, lo scaldacollo e la luce per la notte. Prima di ripartire mi sdraio un pò sull’erba, sotto un albero e mi addormento alcuni minuti.
Poco dopo riparto sempre con tranquillità assoluta, riprendendo la mia marcia. Per lunghi tratti si costeggia una ferrovia dove transitano treni molto vecchi che hanno il sapore del tempo che fu. La mia mente, a torto o a ragione, mi porta a pensare alla seconda guerra mondiale, quando milioni di persone innocenti venivano deportate nei campi di sterminio. Dopo un pò, anche la fortuna inizia a guardarmi in faccia perché sulla mia strada incontro due francesi: Juan e Gilles, quest’ultimo appena reduce da mille chilometri corsi qualche giorno prima della gara e per non farsi mancare niente anche dieci volte finisher alla Spartathlon, sei volte all’UltraBalaton e alla Nove Colli Running. E’ stanco, ma molto sicuro di sé, il transalpino. Formiamo un bel trio, parliamo, cerchiamo d’allentare la stretta della fatica. Ormai è notte, la temperatura dai 42/43 gradi diurni scende a 22/24. Nonostante l’escursione termica, il caldo c’è e si sente. Usiamo questa tattica di gara: Usciti dai ristori, camminiamo cinque minuti, poi una leggera corsa fino all’altro check point. Nei tratti dove si va al passo, sono loro che mi tirano, quando invece c’è da correre mi metto alla testa del gruppetto e faccio l’andatura, preoccupandomi di non staccarli. Le soste ai ristori sono ogni due brevi, una un pò più lunga. Tattica che si rivelerà vincente.
Figura fondamentale durante la nostra corsa è la moglie di Gilles, sempre pronta ad assisterci e a coccolarci. Lungo la notte il passaggio davanti ai ristoranti e ai locali notturni ci tiene svegli. Il percorso, in gran parte su pista ciclabile, è sempre ben segnalato e difficile da sbagliare. Ormai è quasi l’alba. Siamo ad un ristoro e bevo un bel caffè per la prima volta da quando sto correndo. Ripartiamo, ancora qualche minuto ed il cielo inizia a colorarsi d’azzurro, mentre il sole comincia già a pizzicare. La nostra tattica varia di poco, concedendoci più cammino che corsa. Mancano circa sessanta chilometri al traguardo. Col nuovo giorno però cambia in me qualcosa, la tranquillità si accompagna ad una forte determinazione, lo sguardo diventa cattivo. Gli occhi della tigre, adesso ho gli occhi della tigre! “Voglio solo il traguardo e bramo per quello. Il tempo e i chilometri passano, è cambiato anche lo scenario, ora si vede anche il lago. Inizia di nuovo il caldo soffocante. Ma, idratandoci bene e spugnandoci ancora meglio, debelliamo qualsiasi problema. Arriviamo a 19 chilometri dal traguardo e decido di cambiarmi. Gli indumenti del giorno prima lasciano il posto a nuovi capi puliti, più freschi e... sponsorizzati!
All’improvviso, però, la moglie di Gilles si avvicina seria e ci dice che stiamo andando, proseguendo così, fuori tempo massimo perché è convinta che il close fosse dato alla trentesima ora di corsa. Ci guardiamo in faccia, siamo sicuri che la signora si stia sbagliando, però la stanchezza e la continua insistenza della donna ci fa venire qualche dubbio: “E se avesse ragione?” Inizio ad innervosirmi un pò, non posso arrivare al traguardo e farmi sbattere la porta in faccia, non voglio! Decidiamo di recuperare per stare sotto le trenta ore, Juan però è poco reattivo, Gilles se ne accorge e non lo molla, anche io rallento e resto con loro. Non posso andarmene, abbiamo fatto più di cento chilometri insieme. Mi viene da piangere perchè so che potrei farcela. Gilles, a otto chilometri dal traguardo mi ferma, mi abbraccia e dice: “Vai Cirinho, se hai qualche dubbio è meglio che tu vada. Io sono sicuro delle trentadue ore, tu no. Vai, amico e grazie di tutto!” Aspetto Juan, abbraccio anche lui e parto come una scheggia, per farvi capire in otto chilometri gli ho dato 59 minuti (ma questo non conta).
Ormai solo un ristoro manca alla fine, lo passo, non mi fermo neanche. Due chilometri. Una lunga e ripida salita e poi gli ultimi mille metri. E’ domenica, mancano quasi tre, quattro minuti a mezzogiorno, ho il cuore che mi pulsa al massimo, è la gioia d’avercela fatta un’altra volta. Sono felicissimo, volo, l’ultima discesa ripida prima del traguardo e il gps segna 3'24’’ al km, la gente applaude, urla. Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta,venti, dieci, cinque metri: “Siii!”. Urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta. 29 ore 57 min. 33 sec. Al traguardo è stato fantastico incontrare gli altri finishers ed i loro accompagnatori.
Vedere gli altri arrivi è stato ancora più emozionante, il sapere cosa abbiamo sofferto per essere li in quel momento mi ha toccato il cuore. E’ stato difficile poi nascondere le lacrime quando Giacomo e Alessandro hanno oltrepassato il traguardo. Ho aspettato anche i miei due amici francesi e vedendoli da lontano sono corso verso di loro. Ci siamo abbracciati in una stretta infinita. Ci siamo guardati negli occhi e nessuno parlava, ma in quel silenzio c’era tutto: Fatica, emozione, rispetto e ringraziamenti. Signori, questo significa essere un ultrarunner. Dopo aver bevuto qualche litro di birra e mangiato una decina di ghiaccioli son tornato in albergo.
Cerco Marco ma lo vedrò solo dopo qualche ora quando mi racconterà della sua odissea. Era in terza posizione, è svenuto (ma non si ricorda) e si è risvegliato in ospedale a sessanta chilometri, con tre flebo nelle vene e col viaggio di ritorno da fare a sue spese. Intanto, posto su un social network la mia contentezza, ma anche la mia enorme delusione derivata dal fatto che m’ero praticamente ritirato. No, questo non mi andava giù assolutamente. Dall’Italia, però, alcuni amici mi facevano capire attraverso i numeri che dovevo essere solo contento di come fossero andate le cose. 202 partecipanti, 34 arrivati al traguardo ed io ventesimo. Praticamente solo il 15 % dei partenti era arrivato a completare il periplo del lago capovolgendo quelle che erano le percentuali degli altri anni.
La sera, come se non aversi corso per quasi trenta ore, io e Marco ci regaliamo un’altra passeggiata di otto chilometri con salite annesse per andare a riprendere, alla partenza, le sacche del forte atleta. Io cammino benissimo, non ho dolori muscolari, così come non ne ho avuti lungo la gara Non ho neanche una vescica e le caviglie non sono gonfie (grazie anche alle mie scarpe ON). Arrivati al ritiro sacche, una bella ragazza bionda mi riconosce e mi dice :”Ti ricordi, ti ho versato il caffè stamattina”. Un sorriso e poi le chiedo se posso rimanere a cena con lei intanto che Marco era intento a cercare le sue sacche. Questa donna mi ha regalato momenti fantastici, sguardi meravigliosi e una tenerezza infinita. Ritorniamo in albergo giusto in tempo per vedere il finale della debacle azzurra contro le furie rosse spagnole. Il giorno dopo, partenza per Milano e addio UltraBalaton. Addio, perché, anch’io come Paganini, non concedo mai il bis.
Voglio ringraziare come sempre chi mi ha permesso di correre questa gara: La mia società (Reggio Event’s), il mio allenatore (Vincenzo Esposito),il mio sponsor (Ginetto sport - Reggio Emilia) e tutti gli amici che mi seguono con simpatia non facendomi mancare mai il loro supporto.
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