venerdì 6 settembre 2013

Badwater Ultramarathon 2013 :La consapevolezza d'aver vissuto un SOGNO...


    THANK YOU DEBRA (Usa),
THANK YOU KYNDRA (Canada),
THANK YOU RICK (England),
GRAZIE ANDREA (Italia).

Quando alla fine le luci dei riflettori sono spente,le parole riversate a fiumi nelle interviste  non hanno più l’eco e la forza dirompente dell’attualità, quando di  feste e celebrazioni rimane solo il piacevole ricordo; resti da solo. E’ in questo momento che inizi a rivivere tutta l’avventura. In codesto istante è la mano che, spinta dalla forte emozione e guidata dal cuore,vuole raccontarvi di come una fantasia possa diventare realtà. Era il tardo pomeriggio di qualche anno fa. I muscoli un pò stanchi,reduci da un allenamento abbastanza lungo iniziato quando ancora i raggi solari cadevano a picco sulla terra a queste latitudini; il sole ormai al tramonto faceva sfumare come per incanto l’azzurro in un rosso arancio dal sapore desertico e, da lontano, un muretto scalcinato. ”Dai, Cirinho, raggiungilo per un ultimo allungo”. Quello sforzo fisico finale fu la genesi di tutto...
“QUALUNQUE COSA TU POSSA FARE,QUALUNQUE SOGNO TU POSSA SOGNARE,COMINCIA. L’AUDACIA RECA IN SE GENIALITA’ , MAGIA E FORZA. COMINCIA ORA” Goethe. Questa epigrafe celata tra un murales e persa tra erba rampicante si leggeva a stento ma fu per me una folgorazione. “Perché no ? Voglio provare a portare a termine le ultramaratone più lunghe e dure al mondo ? “ Partivo da zero o quasi. Non sapevo cosa significasse  correre più di cinquanta chilometri e come avrebbe reagito il mio corpo ad una grande “abbuffata” d’asfalto ma s’inizia sempre così, con pazienza ed un filo d’incoscienza. Pian piano,allenamento dopo allenamento,gara dopo gara, il cammino verso il Sogno prendeva forma: Spartathlon,246km (Grecia) ; Nove  Colli Running,202km (Italia) ; Ultra Balaton,212km (Ungheria), Brazil 135, 217km (Brasile). L’autostima aumentava sempre di più,la popolarità crescente e tanti sponsor che mi contattavano per legare il loro nome a questo tipo d’imprese,mi fecero capire che il momento buono fosse arrivato. Mancava la madre di tutte le gare,la partecipazione a quella che è universalmente riconosciuta come la corsa su strada più dura al mondo. La SFIDA DEI CAMPIONI,come l’amano definire gli uomini a stelle e strisce,la Badwater Ultramarathon. Lì,dove non basta iscriversi ma devi essere prima invitato previo invio di un curriculum nel quale devono figurare una serie di gare particolari e poi devi essere anche un pò “speciale” per avere solo il coraggio  di pensare a questa prova. Gli organizzatori non accettano tanti atleti ma solo cento eletti selezionati tra migliaia di richieste. Era giunto il momento giusto,me lo sentivo dentro. Quella vocina che tante volte era stata mia compagna di ventura stavolta non sussurrava,strepitava. Primi giorni di febbraio e dal mio computer,incrociando le dita,partì la documentazione richiesta per la selezione. Sapevo che avrebbero risposto dal quindici in avanti ma ogni attimo che passava,ogni secondo che trascorreva,era per me come l’avvicinarsi della befana per un bimbo che attende il dono più bello,quello per cui bisogna essere stati  buoni tutto l’anno ed io bravo lo ero stato. Un bel giorno lampeggia sul monitor una lucina; posta in arrivo. In Italia è notte,in California è pomeriggio. Pensai subito che potesse essere la mail che aspettavo. Tutto l’entusiasmo che fin a quel momento m’aveva accompagnato  ad un tratto mutò in paura . “ Se non mi avessero preso? Tutti i sacrifici fatti... “ La voce da dentro mi suggeriva di premere quel tasto. Chiusi gli occhi e pigiai. Quando li riaprii,lessi :
”Hallo,
Congratulations! You have been accepted to compete in the 2013 Badwater Ultramarathon, presented by AdventureCORPS, Inc. You are part of a select group who will participate in what is recognized across the globe as “the world’s toughest footrace.”

Ero emozionatissimo, non sapevo se ridere o piangere,se urlare o stare zitto cercando di capire e mettere a fuoco la situazione. Questo tourbillon di stati d’animo durò un lunghissimo secondo,un interminabile attimo poi la quiete fu interrotta dalle mie grida che raggiunsero un’intensità pari solo a quella dopo il gol di Milito al Bernabeu nel duemiladieci,quando l’Inter diventò Campione d’Europa.Scoppiai in lacrime ripensando ai tanti  sacrifici fatti negli ultimi anni,scorrevano davanti a me le immagini delle persone  mi avevano deriso quando  correvo nella nebbia padana,sotto la pioggia o ricoperto di neve La mia però non era una rivincita nei loro confronti,troppo stupido e banale,era invece  il ringraziamento perché dai loro sorrisini,dalle loro battute avevo tratto la linfa vitale per i miei allenamenti. La partecipazione alla Badwater Ultramarathon è l’apice della carriera di un ultramaratoneta,è il punto d’arrivo. E’ la gara dopo la quale puoi dire:”Appendo le scarpe al fatidico chiodo” . Ero lì, immobile e leggevo ancora il messaggio quando mi vennero in mente le parole del grande Josè Mourinho negli spogliatoi dello stadio di Madrid. ” Avete fatto dei sacrifici enormi per arrivare fin qua,adesso andate in campo a scrivere la storia”. In quel preciso istante io ero nella condizione di poter scrivere la MIA storia. Unico obiettivo, arrivare al traguardo,in qualsiasi condizione. Iniziava così la grande avventura. Formalizzo l’iscrizione e riprendo tutta la documentazione che avevo acquisito sulla manifestazione in questi anni. Visione di filmati,lettura di blog  e allenamenti iniziarono a scandire il tempo delle mie giornate determinandone il ritmo. La Badwater Ultramarathon è una gara particolare, vede la partenza dal bacino omonimo situato nella Death Valley, in California, alla quota di 85,5 metri sotto il livello del mare e  l’arrivo invece alle pendici del monte Whitney, alla quota di 2550 metri, lungo il percorso trail che circonda la montagna più alta del Nord America. Non è leggenda la storia che narra di come i corridori scelgano di correre sulle linee bianche della strada asfaltata onde evitare che il calore del terreno possa danneggiare la suola delle loro calzature. L’intero percorso misura 135 miglia, cioè più o meno 217 chilometri.
Proprio per queste sue particolarità ha un regolamento molto rigido che bisogna scrupolosamente rispettare. La prima cosa da fare è approntare un equipaggio o crew (come lo chiamano gli statunitensi) che ti segua lungo il percorso privo di ristori. Può sembrare facile ma non lo è . Una squadra esperta fa la differenza e non basta la sola buona volontà. Col senno del poi ho potuto constatare di come sia stato fortunato a trovare Debra (Usa), Kyndra (Canada) e Rick (Inghilterra) che insieme ad Andrea (Italia) sono stati la mia ombra nei giorni della corsa e mi sono accorto  poi, di come un giorno dovendo raccontare di questa gara, di quello che doveva essere un evento del quale dovevo essere il protagonista assoluto,mi sia ritrovato a narrare con orgoglio di un lavoro di squadra,di un’organizzazione perfetta che mi ha permesso  o meglio ci ha consentito di oltrepassare il traguardo di quella che a torto o a ragione è definita l’ultramaratona più dura al mondo perchè si corre nel punto più caldo del globo terrestre. Ho scritto “ Ci ha consentito” perché anche la squadra teneva tantissimo a questo obiettivo e credo che non possa esistere una grande impresa senza un lavoro d’equipe. Mettere poi da parte le individualità e porsi al servizio del collettivo è impresa ardua ma è da persone intelligenti e se permettete... Lì, in quella valle sperduta tra la California e il Nevada, non c’era il campione che correva o il grande manager di una delle banche più importanti al mondo,non c’era una collaboratrice dell’uomo più importante degli Stati Uniti e neanche la fortissima trailer canadese o il fidato amico venuto dall’Italia; c’erano :Cirinho, Rick, Debra, Kyndra e Andrea. Tutti per uno e uno per tutti. Un gruppo importante e coeso che lotterà per la stessa causa. Dopo aver approntato,con l’aiuto del sito della manifestazione,il crew, non mi restava che organizzare la logistica: voli,alberghi, abbigliamento gara e tutto il necessario per intraprendere questo “viaggio”. Il tempo trascorreva inesorabile e giugno è arrivato in un attimo. Il morale della truppa era altissimo e traspariva dalle mail che ci scambiavamo quasi quotidianamente  nonostante le notizie di caldo record che ci giungevano proprio da quella zona degli Stati Uniti d'America;  ormai si contavano solo i giorni che ci separavano dalla partenza. Era tutto schedulato ed avevamo anche già la lista della roba da comprare una volta su suolo americano. Sul più bello però arriva un infortunio muscolare a guastare l’idillio. Non riuscivo a correre,il male era allucinante. Con calma, riposo qualche giorno ma il problema si riproponeva  sempre. Cercavo di trovare una soluzione ma poi,all’improvviso, ricordai che il grande Antonio Tallarita si serviva del CTR di Reggio Emilia per salvaguardare e curare i suoi muscoli. Una telefonata ed eccomi nei giorni successivi affidato alle cure del centro emiliano. Controlli,terapie e dopo un pò sono ancora in piedi ed il sorriso torna a brillare sul mio viso. 9 luglio, vigilia del volo per gli Stati Uniti. Grazie ai giornalisti di Sport Reggio faccio una conferenza stampa di presentazione al FitVillage di Reggio Emilia dove accorrono diversi amici, qualche giornalista e tutti quelli che mi hanno aiutato in questa avventura : Coopselios,La Via della Felicità e Ginetto sport (che ho fatto impazzire per la ricerca dei materiali che mi soddisfacessero).


Il giorno dopo,10 luglio, io e Andrea partiamo dal capoluogo emiliano. Viaggio interminabile: Bologna-Francoforte-Philadelphia-Los Angeles. Arrivo previsto in California verso le 21 ma un temporale ci terrà fermi nel Massachusetts qualche ora in più del dovuto facendoci arrivare con un notevole ritardo. Ad attenderci all’aeroporto con tanto di videocamera il Presidente dell’associazione La Via della Felicità di cui io sono uno dei testimonial. Raggiungiamo l’albergo situato nei pressi di Hollywood ed andiamo a letto stanchissimi. La mattina seguente si esce per una corsetta ma purtroppo il dolore alla coscia sinistra che m’aveva angosciato il mese precedente  riaffiora e tutto ciò  metteva qualche zona buia al mio orizzonte. Tutta la giornata, poi, mi vedrà impegnato in attività promozionali. Con mia enorme sorpresa e piacere quando giungemmo a Glendale (L.A.),sede internazionale dell’Associazione, vidi affissi dei manifesti che La Via della Felicità aveva fatto apporre per ringraziare me e John Radich (altro ultramaratoneta) per il nostro impegno nel divulgare quelli che ormai sono i famosi ventuno precetti della campagna sociale.
E’ venerdì a Los Angeles. Arrivano anche Debra,Kyndra e Rick e dopo le presentazioni di rito ci rechiamo a noleggiare l’auto che ci servirà per la gara insieme al minivan del britannico. Qui mi va di precisare che io avevo intenzione di fare la corsa con una sola vettura in modo da contenere i costi ma la mia squadra mi fece capire l’importanza che un secondo veicolo avrebbe potuto avere. Questa opzione c’avrebbe dato la possibilità di far riposare l’equipaggio e, col senno di poi,una scelta giustissima e vincente. Pranzo con pizza made in Usa e nel pomeriggio andiamo in un grandissimo store a comprare tutto il necessario per questa spedizione uscendone quattro ore dopo. Sabato mattina. Come da programma prima di lasciare la California per raggiungere il Nevada compriamo il cibo che ci servirà lungo il tragitto. Un paio d’ore e poi via. Man mano che si usciva dalla città il paesaggio iniziava a mutare  e da centro abitato si passa in un attimo al deserto. Ogni tanto qualche sosta per mangiare e fare rifornimento ci serviva per allentare la morsa del viaggio e della temperatura via via crescente. In serata dopo circa quattrocento chilometri arriviamo a destinazione, Amargosa Valley. Il nostro albergo è situato in pieno deserto con un laghetto artificiale che lo circonda. All’interno sembra di essere in un film western: casinò,musica country,gente che balla,canta e si diverte. Scarichiamo le auto e portiamo tutto su nelle camere. Cena e poi a letto presto. Domenica mattina,giorno di vigilia della corsa. Vado a correre un pò nella speranza,poi vana,che il dolore fosse solo uno sbiadito ricordo. Dopo mezz’ora rientro e dico ad Andrea che ci servirà tutta l’esperienza che ho ed un pò di fortuna per l’indomani. Furnace Creek.Ritiro dei pettorali, incontro con gli  organizzatori e conoscenza delle altre squadre. Arriviamo in questo resort e mi accorgo di essere in una grande famiglia. Ci conosciamo quasi tutti, ognuno di noi ha una storia dietro di se e tutti abbiamo una ragione per essere li in quel momento, ognuno ha la sua esperienza personale ma tutti siamo uguali nell’essere disposti ad esporci  a condizioni estreme pur di trovare il nostro limite. Sia che sei li come atleta o come equipaggio. Non potevo fare a meno di provare una sensazione di gioia. Il cerimoniale del pre-gara  si svolge in modo veloce e simpatico. Gli organizzatori scattano le foto di rito ai singoli partecipanti e ai loro collaboratori e poi tutti gli atleti ai bordi della piscina per l’istantanea che ci vedrà ritratti, questa volta, tutt’insieme. Qui,dico la verità ,mi sono emozionato un pò. Quella piscina,quello scatto che avevo visto in tanti siti adesso vedeva me tra i protagonisti insieme ad altri novantanove prescelti.
Mi stavo riprendendo con gl’interessi tutto quello che in questi anni avevo dato. Ancora però non avevo visto niente,il bello doveva ancora arrivare. Verso le tredici,sotto un sole cocente,facciamo un incontro con i promotori che si rivelerà benefico per la gara. Ci sono cinquantuno gradi,ci stavamo sciogliendo,si moriva. Ero insieme a Paolo Bucci,altro partecipante italiano alla corsa e ci guardavamo esterrefatti. Io pensavo :”Se lui, alla terza presenza, mi guarda così,cosa m’aspetterà domani? “.Pian piano tanti atleti sparivano alla chetichella cercando riparo all’ombra degli alberi, tentando di trovare refrigerio sotto le foglie. Due ore interminabili ma molto utili durante le quali vengono illustrati i comportamenti che gli atleti ed i loro equipaggi avrebbero dovuto tenere in gara e nei casi d’emergenza. C’era ancora gran parte del pomeriggio da sfruttare e noi utilizzammo questo tempo per andare a visionare il punto di partenza della manifestazione e  per fermarci in un altro paio di posti a scattare foto. La sera incombeva ed andammo a cena.  Li,intorno ad un tavolo imbandito, nasce la strategia vincente per la gara. Muniti di fogli e matite ognuno di noi rendeva pubblica la propria idea e prendeva appunti su ciò che erano i pensieri degli altri. Chi aveva qualcosa da suggerire poteva intervenire. Io dissi solo due cose semplici:
La prima, che lungo tutto il percorso mi sarei fatto gestire da loro per un semplice motivo, a quelle temperature e in quel posto c'è concreta la possibilità che una persona non si renda conto della sua poca lucidità o se stia andando verso un’insolazione oppure se dovesse essere già preda di allucinazioni. 
La seconda fu che mai e poi mai,anche in caso di emergenza, avrebbero dovuto farmi mettere aghi nelle vene dai medici perché sarei stato squalificato.Gli dissi in modo perentorio: “ IO  QUI O ARRIVO VIVO AL TRAGUARDO OPPURE ME NE VADO MORTO DAL PERCORSO !!! “. Ci fu una discussione che durò circa un’ora e mezza poi ne facemmo il compendio dal quale scaturì:
1) Il minivan sarebbe stata l’auto sulla quale avremmo messo i rifornimenti e che m’avrebbe seguito     lungo tutto il percorso; l’altra autovettura sarebbe stata impiegata d’appoggio;
2) Nei primi sessantaquattro chilometri di corsa, quando da regolamento sarei stato da solo, la  squadra si sarebbe divisa in due coppie che si sarebbero alternate, seguendomi sul minivan, ogni tre  ore Questo permetteva d’avere sempre due persone fresche e lucide insieme a me.
Il minivan m’anticipava di un miglio e mezzo ;
3) Dopo i  sessantaquattromila metri iniziali, avrei avuto uno che correva con me, due al seguito ed un altro che andava a riposare per ritornare dopo tre ore. Quello che m’affiancava nella corsa non avrebbe corso  più di quattro, cinque miglia  e poi sarebbe stato sostituito. I miei ristori a questo punto  sarebbero stati ogni miglio.
Queste cose semplici e lungimiranti ci hanno permesso un perfetto dosaggio delle energie psico-fisiche.
Lunedì, 15 luglio, anche il grande giorno arrivò. Sei del mattino, fui svegliato non so da cosa forse dall’assordante silenzio;  in camera ero da solo. Il mio pensiero istantaneamente volò a quelli che  stavano partendo col primo gruppo e mentalmente partì un in bocca al lupo per l’amico Paolo Bucci e il suo equipaggio. Andrea e gli altri erano già al lavoro, stavano riempiendo di ghiaccio i frigo, attaccando gli adesivi che da regolamento dovevo avere sui veicoli e  stavano per caricare tutto l’equipaggiamento a bordo delle auto. Rimasi ancora a letto cercando ancora la tranquillità in quelle due ore che ancora mancavano al suono della sveglia. Mi riassopii placidamente.  Ore otto, il telefonino mi fa capire che l’ora è scoccata ma non posso fare a meno di pensare anche a quelli del seconda onda che sono in quel momento sulla linea di partenza. In camera non sono agitato però sento addosso tutto il peso della responsabilità. Per questa mia avventura c’erano persone che avevano fatto dei sacrifici enormi, viaggiato per migliaia di chilometri per raggiungermi,c’era chi m’aveva dato tanti soldi per coprire  parte delle spese e chi m’aveva organizzato e pagato tutto il soggiorno a Los Angeles, ancora chi m’aveva noleggiato la macchina e chi aveva organizzato conferenza stampa,interviste ai giornali e a trasmissioni televisive,infine ma non ultimo, chi mi aveva fornito dei materiali tecnici per la gara.
Colazione con qualche barretta e poi via,direzione Death Valley,California. Lungo la strada tanti atleti  che erano partiti nelle ore precedenti. Sulle loro facce un misto  di stanchezza ed incredulità. Giungemmo a Badwater e c’erano moltissime persone tra accompagnatori,podisti e organizzatori che affollavano il sito. Facciamo come da programma le foto di gruppo ed è tutto surreale.
Sono quasi le dieci del mattino,sono molto gasato perché essere inserito in questa griglia di partenza significa essere un atleta di alto livello. In quel momento accade una cosa stranissima.Mi stacco dal mio corpo e dall’alto  vedo Dean Karnazes,Harvey Lewis,Charlie Engle,Oswaldo Lopez ed insieme a loro anche Ciro Di Palma. Ritorno in me. Devo sedermi un momento perché  sono  molto emozionato. Nascosto alla vista di tutti mi siedo e, mettendomi  la testa tra le mani, chiudo gli occhi. Penso a dove sono e con chi sono. Mi sento orgoglioso di me stesso così come sono sicuro lo sia chi mi vuole bene e mi segue. E’ una bella sensazione.  Sono al settimo cielo. Qualche minuto dopo mi rialzo e torno alla realtà.
Manca poco all’ora x e le note dell’inno americano iniziano ad echeggiare nella valle. Sono concentratissimo,poi three…,two…,one…,goooooooooo. Ero ufficialmente un corridore della Badwater Ultramarathon 2013.
C’erano quasi cinquanta gradi ed avevo i brividi di freddo che mi attraversavano il corpo. Emozione indescrivibile. Di tutto bianco vestito e con la mia cresta fucsia inizio  molto cauto. Ero rapito dal panorama e perso in quello spettacolo della natura che mai i miei occhi avevano ammirato. La tensione si era trasformata in serenità, ero in pace con me stesso e col mondo intero. Una bella impressione. Ero felice. Molti atleti mi passavano ma io non cambiavo mai il mio atteggiamento ed il mio modo di correre.
Come concordato col crew,i ristori erano precisi e ben organizzati. Trovavo sempre  la macchina ferma sul lato destro della strada e uno di loro che mi veniva incontro con lo spruzzino ed un bicchiere d’acqua. Io rallentavo,bevevo il prezioso liquido e raggiungevo l’altro quindici metri più avanti mentre venivo bagnato con acqua fredda nebulizzata. Il secondo mi dava eventualmente dei cibi solidi se fossero stati richiesti da me in precedenza,mi toglieva cappellino,spugna e bandana dalla testa e l’immergeva nel ghiaccio,rimettendomeli dopo qualche secondo, in più mi riempiva di ghiaccio una fascia che avevo al collo. In questo modo ero praticamente  chiuso in un frigorifero. Tutto perfetto. Le ore trascorrevano.E’ il primo pomeriggio. Il sole è alto e battendomi  sul polso destro mi fa  diventare viola il quadrante del cronometro che avevo al polso. Il calore era molto intenso me ne accorgevo dall’effetto ottico in lontananza sull’asfalto e dal caldo che emanava la strada. Non c’era ombra e mai ce ne sarà. Più s’andava avanti e più mi rendevo conto che stavo vivendo un’esperienza  incredibile. Vedere tanti atleti spingere i loro corpi al di la di quello che anche la più fervida mente umana possa immaginare era straordinario e io lì,insieme a loro a dimostrare che si potesse fare,che era reale.  Man mano che il pomeriggio passava,c’era una metamorfosi anche dei colori che mi circondavano. Correvo  estasiato come in una cartolina o in uno di quei documentari di National geographic, ormai ero un tutt’uno con l’ambiente circostante. Questo  mi faceva andare avanti molto sicuro e sempre più disteso.
Dopo un pò di ore, le ombre degli atleti iniziarono ad allungarsi sulla pece segno evidente dell’approssimarsi della sera. Il mio primo obiettivo,arrivare al cancello di chiusura delle quarantadue miglia entro le dodici ore si stava avvicinando. Ore 20:20, Stovepipe Wells, traguardo raggiunto. La stazione medica piena di atleti e membri d’equipaggi distrutti e stesi per terra sembrava un villaggio appena bombardato,pareva come se qualcuno avesse fatto una carneficina. Piedi sanguinanti,ustioni,insolazioni, c’era d’aver paura,uno spettacolo agghiacciante. Io resto fuori,come previsto mi fermo sedendomi una ventina di minuti e approfitto per mangiare un pò di formaggio ,qualche pomodoro e delle olive. Come un orologio svizzero Kyndra,quando mancava un minuto allo scoccare dei venti inizia a farmi il conto alla rovescia facendomi capire che il momento dell’ozio era finito. Indossai il giubbino catarifrangente e le luci come da regolamento anche se c’era ancora qualche ora di chiaro ed insieme alla canadese iniziai una lunghissima salita con un dislivello positivo di 1524m  che vedrà la sua fine ventinove chilometri più avanti a Townes Pass. Da quel momento ho iniziato ad avere con me un membro del mio team che s’alternerà con gli altri ogni otto,nove chilometri. Questi oltre a farmi compagnia,a fare l’andatura,avrà  anche il compito di  darmi tassativamente dei sali da bere senza ascoltare le mie eventuali proteste .
Più  il tempo andava avanti e i chilometri si rincorrevano,  più il buio c’avvolgeva ma il cielo stellato e sereno era uno spettacolo da mozzare il fiato. La temperatura calava e il mio equipaggio si dava il cambio regolarmente. E’ notte fonda e con me c’è Andrea. Ha l’obbligo di tenermi sveglio. Dal sonno qualche volta sbando un pò e lui con delle manate mi rimette in carreggiata. Parlava,parlava il parmigiano nell’intento di tenermi vivo e lucido.Ci riesciva benissimo. Chiedo ogni tanto  di sedermi per soli cinque minuti cosa che mi veniva regolarmente concessa.Quando arrivammo  in cima a quell’interminabile salita,avverto freddo ma complice la discesa per Panamint Valley ed un’andatura sostenuta riesco a farmelo scivolare via. Non mi rendevo conto della strada che percorrevo ma vedo non lontano da noi una via che s’inerpicava paurosamente. Sembrava un ponte sospeso nelle tenebre,in realtà  erano i fanali posteriori delle macchine che aspettavano i corridori. Per uno particolare gioco di tornanti e prospettive ero confuso; più correvo e più s’allotanava. Una sensazione strana quasi assurda  ma ero preparato a questo,Bucci me ne aveva parlato. Sono quasi le cinque del mattino,il sole fa capolino tra le rocce e le dune di sabbia.La temperatura piano piano inizia a salire. Chiedo se posso riposare una quarantina di minuti ma Rick mi spiega che sarebbe stato meglio sfruttare quelle ore “ fresche” della giornata per avanzare... Riposerò poi nel pomeriggio. Finalmente quella salita che era stato un miraggio notturno diventa reale, Panamint Grade, ventiquattro chilometri e un dislivello positivo di 1036m.Per me è dura, durissima. Sono con Andrea e proviamo,riuscendoci bene,anche a scherzare un pò. Ormai anche quello che era il secondo cancello di chiusura della gara è quasi raggiunto.Mancava poco ed ero abbondantemente sotto il tempo massimo.
Verso le sei e venti del mattino dopo poco più di venti ore e centodiciassette chilometri percorsi raggiungo il check point di  Panamint spring. Sono contento perché il dolore che m’aveva afflitto nei giorni antecedenti la partenza era sparito. Mi fermo per un breve rifornimento e li decido di fare un veloce summit con la squadra. Siamo a cento chilometri dall’arrivo ed abbiamo ancora ventotto ore di tempo. Tanto,tantissimo,un’enormità se fossimo in una corsa comune e in condizioni fisiche NORMALI ma li siamo in un contesto particolare ed io ero stato male quasi tutto il mese che aveva preceduto la corsa.  La squadra è in forma,c’è molto ottimismo e di questo sono lieto. Anch’io sto bene e li ringrazio per il lavoro splendido che stanno svolgendo. Gli spiego però che da li in avanti inizierò ad avere un’andatura lentissima per ridurre al minimo i rischi di un riacutizzarsi del malanno che arrivati a quel punto sarebbe stato nefasto. Il nostro obiettivo,arrivare al traguardo, l’avevamo li a portata di mano,dovevamo avere solo un pò di pazienza in più. Ripartimmo  ponendoci come prossimo traguardo quello di Darwin quando avremmo alle nostre spalle già i due terzi di gara. Riprendiamo il nostro incedere. L’astro lucente ormai sta brillando e ci guarda dall’alto. La lunga lingua d’asfalto nera che si perde all’infinito è la mia compagna d’avventura,faccio sempre attenzione a correre sulla linea bianca perché c’è qualche grado in meno. Ogni tanto incontrastate raffiche di vento caldissimo cercavano di disintegrare la fiducia che avevo in me stesso ma io proseguivo imperterrito. Stiamo ripercorrendo a ritroso,a piedi e in salita ,la strada che qualche giorno prima avevamo fatto in macchina e in discesa con stati d’animo e difficoltà diversi ma adesso era molto più eccitante. A questo punto anche se non ne sentivo il bisogno dico alla squadra che ricominciamo a fare le fermate complete come il giorno precedente, quindi inizieremo a bagnare il capo e a spruzzare acqua nebulizzata addosso.
La prudenza non è mai troppa e quando poi ti prende il colpo di calore è troppo tardi.Questa corsa era troppo importante per noi,non potevamo permetterci il lusso di scivolare su una buccia di banana. C’è molto caldo e vedo dei concorrenti svenire, alcuni sulla strada  e altri tra le braccia dei loro aiutanti. Il calore è così intenso  che senza l’aiuto del nostro crew saremmo come delle foglie gialle appassite  che in autunno cadono a terra dalle piante,vuote e senza vita. E’ un’atmosfera irreale,ogni tanto nell’aria si sentono e si vedono i passaggi d’aerei militari che fanno delle esercitazioni anche a bassissima quota. Da lontano pure qualche bufera di sabbia nelle quali spero di non capitare perché l’utilizzo delle lentine a contatto mi danneggerebbe  non poco. Come non detto ,dopo qualche ora eccomi immerso in una di quelle tempeste. M’aiuto coprendomi il viso e camminando alla cieca per qualche centinaio di metri.
Finalmente dopo qualche peripezia giungiamo a Darwin dove ad attenderci c’è un nastro ci ricorda che siamo alla novantesima miglia. I miei assistenti mi danno l’ok per un riposo lungo dopo i tanti stop di soli cinque minuti. Mangio il solito formaggio con olive e pomodori e  mi stendo in macchina per tre quarti d’ora. M’addormento subito mentre i miei angeli custodi mettono a posto la roba nel minivan.


Dopo questa bella sosta proseguimmo verso il successivo riferimento, Lone Pine, punto dove l’ultima grande salita c’avrebbe portato al tanto agognato traguardo. Forse questo è il tratto dove ho sofferto di più. Un rettilineo lunghissimo,interminabile. C’è un cartello stradale che indica il numero di miglia che mancano alla destinazione; tengo allenata la mente calcolando i chilometri che percorro in base ai miei ristori. Attraversiamo la città fantasma di Keeler,che è lì chissà da quanto tempo senza vita in balia degli elementi meteo e dei predatori del deserto. Li,nel niente più assoluto ma di una bellezza estrema, sono messo a nudo,posso vedere tutto quello ho dentro. Una strada infinita, a perdita d’occhio.Inizio ad avere sonno.Debra fa i miracoli per tenermi sveglio ma è molto dura.Quella strada così dritta è una lancia conficcata nel mio fianco. Barcollo,cerco di resistere ma è dura. Dovrebbe mancare poco ma non ci sono indicazioni,è terribile.
Mi fermo ancora qualche attimo,mi dicono che quello che si vede in lontananza è il monte Whitney, il traguardo. Mi riprendo e anche bene. Erano appena le 18 e dopo un pò Debra si staccherà con la macchina d’appoggio per andare all’albergo che avevamo  prenotato dopo l’arrivo ma che dista un’ottantina di chilometri dal portale del monte Whitney; così facendo quando arriveremo nella nottata non dovremo fare il check in ma solo andare a riposare.Ecco un cartello, Welcome to Lone Pine,“Bello,ma dov’è’ ?”, mi chiedevo. Da lontano una strada  con delle luci e pensai “Una volta arrivato lì  inizierà la salita”. Illusione,pia illusione. Rick che nel frattempo si era unito a me, dice che prima di fare l’ultima scalata, dovremmo  ancora “correre” altre due miglia e mezza. “ Mamma mia “,esclamo. Con un pò di rabbia e trepidazione c’incamminiamo . E’ ormai buio ma siamo arrivati in paese,si aggrega a noi anche Andrea che conoscendomi meglio di tutti m’avrebbe dovuto accompagnare nel momento più difficile della corsa.
Dopo un pò il britannico va a riposare ma l’italiano però è stanco glielo leggo in viso e anche se io lo fossi più di lui cercavo di spronarlo,la macchina era leggermente più avanti e qualcuno gli avrebbe dato il cambio. Ormai facciamo i conti del nostro orario d’arrivo e mostrando una certa sicurezza insieme ad una grande positività che è giusto trasmettere a chi ha creduto in te gli dico che saremo al portale del monte Withney alle due. La strada tra un pò inizierà a salire si andrà dai 1130m ai 2550m,praticamente sarà quasi come andare sullo Stelvio. Kyndra si prepara per affrontare con me il primo miglio di salita anche se non era programmata la sua presenza a quel punto. Una fortuna per il parmigiano perché avrà modo di riposare. Dopo qualche chilometro Andrea vuole ritornare in pista ma la canadese insiste nel proseguire.Inizio ad avere molto freddo. La nord americana comincia  a spogliarsi dei suoi indumenti e me li passa,le ripeto d’avere i brividi.Mi abbraccia cercando di trasmettere il suo calore al mio corpo. Non so quante volte ripeto:” Mamma mia,mamma mia”. Saliamo,saliamo ancora e l’emiliano smania dalla voglia di mettersi al mio fianco. Kyndra stoicamente gli dice che vuole stare con me ancora per un altro miglio. Ecco l’italiano,io inizio a stare bene e corro nonostante le ore,i chilometri e la pendenza. Vedo però il mio amico in sofferenza,è cotto ed è in crisi. Dopo qualche chilometro abbastanza veloce ritorna stoicamente la canadese. Ormai manca non molto circa diecimila metri, quel testone del parmigiano cerca di stare con me per darmi man forte ma si vede anche al buio che ormai è stanchissimo.Rick prende in mano la situazione e gli intima di andare a dormire. Penseranno loro a portarmi su fin quasi alla fine dove poi tutti loro si staccheranno facendoci arrivare insieme. Debra,Kyndra e Rick iniziano ad alternarsi e alla fine ecco Andrea,ultimi metri.Mi da la cresta fucsia da mettere all’arrivo e le bandiere da sventolare. Mi dice:” Siamo arrivati,ormai siamo su,è fatta!!! “ . Gli rispondo :” Quando passeremo il banner con la scritta Badwater Ultramarathon,allora si che avremo questa certezza”. Vediamo una macchina che scende dalla montagna,è Paolo Bucci e la sua squadra. Gli faccio i complimenti. Lui è distrutto,il suo equipaggio è massacrato. Mi dice due parole con le lacrime agli occhi:”E’ stata dura,la più dura degli ultimi anni”… Poi se ne vanno non prima d’essersi complimentati con noi.  Un atleta è davanti a noi,faccio cenno ai miei di non superarlo,non sarebbe giusto,voglio fargli godere quel momento insieme alla sua squadra e poi, che senso avrebbe? Mi fermo e gli faccio oltrepassare la finish line. Io sono li con Andrea ma mancano gli altri che stanno parcheggiando le auto.Gli organizzatori mi vedono fermo e mi dicono di avanzare,io non ci penso neanche. “ Andrea,noi non andiamo da nessuna parte,aspettiamo tutti,dovessi rimanere qui anche le otto ore  che mancano alla chiusura della gara. Abbiamo fatto questo viaggio insieme e uniti voglio che arriviamo”. Aspetto dieci minuti,ci siamo,ci guardiamo in faccia compiaciuti. Si prendono per mano e vogliono che io sia un passo davanti a loro.

Si ferma il mondo,piango di una gioia irrefrenabile ma non dimentico la dedica più importante nel momento topico. Questa corsa l’ho dedicata a Simone Grassi un amico ultramaratoneta che proprio nel giorno più bello della mia vita,quando mi arrivò la mail d’accettazione alla gara,qualche ora prima aveva deciso d’andarsene. Tagliamo il traguardo dopo duecentodiciassette chilometri e poco più di quaranta ore di marcia. Abbraccio tutti i componenti del mio crew uno ad uno e li ringrazio Facciamo le foto con l’organizzatore e immancabilmente Andrea sbaglia a mostrare l’italico vessillo nonostante  i tanti avvertimenti.






Ancora un pò,riprendiamo le macchine e ci dirigiamo verso l’albergo. Sono  triste perché arrivare al traguardo della Badwater è come aver fatto un viaggio e quel viaggio era finito. Mi ritornava alla mente il documentario “Running on the sun” che tante volte avevo visto per prepararmi alla gara e rimembravo ancora quella confusione ,quell’ansia e quell’incredulità che avevo. Non credevo che delle persone potessero fare una cosa del genere senza morire.Noi c’eravamo riusciti.



Il giorno dopo a Los Angeles,siamo andati al mare e da quel momento fino ancora a tutt’oggi sono trattato come un re. Ma voglio scrivere un’ultima cosa: i veri eroi sono stati  Debra,Kyndra,Andrea e Rick,il mio equipaggio. Loro hanno fatto tutto il lavoro mettendomi nella condizione di non pensare a nient’altro che non fosse la corsa. Voglio ringraziare alla fine la mia amica Ketty che sapendo del nostro arrivo a Bologna è venuta a festeggiarmi in aeroporto e anche  Kicci anche lui presente allo scalo felsineo.
Un grazie anche a chi ha reso possibile questo viaggio: Coopselios,Ginetto Sport,The Way To Happiness ed il suo presidente Caralyn Percy,La Via della Felicità e Scylla Larocca,Sport Reggio e il comune di Reggio Emilia che ha patrocinato l'iniziativa.Un ringraziamento speciale va a  Paolo Bucci,sempre prodigo di consigli nei mesi precedenti la gara.












martedì 3 settembre 2013

Intervista all'Inter Club 22 Maggio di Portici (Na)


Ciro Di Palma, corro con l'Inter nel cuore!

"L'Inter mi ha accompagnato per tutta la mia vita e ne ha scandito i ritmi. Ho pianto,ho riso insieme alla squadra, non ho vergogna ad ammetterlo. Il mio sogno più grande sarebbe incontrare il Presidente Moratti e stringergli la mano, vorrei dirgli GRAZIE per tutto quello che ha fatto. Sono stato diverse volte ad Appiano ma non l'ho mai incrociato. Anzi, colgo l'occasione di questa intervista per rivolgere un appello al coordinamento campano. Se fosse possibile, ve ne sarei eternamente grato."
E' questo e molto altro Ciro Di Palma, maratoneta azzurro dalla sfrenata fede interista. La sua vita si divide tra l'Italia (Reggio Emilia) e il Brasile (Rio de Janeiro). Quello che per Ciro è ormai un lavoro, è anche la sua più grande passione.
Ciro è amico dell'InterClub "22 Maggio" di Portici, quasi un socio aggiunto. Non manca mai di venirci a trovare ad ogni suo rientro in Campania, sua terra natia, seguire con noi le partite della beneamata attorno ad un tavolo con una buona pizza (suo piatto preferito).
Corre con la bandiera dell'Inter sempre dietro, come una fedele compagna. All'arrivo i colori nerazzurri sventolano in tutto il mondo.
(nella foto2 con la maglia del nostro InterClub)
Abbiamo pensato di dedicargli la nostra home-page con una piccola intervista.
Ciro Di Palma in 10 domande:
1) Chi è Ciro di Palma?
Un grande tifoso dell'Inter!
2) Correre. Per te è a) un lavoro b) una passione c) altro. Raccontacela...
Correre per me è una grande passione che poi si è trasformata quasi in un lavoro, per il tempo che mi prende e per tutte le attività collaterali.
3) Qual è la corsa più bella a cui hai preso parte? E se c'è... quella che ancora sogni di correre.
Ho preso parte alle corse su asfalto più dure e lunghe al mondo : Spartathlon (Grecia) 246km; Nove Colli Running (Italia) 202km; UltraBalaton (Ungheria) 212km; Brazil 135 (Brasile) 217km di montagna; Badwater Ultramarathon (Usa) 217km. Di ogni corsa ho un ricordo particolare: In Grecia, la lunghezza infinita. In Italia, le salite. In Ungheria, le difficoltà avute per un caldo imprevisto. In Brasile, la gioia di correre tra le montagne. Negli Usa, il piacere di correre la corsa in assoluto più dura al mondo e partire con i trenta più forti della terra. La gara che sogno di fare adesso è il mondiale della 24h con la Nazionale. Ci stiamo lavorando.
4) Parlaci dell'emozione più grande che ti ha regalato il tuo sport.
Questo sport mi ha dato tanto, mi ha fatto conoscere molte persone, mi ha dato notorietà ma la cosa più importante mi ha regalato la serenità e la lucidità per affrontare qualsiasi situazione.
5) Ciro e l'Inter. Come nasce questo amore?
Ciro e l'Inter è una passione nata da piccolo. I colori nerazzurri mi hanno da sempre affascinato e li ho portati sempre con me. Sono conosciuto nell'ambiente delle corse come "L'Interista". All'arrivo delle mie gare la bandiera della Beneamata la sventolo sempre. Un'emozione unica.
6) Emozioni nerazzurre: il calciatore che più ti ha fatto battere il cuore? Il momento più bello che ricordi da tifoso interista?
Sono tanti i calciatori che mi hanno fatto battere il cuore, sintetizzando al massimo dico Zanetti, spirito di sacrificio e abnegazione. Un grande. L'emozione più grande in particolare potrebbe essere il Triplete ma sarebbe riduttivo. Per me l'Inter E' UN'EMOZIONE.
7) Conosciamoci: piatto preferito e il tuo luogo dell'anima.
Piatto preferito: Pizza, tutta la vita. Le città che adoro sono Portici, Napoli e Rio de Janeiro.
8) Sappiamo che la tua vita si divide tra Reggio Emilio e Rio... in sostanza... Italia o Brasile?
Mi divido tra l'Italia e Brasile o meglio tra Reggio Emilia e Rio de Janeiro. Sono italiano però se dovessi scegliere... Rio de Janeiro assolutamente!
9) Un consiglio a chi sogna un giorno di correre.. non so.. la maratona di New York.. e inoltre.. correre, perché?
Un consiglio per chi vuole correre una maratona per la prima volta. Beh, ce n'è più di uno: avere proprio come desiderio ardente di farlo, seguire una tabella d'allenamento e non guardare mai il cronometro. Correre perchè? Perché la corsa ti apre al mondo, è vita e noi abbiamo bisogno di tutto ciò. "Non corro per scappare ma per andare incontro" E' il mio motto da sempre!
10) Chiudiamo con "progetti per il futuro". Cosa bolle in pentola?? E da grande.. cosa vuol fare Ciro Di Palma?
Progetti per il futuro... Ho cambiato allenatore ed abbiamo stilato un programma di due anni che mi dovrebbe, spero, portare in Nazionale. Correre un campionato Mondiale per me sarebbe una soddisfazione immensa da regalare prima di tutto ai miei tifosi e poi al mio entourage.


CIRO DI PALMA SU INTERNET:


domenica 12 maggio 2013

24 ore di Torino 2013 : La "testa" aveva deciso diversamente...


La gara di Torino è stata la dimostrazione di come non si può mentire al cervello umano nonostante il massimo impegno che si profonde nel preparare una qualsiasi manifestazione. Questa ventiquattr’ore di corsa, in realtà voluta più dal mio allenatore che da me, è stata la conferma che la mia testa ha dato la priorità ad un certo tipo di gare,quelle più dure al mondo. Dopo la Brazil 135,infatti, volevo recuperare bene,com’è accaduto e poi preparare con tranquillità la Badwater ultramarathon. E’ successo invece,che confrontandoci e avendo dei dati che confortavano la sua tesi,il mio coach, in un paio di giorni, mi ha convinto. In questo momento non voglio dare la colpa a lui della debacle perché sarei ingrato, voglio solo confermare quello di cui il prof. Trabucchi spiega bene nei suoi libri. Il cervello immagazzina dei dati e nel momento in cui ha bisogno di segnali positivi se hai delle cose negative nascoste queste vengono fuori in modo dirompente. Io sono bravo ad uscire da situazioni emotivamente critiche,mi è successo innumerevoli volte ma ho sempre affermato che solo una “rottura” mi può fermare. E’ accaduto che un’infiammazione ad un tendine non mi faceva più articolare la gamba e quando tentavo di correre provavo un dolore lancinante. Quindi non solo il cervello non ha accettato la gara ma ha fatto in modo di mettermi fuori uso regalandomi su un piatto d’argento la scusa buona per tutti. Il programma d’allenamento per questa gara è stato svolto col massimo impegno e sempre con serietà assoluta. Fisicamente stavo bene ma la “testa” non era dello stesso parere. Cercavo di convincermi ma una voce mi diceva:” Non bluffare,sai che non è così,la ventiquattr’ore viene dopo la gara americana,solo allora darai l’assalto a quel tipo di corsa”. Sono arrivato a Torino il giorno prima come sempre carico d’entusiasmo e con la voglia di far bene. Dopo un viaggio senza stress con degli amici fantastici ho trascorso il pomeriggio in albergo e subito dopo la cena ho presenziato a degli incontri promozionali per l’associazione La Via della Felicità che comunque mi hanno fatto andare a letto abbastanza presto. Al mattino la solita colazione,la preparazione  dei ristori e poi dritti verso il parco Ruffini,teatro della gara. Un anello di un chilometro chiuso al passaggio dei pedoni ci aspettava ben lieto di vedere le nostre gesta podistiche. Rapido il ritiro del pettorale,qualche foto con gli amici e poi ecco la partenza. Sul circuito di mille metri c’erano tanti atleti che ad andature non uguali facevano la loro gara. Diverse erano le corse nella stessa manifestazione: una sei ore,una cento chilometri e una ventiquattr’ore,quest’ultima sia a per squadre che per singoli. La prima parte di gara per me si è svolta tranquillamente forse leggermente più lenta del previsto ma sempre molto allegro e disinvolto,quasi da sembrare li in gita turistica. Non accusavo fatica,i rifornimenti li facevo in modo regolare e dopo un pò inizio anche a scalare posizioni in classifica generale. Dopo circa otto ore di corsa però un fastidio ad un tendine fa in modo che quando mi fermavo a bere, alla ripartenza accusassi dei dolori lancinanti. Con l’andare avanti sempre peggio,così ho iniziato a camminare un pò,mi son fatto fare dei massaggi (un modo per prendere tempo più che altro) ma niente la situazione non migliorava. Decidevo allora che sarebbe stato più opportuno fermarmi per circa un’ora ma al rientro potevo solo camminare e basta. In quei momenti ho preso  così la decisione di proseguire al passo fino alla fine. Dopo qualche ora incrocio Antonio Tallarita che mi consiglia di fermarmi definitivamente per non compromettere poi gli allenamenti per la Badwater ultramarathon. A malincuore così ho scritto la parola fine sull’asfalto che era stato lo scenario  della mia gara,ho fatto la doccia e riposato qualche ora. Al mattino seguente ero sul percorso ad incitare gli atleti che avevano corso tutta la notte e che avevano sui loro volti disegnati gli effetti della stanchezza. Verso le undici le premiazioni e poi ritorno a casa con l’allegra compagnia dell’andata. Questa non è stata un’esperienza negativa,anzi... So che dopo la corsa a stelle e strisce nel mio futuro ci saranno delle gare da ventiquattro ore.Questo lo sa Cirinho e lo conferma il suo cervello.

martedì 2 aprile 2013

19^ Acea Maratona di Roma : QUANDO A VINCERE E' LA SOLIDARIETA'.


Sono trascorse due settimane dalla fine della 19^ Maratona di Roma, ormai anche l’ultima eco si è dissolta nell’infinito ed il risultato della gara appartiene alla storia della manifestazione. Un semplice ed anonimo numero chiuso lì, in un file nel web. Ho fatto passare tutto questo tempo prima di scrivere questa cronaca perché volevo fosse scevra da condizionamenti e nuda di una qualsivoglia esagerazione dovuta al momento storico nel quale si è svolta la gara: Elezione a sommo Pontefice del cardinale Bergoglio e la vittoria dell’Italia di rugby sull’Irlanda. Non lasciarmi tradire dalla commozione o scadere nella retorica non è stato un esercizio di facile applicazione ma il motivo per cui eravamo giunti nella Città eterna e capitale del mondo ,probabilmente, qualche piccola scivolata me l’ha fatta fare. E' da oltre un anno che sostengo con tutte le mie forze la campagna de "La Via della Felicità" e ciò mi ha aperto nuovi orizzonti. Grazie a questi e seguendo il  quarto ed il sesto precetto "Ama e aiuta i bambini" e "Dà un buon esempio",  sono andato nella  Capitale a donare  il mio,il nostro contributo per...

“Clamoroso, col tempo di 6h27’26”, un manipolo colorato di atleti taglia il traguardo e vince l’ultima edizione della Maratona di Roma”. Questo era il titolo che albergava nei miei pensieri di sognatore e che i miei occhi innocenti avrebbero voluto leggere all’indomani della gara capitolina sulla stampa nazionale. Non sono impazzito, quella banda simpaticamente variopinta è realmente arrivata al traguardo e a suo modo ha veramente primeggiato. Lo ha fatto per il motivo per cui è giunta sulle sponde del Tevere e per l’idea che l’ha guidata per oltre quarantadue chilometri. L’ha fatto per beneficenza e, allora, sia loro che la onlus “La casa di Andrea” hanno meritato il gradino più alto del podio. Nata da un’idea di Mauro Firmani e magistralmente organizzata dal suo entourage, questa presenza ha raccolto oltre tremila euro che prontamente sono già stati devoluti all’associazione. “La casa di Andrea” si occupa di dare un tetto a chi viene da lontano e non avrebbe i soldi sufficienti per stare vicino al figlio che si trova in qualche struttura medica per gravi patologie, fa in modo che non venga meno il legame del bimbo con la mamma che al tempo stesso può continuarlo ad accudire, accarezzarlo e regalargli qualche speranza in più per il futuro. Seguendo una traccia del filosofo francese Denis Diderot che: “Non basta fare del bene, ma bisogna anche farlo bene”, è stato tutto curato nei minimi particolari. E’ stata fatta una raccolta di cimeli sportivi che poi sono stati i premi di una lotteria, si è deciso di far arrivare da tutt’Italia persone mascherate per dare un tono di colore con la loro presenza che altrimenti sarebbe stata anonima in un oceano formato da oltre quindicimila anime. Sono state comprate delle caramelle donate ai bambini lungo il percorso, stampati e distribuiti migliaia di volantini per far conoscere alle persone il motivo della nostra corsa un pò fuori dal normale. In quel gruppo non c’era l’avvocato, il professionista, il campione o il manager, ma Topolino, Minnie, la Banda Bassotti, quello con la cresta colorata e tanti altri, tutti accomunati dalla voglia di regalare un sorriso a dei bimbi e ai loro genitori. Abbiamo trascorso una giornata bellissima, portando una nota di allegria per le strade del capoluogo laziale. Ci siamo fermati in diversi punti della città diventando preda dei tanti turisti incuriositi e chissà in quante decine di migliaia di scatti siamo finiti. La cosa bella che anche altri amici, lungo il percorso, si sono uniti a noi lasciando stare il cronometro e misurando la loro prestazione non col famoso “tempo”, ma con l’emozione e con i brividi che sicuramente avrà sentito sulla pelle. Manzoni scriveva: “...Che si dovrebbe pensare più a far bene che a stare bene, così si finirebbe per star meglio”. Cosa c’è di più vero di queste parole? Io lo trovo difficile da trovare e per questo ringrazio le tante maratone che, sempre in numero maggiore, in questi anni stanno dando visibilità a tante associazioni che ripeto sono senza fini di lucro e che tanto si reggono sulla forza dei volontari. Questa maratona rimarrà scolpita nel mio cuore perché non c’è cosa più bella che essere utile al prossimo, le lacrime di tutti al traguardo invece sono state il suggello ad una giornata fantastica. Grazie.

mercoledì 20 marzo 2013

Brescia Art Marathon 2013


Questa maratona ha un inizio un pò strano. Un post su facebook della mia amica Alina il venerdì antecedente la gara, “Chi viene con me a Brescia a fare il pacer delle 4h30’ ? Contattatemi ” e nell’istante in cui lo leggo decido d’andare. Sono il primo a propormi,così la pugliese incredula e contenta mi da appuntamento alla domenica mattina nella città lombarda. Mi organizzo subito chiamando il fido Andrea e all'istante troviamo l’accordo per fare il viaggio insieme. Sabato pomeriggio però la doccia fredda,Alina mi comunica che non potrà essere presente per motivi :”...poi ti spiego...”. Un vero problema per me che non avendo mai corso ad un’andatura così bassa mi sarei ritrovato ad essere molto più veloce del necessario portando fuori giri gl’ignari al mio seguito. Parlo con gli organizzatori e cerco di farmi assegnare un tempo che vada dalle 3h 15' alle 4h 00’ ma non è possibile. “Dai,tranquillo,vieni e domani vedremo” è la loro risposta. Non tanto rinfrancato da ciò arriva domenica mattina e si parte alla volta di Brescia. Ritiro pacco gara e pettorale veloce,foto di rito con tutti i pacers e la scoperta che io sarò l’unico delle 4’30’. Viale Europa  con la sua ampia sede stradale vede la partenza e poi è un lungo peregrinare per la periferia della città. Il mio è un gruppo ben nutrito anche perché costituito da tanti che correranno la mezza maratona. Con me anche Angela Gargano,amica di tante avventure,giunta in città con suo marito Michele anch’egli maratoneta. So che quell’andatura è la sua e le chiedo se può stare con me fin quando le mie gambe non memorizzeranno il ritmo. Come da consiglio degli organizzatori:” Fate divertire le persone”, inizio il mio show,d’altronde uno che corre con una cresta colorata fucsia, verde,gialla e blu come potrebbe non regalare un sorriso agli astanti. Insieme a noi dall’inizio c’è Stefania che braccatomi sulla linea di partenza mi aveva chiesto di portarla al traguardo senza difficoltà. E’ un susseguirsi di battute,di barzellette,fino a quando alla mezza maratone praticamente tutto il gruppo svolta facendomi rimanere insieme a Angela,Stefania ed un altro atleta. Che delusione...Abbiamo un vantaggio sulla tabella di marcia di circa quarantacinque secondi ,quindi tutto nella norma. Negli ampi viali che vengono percorsi, ammiro la professionalità dei volontari, pronti ad indicare il senso di marcia con largo anticipo a tutti gli atleti. Proseguiamo imperterriti e attraversiamo una vasta area industriale con tantissime fabbriche. Un pugno in un occhio invece è un’ampia zona formata da fabbriche dismesse e quindi da bonificare. Il sole intanto fa sentire il suo calore ma siamo ancora lontani dal centro. Arrivati ad un certo punto Angela mi dice che ha un problema e rallenta. Rimaniamo in tre. Verso il trentacinquesimo chilometro perdo anche un altro atleta e così rimaniamo io e  Stefania. Parliamo di tante cose,lei mi sprona a chiacchierare,”Così non penso alla strada da fare”,mi ripete. Intanto il traguardo si approssima e le soste ai ristori che io avevo calcolato più lente sono sempre una toccata e fuga. Arriviamo al quarantesimo chilometro e rallento leggermente invitando la mia ombra (Stefania) a continuare. Un boato accoglie il mio giungere in piazza Paolo VI, sono i tantissimi gli amici che aspettano me per fare festa tutt’insieme. Abbracci,saluti e foto prima della leggera salita che sfocia in piazza della Loggia,così artisticamente bella,così un pugno nello stomaco nella storia italica. Chiudo,da solo,in 4h 29’ 45”.  Pasta party e poi a zonzo per la città in direzione della metro dove mi sono sentito veramente osservato. E’ così strano vedere uno che in inverno gira per le strade  in pantaloncini corti,canotta, cresta fosforescente e bandierone dell’Inter al seguito? Ma si, sono proprio strani questi bresciani.

lunedì 11 febbraio 2013

Brazil 135 : Insieme al traguardo...



La corsa non è un semplice alternarsi di passi o un’inutile moto perpetuo,è un viaggio dentro me stesso,è la ricerca d’inesplorati sapori. Solo provare a dargli voce ed il mio corpo viene inondato da un senso di benessere non facendomi accorgere,talvolta,che le rughe del mio viso vengono solcate da lacrime che non sono di tristezza ma di felicità. Giro il mondo alla ricerca di sensazioni nuove,posti da scoprire e strade da percorrere. “Non ho bisogno di una ragione,ho bisogno di una strada”,questo è il mio ultimo tatuaggio e questa è la mia vita. Non corro mai due volte la stessa gara perché l’emozione che mi da una prima volta non sarà ma uguale alle altre. E’ come un bacio al primo appuntamento,non lo scorderai mai più; gli altri per quanto bellissimi,dolci e pieni d’amore non avranno più lo stesso gusto o la stessa magia. Sono fatto così,dietro una maschera da Pulcinella si cela un cuore dove pulsa una passione. La corsa. Questa voglia è la linfa che mi fa andare avanti nella quotidianità e dritto per la mia strada. Questo turbinio di sensi e questo inseguimento di brividi ulteriori mi hanno portato in Brasile,precisamente a Sao Joao da Boa Vista,nello stato di Sao Paulo,dove ogni anno si corre un’ultramaratona che per centotrentacinque miglia cioè duecentodiciassette chilometri,percorre un lunghissimo tratto del Caminho da Fè. Questa corsa ha poi il suo traguardo nello stato del Minas Gerais e precisamente a Paraisopolis. Non è un percorso facile, la serra Mantiqueira per quanto fantastica ,stupenda e con colori che sembrano rubati ad una tela di Signac, è dura da attraversare. Terra battuta,strade sterrate e animali lungo il percorso sono i compagni di viaggio. L’assenza di ristori, se non quelli forniti dalla tua macchina d’appoggio e salite con una pendenza di oltre il venti per cento sono le difficoltà aggiunte. Essendo una gara di montagna spesse volte piove e il tragitto diventa veramente impraticabile. Pozzanghere che diventano laghi, fango che si trasforma in palude e sentiero ufficialmente segnalato ogni due chilometri con una placca smaltata,anche se frecce gialle ne facilitano l’avvicinamento,ne fanno la gara più dura alla quale ho partecipato. Più della Spartathlon e  più della Nove Colli Running. Tutto ebbe inizio nel duemiladieci quando,indossata da un gruppo di brasiliani  che doveva correre la duecentoquarantasei chilometri in terra ellenica,faceva bella mostra la maglietta celebrativa di questa fantomatica manifestazione pedestre. M’informai e riposi questo ricordo in un tiretto della mia mente,in un angolo lontano del cervello. L’anno scorso,grazie all’amico paulista Carlos, questa memoria un pò impolverata vide di nuovo la luce; le diedi una lustratina ed emerse che la Brazil 135 è l’unica corsa al mondo che se terminata in meno di quaranta ore dà la possibilità di essere ammessi direttamente alla Badwater ultramatathon (altro mio sogno). “Allora,perché non provare?”. Mi presi qualche giorno di tempo per studiare  quelle che erano le caratteristiche di questa kermesse sportiva e scoprii che, intanto è gara più tosta del Brasile,che l’ottantacinque per cento del suo andare non su asfalto,in più è un tracciato di montagna e devi arrivare al traguardo con le persone che registrerai come tuo equipaggio prima della partenza, pena la squalifica. Una gara audace ma il seme piantato due anni prima nella mia testa,ormai,stava iniziando a germogliare. Chiamai Carlos a Sao Paulo e gli dissi secco:”Ok,vengo ma devi aiutarmi ! “.Emozionatissimo il brasiliano mi rispose :” Cirinho, amico mio spartano, pensa solo ad allenarti che della logistica mi occuperò io, è un’ultramaratona dura ma ce la farai.” Da quel momento iniziò il lunghissimo lavoro di preparazione fisica e mentale per l’evento. Lunghi mesi di corse sull’argine di un fiume,immerso nella nebbia padana,talvolta inghiottito da tempeste d’acqua e neve ma io continuavo imperterrito per la mia strada. Visionavo centinaia di filmati,cercavo foto o altri particolari che potessero meglio farmi capire a cosa andassi incontro. Lunghe telefonate con Paolo Bucci che era stato ai nastri di partenza nell’edizione precedente mi caricavano e mi davano ancora più forza. Ricordo che una sera mi disse:” Ciro,questa è già una competizione aspra di suo ma se dovesse piovere,è merda”. L’eco di quelle parole ha sempre rimbombato nella mia testa. Nevicava o pioveva ed io m’allenavo ancora più duramente su quella sponda di rio. Molti sguardi increduli mi seguivano,molte domande della gente accompagnavano le mie uscite e quanta ilarità nei miei confronti ho dovuto sopportare. Io li guardavo,sorridevo e non dicevo niente. La risposta era dentro di me... “Arriverò a Paraisopolis, al traguardo di questa prova io ci sarò! “Continuando così per mesi è arrivato anche il giorno della partenza. Una vigilia un pò tormentata con febbre e vomito che non deponeva certo a mio favore. Le condizioni meteo la settimana prima della mia partenza dall’Italia erano state pessime: La zona tra Sao Paulo e il Minas Gerais era stata colpita da molte piogge. Non era un quadro idilliaco,assolutamente. Armato della incrollabile fiducia in me stesso,dal vedere sempre positività anche quando tutto sembra volgermi contro e dalle previsioni del tempo che almeno nel giorno dello start davano il sole,prendo il treno con ottimismo,direzione Roma Termini. Arrivo in seguito all’aeroporto di Fiumicino accompagnato dal mio amico Mirko e ad attendermi c’è quel gran signore di Mauro Firmani che mi terrà compagnia fino all’imbarco. Volo per Francoforte e poi altro decollo stavolta per Sao Paulo-Guarulhos dove atterrerò all’indomani mattina. Sono emozionatissimo perché quando torno nel grande paese sud americano è  come se riapprodassi a casa,tra la mia gente. E’ un legame forte,un cordone ombelicare che mai è stato rescisso da quando ho lasciato il Brasile anni orsono. Procedure di sbarco e immigrazione velocissime poi l’incontro con Carlos che non vedevo da due anni. Subito andiamo a noleggiare l’auto che ci servirà per gli spostamenti e per la gara. Qui fa la sua comparsa Silvia che già ha fatto l’intero percorso del Caminho da Fè  e ne conosce bene le particolarità. Sbrigata anche questa formalità si parte in direzione Sao Joao da Boa Vista. Dopo numerosissimi caselli autostradali,un ottimo pranzo in un ristorante dove si mangiava cucina mineira,tante chiacchiere e quasi quattro ore di viaggio,giungiamo a destinazione. Un paesino ordinato,così appare ai miei occhi questo angolo di Brasile a me sconosciuto. Incontriamo subito l’organizzatore,il comandante Mario Lacerda, che ci accoglie nel migliore dei modi,sorridendo. Mettiamo a punto qualche dettaglio e poi andiamo in albergo,dove stanchissimo vado a letto subito. Dormo benissimo ma nella notte vengo svegliato dal rumore degli scrosci che vengono giù dal cielo. Intanto le parole di Paolo :” ...se piove è merda...” venivano a galla. Ormai è l’alba e non piove più da qualche ora. Facciamo una ricca colazione e ci rechiamo in un club dove ci sarà il ritiro dei pettorali. Moltissime persone presenti: accompagnatori,atleti,staff. Si,perché la manifestazione ha diverse competizioni al suo interno : quarantotto ore,sessanta,in coppia,tris o quadruplo. Molti gl’indigeni ma anche tanti provenienti dagli Stati Uniti d’America, Polonia,Italia,Singapore,India ecc. Un bel mosaico multietnico all’insegna della corsa. Mi accorgo in modo sorprendente della mia enorme popolarità lontano dal Bel Paese. Aver corso e concluso la Spartathlon,gara nella quale solo quattro brasiliani hanno visto la fine, mi eleva sorprendentemente. Ritiro il pettorale ma quest’anno c’è la novità rappresentata dal chip che verrà consegnato all’atleta e alla sua macchina d’appoggio in modo da controllare in tempo reale le posizioni, le velocità ed eventualmente il verificarsi d’imbrogli. Si vocifera,infatti,che negli anni precedenti ci siano stati dei furbi...Ogni mondo è paese. Molto importante il briefing tenuto dagli Organizzatori,ci parlano dei problemi che possiamo incontrare,del percorso e della sua segnaletica. Dopo le foto rituali di gruppo ed un buon pranzo offertoci gentilmente,siamo liberi d’andare e di pensare ad altro per liberare un pò la mente. Stiamo in giro e nel pomeriggio facciamo un summit per mettere a punto la strategia. E’ in quel momento che capisco quanto sia importante il lavoro di squadra,il non commettere errori e disciplinare tutto perfettamente. La linea di confine tra il successo e la sconfitta è molto sottile e corre lungo una via che si chiama pianificazione. Il mio “equipaggio” aveva lavorato benissimo quando io in Italia pensavo solo ad allenarmi : stampe con altimetrie dei singoli tratti,foto di particolari punti del percorso e tanto altro. Tutto mi faceva intuire come e quanto fosse importante anche per loro arrivare al traguardo e questo mi responsabilizzava ancor di più. Vedere i loro occhi carichi d’entusiasmo,il loro prendersi cura di me, mi spingerà a dare il centouno per cento e a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Credevano in me ed io mi fidavo di queste persone, si era creata la giusta chimica. Il destino però ci doveva ancora regalare una grande sorpresa. Stavamo passeggiando,una cosa banale che magari avrei potuto non scrivere ma durante questa camminata incontreremo quello che sarà poi l’ingranaggio che farà girare alla perfezione l’intero meccanismo. Lui è Ariovaldo Branco,notissimo ultramaratoneta di Santos che ha nel suo curriculum  :  una Spartathlon, due Badwater e ben cinque Brazil 135. E’ alla ricerca di un albergo perché è li per aiutare un’americana. Avendo un posto letto libero lo invitiamo nel nostro alloggio. Entro subito in sintonia con lui. Ride,scherza e conosce tutti; percepisco subito che è una persona dal grande cuore e questo per me fa la differenza. Andiamo a cena,un rodizio di pizza dai sapori in Italia sconosciuti. Abbiamo modo di parlare tanto e accenno della mia paura a correre da solo nelle tenebre tra quelle montagne. “Tranquillo Cirinho, di notte al buio farò,se mi è possibile la sponda tra te e la statunitense. Stai solo sereno,la nottata passerà sempre e dopo ci sarà sempre la luce”. Dopo quelle parole rilassanti torno in albergo a riposare. Il crepuscolo del giorno è già avviato e il sonno ha la durata di un battito d’ali di farfalla. La campana della chiesa con i suoi sei rintocchi ci fa capire che è giunta l’ora di svegliarsi e di far colazione. Ore otto e trenta,siamo in piazza Cel. Joaquim Josè per la partenza. Appello per tutti i partecipanti,la banda musicale a rallegrare ancor di più l’ambiente, tante foto e sorrisi stemperano un poco la tensione. Vengo avvicinato da un atleta che riconosco subito,è Henrique Jacob,mi chiede di fare una foto con lui ed io gli racconto delle ore passate a vedere i suoi video della corsa su youtube, scoppiamo a ridere poi diventa serio e mi dice :”Cirinho,questa prova la superi solo se hai fiducia in te stesso”. Ore nove in punto,si fa sul serio. Il comandante Lacerda dà il via all’edizione del 2013  della Brazil 135. Si esce da Sao Joao da Boa Vista e la strada è già nervosa,trascorsi cinque,sei chilometri d’asfalto incontro la mia macchina d’appoggio e ci diamo appuntanento dopo quindici chilometri ad Aguas da Prata. Ci fanno svoltare su una strada sterrata e qui inizia il calvario. Fresco e tranquillo passo le prime due asperità con calma,l’andatura è lenta e va bene così. Il percorso è già molto duro ed è importante mantenere delle riserve d’energia. Il mio fisico viene messo a dura prova ma i miei occhi vengono rapiti da scorci che sono meravigliosi. Si ritorna sull’asfalto perché si entra ad Aguas da Prata. Mi fermo,riempio la mia fedele borraccia e riparto impassibile. Altra salita e altro rallentamento. Mi raggiunge Carlos, con lui che m’imposta i vari ritmi di corsa raggiungo la base del Pico do Gaviao. Precisa come un orologio svizzero c’è Silvia,mi porge un panino che mangerò nell’ascesa della cima più alta di tutta la corsa,intorno ai millesettecento metri. Cammino perché c’è una pendenza ripidissima ma quando arrivo in alto vengo ripagato da una visione paradisiaca,una vallata immensa dove il mio sguardo si perde fino quasi a non scorgere l’orizzonte. Questo mio primo traguardo mi riempie di gioia. Me la sognavo di notte questa erta, persone che stancamente andavano su al passo e adesso ero lì e quasi non ci credevo ma era tutto vero. Inizio a scendere,corro ma è una corsa frenata perché rischierei di non poter più rallentare e di farmi male. Fa caldo,molto caldo. Il sole è allo zenit e nei tratti dove batte direttamente a terra,dopo la pioggia dei giorni precedenti, rende il terreno molto duro e sconnesso. Molta attenzione devo prestare affinchè il mio incedere possa avvenire in sicurezza. Ritrovo la macchina alla base del monte, prendo un pò di frutta,rabbocco la borraccia e riparto. Il caldo lo allevio col ghiaccio che Silvia e Carlos comprano nei vari centri che attraversano in auto. Arrivo ad Andradas che è pomeriggio inoltrato. Continuo a prendere il mio gel ogni ora e mi sembra tutto ok. Ad un  certo punto un problema ad una lente a contatto mi fa fermare,non riesco a tenere gli occhi aperti. Mi calmo un momento,risolvo l’inconveniente  e dopo una ventina di minuti sono lì ancora a correre. Intanto dai fori praticati alla busta del ghiaccio che ho messo sotto il cappellino escono delle gocce d’acqua fredda che il mio corpo sembra gradire molto. Mi attendono altri lunghi chilometri prima di arrivare ad un altro punto micidiale: Sierra dos Limas. Per strada incontro altre macchine che aspettano altri atleti e spesse volte incrocio il maestro Heroi Fung anche lui di supporto ad un altro runner. Stravede per me questo saggio orientale già allenatore di tantissimi ultramaratoneti brasiliani. Mi dà tanti consigli e mi offre talvolta anche il suo aiuto. Si corre abbastanza all’ombra,la cosa è piacevole però a terra è un pantano. Fango che il sole non è riuscito ad asciugare,pietre e scarpe che diventano pesantissime mi fanno esclamare:” Mamma  mia, chi me l’ha fatto fare !!! ”, poi sorridendo come sempre andavo avanti. Con l’astro lucente in fase calante e l’approssimarsi della sera continuavo il mio percorso. Ad un certo punto, quando il buio ha rapito la scena alla luce, vedo da lontano la mia macchina d’appoggio. Mi fermo dieci minuti,mi stendo a terra su un tappetino e mi rilasso un pò. Quando sto per riandare compare Ariovaldo, dice che l’americana ha avuto un problema e si è ritirata. Da quel momento sarà a mia completa disposizione. Riprendo in compagnia del brasiliano e sono molto più baldanzoso. Moltissimi animali lungo il tragitto: vacche,cavalli,cani,uccelli di tutte le specie ci guardano e non sembrano minimamente infastiditi dal nostro passaggio. Parla tanto il santista, è esperto sa che la notte gioca brutti scherzi e la salita da fare è tremenda. Mi vuole lucido e vi riesce perfettamente. Tra qualche difficoltà scolliniamo. Altro rifornimento, altra vetta e si scende verso Barra. Un pò stanco ed il refrain si ripete fino a Crisolia. Qui i miei due pacers si danno il cambio,non vogliono lasciarmi solo sapendo della mia fobia a correre in solitaria tra quelle montagne. Carlos entra in scena e l’andatura cala di molto ma questo non è un problema. Ormai già da tanto tempo la mia equipe mi chiedeva quando e se avessi intenzione di riposare un pò. La mia risposta era sempre la stessa:” Arriviamo a Inconfidentes perché mi avete assicurato che da lì in poi la strada spianerà e poi m’addormenterò una mezz’ora in macchina”. Giunti in un’altra località la solerte Silvia mi passa un altro panino e della coca cola,fatico a mandarli giù. Un leggero di nervosismo vedo che serpeggia tra i miei accompagnatori,li capisco,sono stanchi anche loro. Non è facile per me ma anche loro non vivono momenti di felicità. L’auto a volte rischia di rimanere impantanata nel di fango rosso e se ciò accadesse sarebbe la fine della gara anche per me. Riporto la serenità,siamo una squadra e bisogna andare in una sola e unica direzione. Riprendo sempre con Carlos. La notte della Serra Mantiqueira è fantastica,mi circonda di buio ma m’illumina dall’alto di un cielo stellato che mai prima di quel momento avevo ammirato. I lunghi silenzi trafitti solo dai versi degli animali e una sensazione di pace mettevano la museruola alla mia enorme fatica. Arriviamo a Ouro Fino e qui incappiamo in un piccolo inconveniente. Pur seguendo le indicazioni il paulista non è convinto che siamo  sulla retta via. “Carlos, la freccia indica quella direzione,andiamo”, “Non sono sicuro,chiediamo a qualcuno”,la risposta del brasiliano. Un ragazzino ci fa tornare indietro, perdiamo un pò di tempo,richiediamo ad un altro che ci fa riprendere la direzione che avevamo in origine. Altri quattro chilometri e anche Inconfidentes è raggiunta. Sono le due e un quarto e decido di riposare qualche minuto. Alle tre ricomincio a correre ma questa volta con Ary che ,tranne per qualche chilometro, non mi lascerà più fino al traguardo. Convinto ormai che la parte più dura del cammino sia passata,affronto il resto con più ottimismo.  Ho qualche conato di vomito e così cambiamo il sistema d’idratazione passando al succo di goiaba e all’acqua di cocco. Saranno le mie bevande fino alla fine. Andando avanti però m’accorgevo che m’avevano mentito,la strada saliva eccome se saliva,era durissima. Ormai i primi raggi solari fanno capolino dal buio, la gente ancora un pò assonnata è in strada, siamo arrivati in un altro paese. Ary si ferma in un forno e compra del cibo a base di patate. Continuo per un piccolo tratto da solo,raggiungo l’auto mi svesto degli indumenti notturni e di nuovo via. Vengo appaiato ancora dal santista,mi dice: “Cirinho,dammi la tua borraccia e il marsupio,l’asino lo faccio io,tu pensa solo a correre leggero.”. Il sole rapidamente raggiunge il suo apice. Lungo la strada non si riesce più a comprare il ghiaccio. Diventa critico proseguire, i raggi solari mi perforano, sono dei martelli pneumatici sull’epidermide, le gambe sono affaticate dal continuo alternarsi di salite ripide e di discese, tra terra battuta dura e fango,sterrato e asfalto. “...Tranquillo,da Inconfidentes in poi...” , erano le parole dei miei pacers che ricordavo. “ Finiranno,queste salite”, mi ripetevo,ma più che ripetermelo era una speranza; più di una speranza era un sogno perché sapevo bene che il percorso avrebbe presentato ancora delle belle sorprese. Altra cima di una durezza orribile : Tocos do Mogì. Non vedevo mai la sommità però anche qui la natura aveva disegnato il bello dando il meglio di se stessa. Guardando verso la linea di confine tra il cielo e la terra,una strada rossa pennellata tra le molteplici tonalità di verde con tanti animali incastonati al suo interno. Il paradiso. Veniamo giù ma abbiamo finito l’acqua. Da lontano una jeep,è Fernando Noguera altro organizzatore di gare in Brasile, conosce Ariovaldo, ci fermiamo. Ci fornisce del prezioso liquido ed in più ci dà anche del succo di goiaba e acqua di cocco. Ringraziamo e andiamo... Passiamo un atleta anche lui molto provato,gli chiediamo se ha bisogno di qualcosa ma ci fa un cenno che è tutto ok. Più avasnti ritroviamo la nostra auto. Altra sosta. Il prossimo obiettivo adesso è arrivare ad Estiva. Superiamo ancora un altro atleta,una bellissima cubana con la quale scambiamo volentieri quattro chiacchiere. Ora però anche le discese sono divenute più dure quasi quanto le salite,però con la forza di volontà procediamo. Giungiamo anche ad Estiva, mi faccio curare due vesciche che si erano formate, la parte lesa brucia molto ma stringo i denti. Tra tanta sofferenza una cosa ricordo volentieri ed è l’allegria con la quale io e Ary correvamo. Cantavamo e ci divertivamo,non abbiamo mai smesso di essere positivi anche quando eravamo rimasti senz’acqua oppure quando la strada ci faceva dannare. Eravamo li, stavamo facendo quello che ci piaceva e poco importavano i tormenti e i patimenti ai quali sottoponevamo i nostri fisici. La vita è il sorriso,il sorriso che hai sul tuo viso. Ormai da Estiva manca solo una maratona al traguardo. “...cavolo solo una maratona all’arrivo,cosa sarà mai ? “Ancora tantissimo tempo per concludere la prova in quarantotto ore ma il mio obiettivo sono le quaranta. C’è tempo,c’è tempo. Qui il mio pacer mi dice :”Cirinho, la prova è  tua, vai da solo adesso e vai con Dio.” La temperatura era alta,troppo. Ghiaccio non ce ne, Silvia mi guarda negli occhi con dolcezza ma nel suo sguardo leggo una determinazione quasi da far paura, un brivido gelido mi corre lungo la schiena. “Cirinho, andiamoci a prendere queste medaglie”. Riparto da solo,sbando un pò. Nella mia testa solo calcoli matematici, mi estraneo da tutto quello che è l’ambiente esterno. Riconosco i sintomi,rivedo i fantasmi del lago Balaton (gara dove ebbi un’insolazione). Cerco la calma, la pace nei miei pensieri e ripenso: “Mamma mia, Mamma mia, chi me l’ha fatto fare ?”. Avanzo, c’è ancora la mia auto ma stavolta trovo il ghiaccio. Trovo refrigerio in quei cubetti d’acqua solida. Sto per riandare e Ary mi dice che farà con me altri venti chilometri. Rinvigorito dalle parole del mio scudiero mi rimetto in moto. Non è facile e dopo qualche chilometro vediamo anche la nostra macchina ferma che non riesce a superare uno strato fangoso. A fatica oltrepassiamo anche questo. La temperatura è altissima. Il mio amico è stanco ma lo sprono a continuare. C’è una pozza d’acqua, bagniamo i cappellini e avanziamo. Raggiungiamo ancora Silvia e Carlos,prendono degli asciugamani ghiacciati e li appoggiano sulle nostre spalle. Alcuni  minuti così e poi via. Qualche migliaio di metri più soft e poi ancora salita, sembrano non finire mai, pare di stare in un girone dantesco. Una jeep ci viene incontro da lontano,è il comandante Lacerda. Scatta qualche foto e ci dice la nostra posizione :decimi. Valichiamo,vediamo nuvole nere in lontananza. Dopo un pò comincia a piovere, “...se piove è merda...”,le parole di Bucci tornano d’attualità. Cittadina di Consolaçao, i miei stoici aiutanti mi aspettano all’intemperie. Prendo il k-way, la luce per il buio anche se è pomeriggio (avrò ragione a farlo) e la bandiera dell’Inter.. Mancano venti chilometri. Questa sarà la nostra ultima sosta,mi dicono che mi aspetteranno a trecento metri dal traguardo non prima,però,d’avermi accompagnato ad un bivio dove avrei potuto,data la stanchezza,sbagliare rotta. Da lì in avanti sarebbe iniziato l’ultimo tratto, pianeggiante secondo loro fino a Paraisopolis. La pioggia diventa battente,corriamo sull’asfalto arrivando al famoso crocevia, ci salutiamo ed inizio l’ultimo pezzo da solo. Effettivamente salite non ce ne sono,c’è d’aggirare una “pietra” così la chiamano loro,in realta è una montagna. La presenza di tante vacche sul percorso mi ostruisce il passaggio,mi fermo,ho paura. Provo a chiamare qualcuno nella casa li vicino ma nessuno mi risponde. Il piovasco che viene giù con violenza inaudita,il freddo, la stanchezza e lo scoramento tendono a prendere il sopravvento. Mi armo di coraggio e pian piano passo attraverso la mandria che beatamente pascola. Pericolo scampato? Macchè, cinquecento metri e la scena si ripete. Sempre con cautela e timore mi muovo tra i quadrupedi che mi lanciano strane occhiate. Procedo seguendo sempre le frecce gialle ma ad un certo punto m’indicano la direzione verso un cancello di legno chiuso. Scavalcarlo non è facile in condizioni normali,figuriamoci dopo trentaquattro ore e mezza di corsa, la possibilità che possano verificarsi dei crampi è alta,chi m’aiuterebbe in caso di bisogno? .Mi rilasso e oltrepasso l’ostacolo. Ormai è tempesta ma almeno la strada anche se in leggerissima salita  presenta poche delle difficoltà che ne avevano caratterizzato molti tratti precedenti. Sembrano non finire mai questi chilometri che mi separano dal traguardo. Continuo ad andare ma ecco la sorpresa,un mostro davanti a me. Una salita allucinante è lì, “...e questa da dove esce fuori ? “ mi dico scherzando con me stesso. Inizio a camminare ma non è facile; le scarpe sono infangate e pesano come due macigni. Arrivo su sperando di vedere a valle il paese. Niente di più falso,ancora una salita e la scena si ripete. Anche in discesa ci sono delle difficoltà,si scivola ed è anche sopraggiunto il buio. Vado avanti con accortezza. Un tratto d’asfalto davanti a me,generalmente sta ad indicare l’ingresso in paese. Ringalluzzito da ciò,avanzo con baldanza. Ci sono due figure in lontananza,”Chi saranno mai? Le avvicino,è un atleta brasiliano col suo aiutante,barcolla e con un filo di voce mi dice:” Vai, è finita,sei arrivato”. Penso che ormai manchi al massimo un chilometro. Niente di più ingannevole. Le indicazioni mi riportano sullo sterrato, un pò di delusione mi avvolge ma non può mancare tanto mi ripeto,” non può! “. Vedo una pietra nera a cinquanta metri da me ma sono esausto,solo in mezzo alle montagne,al freddo e nel pieno di una bufera e la scambio per un cane. Ho paura dei randagi,mi fermo. Il masso non si muove, mi guarda e penso: “Sarà abituato a veder passare delle persone,sarà tranquillo,forse”. M’approssimo a lui lentamente e quando gli sono a cinque metri m’accorgo d’aver avuto un’allucinazione. Continuo il mio calvario,altra rampa da salire,vado su,mi volto spesso per vedere se ci fosse qualcuno al mio inseguimento,cerco di correre coperto cercando di nascondermi alla vista di chi mi segue in modo da non essere preso nel mirino. All’improvviso un fascio di luce, una voce. E’ una macchina dell’organizzazione,mi passa e di nuovo il buio totale,un tratto d’asfalto e sento dentro di me che è quello finale. All’improvviso come musica per le mie orecchie sento:” Cirinhoooooooo sei tuuuuuuuuu? “. “Siiiiiiiiiii”,rispondo. Sono alle porte di Paraisopolis, Ariovaldo mi accoglie con un abbraccio e urla il mio numero di pettorale ai giudici che lo comunicheranno via radio al traguardo. Discesa durissima,quasi a strapiombo ma ormai è finita. “Eravamo preoccupati, non ti vedevamo arrivare”, queste le parole del santista. Gli parlo degli animali che ostruivano il percorso, del cancello da scavalcare, dell’allucinazione e di tanto ancora. Ormai era tutto passato gli chiedo di Carlos e di Silvia,mi risponde che mi stanno aspettando, piangendo, a trecento metri dal traguardo. Iniziamo a cantare io e il brasiliano, le stesse canzoni che avevano fatto da colonna sonora ai tantissimi chilometri corsi insieme riecheggiano . Eccoli gli altri due amici :”Carlooooooooos,Silviaaaaaaaaaaaaa”, con gli occhi ancora gonfi di lacrime mi vengono incontro e mi stringono in un’abbraccio. La chiesa di Paraisopolis,il traguardo. I miei pacers vogliono che io sia un passo avanti a loro. Non accetto. “Dovete arrivare insieme a me,siamo una squadra e voi siete stati fondamentali”. Segnati dalla fatica ma felici e urlanti tagliamo il traguardo. Sono le venti e  quarantuno e dopo trentasei ore e quarantuno minuti mettiamo fine al nostro sforzo.Veniamo premiati,fotografati e intervistati. Li abbraccio forte uno ad uno ancora una volta,loro ricambiano la stretta con la stessa intensità. Sempre sorridente vengo coccolato da  tutti, firmo autografi ed anche il figlio del Sindaco, un ragazzino simpatico, chiede alla mamma se può farsi immortalare con me. E’ uno spettacolo di linguacce e quan’altro per stemperare la tensione. Torno in albergo,doccia e messaggio in Italia per avvisare del mio arrivo. Vado a letto ma verso le due mi sveglio, accendo il tablet e scopro che il giornale della mia città nella sua versione on line, ha già dato la notizia con tanto di foto e super articolo. Sulla mia pagina facebook noto con piacere che mio fratello Enzo ed il mio amico Andrea avevano dato gli aggiornamenti di tutti i miei passaggi e tanti amici m’avevano seguito  facendo il tifo per me. Un successo. Torno a chiudere gli occhi, al mattino seguente scendo in piazza a vedere gli altri arrivi e con orgoglio mostro a tutti la mia maglietta di finisher. Mi avvicina un americano e mi dice :” Cirinho,questa è più dura della Badwater ultramarathon, io le ho corse entrambe.” Carlos e Silvia devono partire subito perché hanno degli impegni lavorativi, io insisto per farli rimanere ma loro restano della loro decisione. Scoprirò più tardi che per seguirmi in questa mia avventura avevano preso dei permessi non retribuiti a lavoro. Torno in albergo,c’è Carlos che sta preparando le sue cose. “Tieni guerriero,questa è per te”,gli regalo una delle due magliette bianche da finisher che sono diverse da quelle degli accompagnatori. Non vuole,non accetta. “Cirinho è tua,è la tua ! “Gli spiego che se abbiamo vissuto quell’avventura è stato perché lui ha organizzato tutto e mi ha fatto rimanere sempre sereno. Si convince, si siede sul letto con il trofeo tra le manie se lo pone sul viso. Resta immobile per qualche minuto,in silenzio e assorto. Capisco la sua emozione che poi è anche la mia. Si alza singhiozzando e mi stringe. “ Mi hai dato una delle più belle soddisfazioni della mia vita,sarai sempre il benvenuto in Brasile.” Scendiamo in strada trovo anche Silvia che sta caricando l’auto e anche lei confusa mi saluta. Ultimo pranzo insieme e poi ripartono. Resto nella città del Minas Gerais con Ariovaldo, guardiamo gli altri arrivi e poi la sera andiamo in un locale dove ci verrà offerta una pizza e ci saranno i saluti finali. Il giorno dopo partenza per Sao Joao da Boa Vista con Ary , Jarom e Tania . Si prosegue ancora per Praia Grande quando arriveremo nel tardo pomeriggio. Vengo accolto dalla famiglia del mio amico come se mi conoscesse da anni. Mi mettono a disposizione tutto. “Questa è casa tua”. La sera un bel churrasco,la mattina dopo in spiaggia e poi nel tardo pomeriggio mi accompagnano al pullman per andare all’aeroporto.
 Ore diciannove e trentacinque, l’altoparlante chiama il volo Lufthansa per Francoforte... Cala il sipario sulla partecipazione di Cirinho alla Brazil 135.
Devo essere onesto,senza la squadra che mi ha supportato,difficilmente sarei arrivato al traguardo. Hanno fatto un lavoro encomiabile. Grazie.
Ariovaldo, grande ultramaratoneta brasiliano, si è messo al mio servizio umilmente e  mi ha accolto a casa sua come un fratello. Grazie
Jarom,una persona fantastica e collaboratore del comandante Lacerda.Sempre molto presente. Grazie
Enzo e Andrea che hanno aggiornato la mia pagina facebook in tempo reale. Grazie
Brazil 135, facendomi fare un tratto del Caminho da Fè, immerso nello scenario della sierra Mantiqueira mi hai fatto capire ancora di più il valore dell’amicizia e il significato del lottare uniti per una causa comune. Grazie
A tutti gli amici che mi hanno seguito con simpatia e che hanno inondato il mio profilo fb di bei messaggi. Grazie.
A chi ha avuto la pazienza di leggere ed arrivare fino alla fine. Grazie

domenica 13 gennaio 2013

Maratona di S.Silvestro 2012 : Ritrovarsi in amicizia.

Con la maratona di San Silvestro si è chiuso anche il 2012. Un anno che ha visto la luce trecentosessantacinque giorni fa ma che secondo la profezia dei Maya non doveva arrivare alla sua naturale scadenza,così, dopo lo scampato pericolo non potevamo che finire a festeggiare tutt'insieme a Calderara di Reno, luogo in cui da diversi anni si corre una simpatica e bella maratona. Una giornata quasi primaverile ci ha accolto.  La sua temperatura, ideale per correre, ha fatto quasi non sentire fatica a noi principali protagonisti della giornata. E' difficile spiegare a chi vede la corsa in un certo modo la bellezza di questa manifestazione, non tutti ne capiscono lo spirito.
"Dove vai a Calderara ? Ma è bruttissima,si gira intorno ad un centro sportivo e poi il nulla...E' un circuito breve,mi fa venire il mal di testa...". Queste sono i giudizi che si sentono in giro. La mia risposta è semplice,io definisco bella una cosa che mi da soddisfazione e siccome ne provo tanta, quando sono in questo posto dell'Emilia Romagna insieme a tanti amici,non posso che definirla tale. La maratona di San Silvestro è un bel modo per chiudere l'anno podistico,il luogo dove incontrarsi serenamente facendosi gli auguri e magari manifestando i propri propositi per i successivi dodici mesi.La corsa della giornata quindi io la definisco un optional... La cosa bella è poi ritrovarsi alla fine tutti a tavola a mangiare dopo aver fatto una bella doccia calda. Per concludere e mettere il suggello a questa giornata,si brinda allegramente e poi con un velo  di tristezza si torna a casa.

venerdì 14 dicembre 2012

Il segreto della maratona di Reggio Emilia...


“...il problema è che le società podistiche che gestiscono i ristori,alle riunioni che teniamo prima dell’evento podistico,ci dicono: “ Possiamo aggiungere anche... “ ... “. E’ la voce di Paolo Manelli, presidente di Tricolore sport marathon, il team  che organizza la Maratona città del Tricolore. Parole espresse col sorriso sulle labbra e con orgoglio durante una lunga chiacchierata avvenuta dopo averlo ringraziato per aver affittato uno spazio alla nostra associazione, La via della Felicità, all’interno del PalaBigi,centro maratona e dopo avergli consegnato un dvd nel quale vengono illustrati gli ormai famosi precetti. Un Manelli molto rilassato e tranquillo,conscio che anche quest’anno il lavoro svolto è stato di una qualità eccellente. E’ venuta fuori una bella discussione che mi ha fatto capire ancor di più del perché Reggio Emilia,città relativamente grande, abbia una maratona così partecipata. “... per diversi giorni abbiamo dormito pochissimo,eravamo attaccati alle previsioni del tempo e preparavamo dei piani d’emergenza nei casi in cui le strade non avessero fornito la sicurezza necessaria a tutti. Vedi,se in questo posto avessimo avuto un problema avremmo fatto così,se in quest’altro si fosse verificato questo, al seguito di...,avremmo agito in questa maniera.” Alla fine  mi ha mostrato quattro percorsi alternativi,un lavoro certosino e incredibile che solo chi ha cuore e passione  può sopportare. Paolo nel suo parlare ha ripetuto spesso il pronome NOI, subito l’avevo inteso come NOI ORGANIZZATORI, dopo qualche minuto però ho capito che era pensato come NOI MARATONETI. Si, perchè Manelli  è anche un podista e nell’organizzare la manifestazione si mette pure dalla parte di chi, sfidando il freddo pungente di una domenica di dicembre,calpesta l’asfalto per quarantaduechilometricentonovantacinquemetri .
 “... Vogliamo i ristori ben forniti,un posto caldo dove spogliarci,un arrivo vicino alle docce e un percorso sicuro,una buona maratona deve saperci offrire tutto questo (ed è qui che ho afferrato) e Reggio Emilia questo lo da, a costo di tantissimi sacrifici “.  Tanta dedizione viene messa per allestire un evento che  col tempo è risultato tra i primi cinque o sei in Italia a fronte di un budget che forse sarà il quindicesimo in termini quantitativi in un’ideale classifica relativa. Qui non c’è  nessuna organizzazione mastodontica da mantenere e non ci sono sponsor  che si prendono la responsabilità di organizzare in toto l’evento. Nella Città del Tricolore si è contenti se alla fine si è in parità di bilancio,il valore aggiunto lo danno i sorrisi e i bei commenti degli atleti che con tanta passione e sacrificio tagliando il traguardo sono felici e ritornano l’anno seguente A queste latitudini c’è gente che, organizzatori compresi,è uscita alle cinque di domenica mattina per metter su il gonfiabile della partenza,la sera prima ha dato una mano a scaricare i camion con le provviste fino a tardi e tant’altro. Se la maratona di Reggio Emilia si è guadagnata negli anni il rispetto e la considerazione di tutti si deve  essere riconoscenti a queste persone e a chi, con quel “...Possiamo aggiungere anche... “ , è sempre alla ricerca di migliorie per rendere ancora più godibile il soggiorno nella città che diede i natali a Ludovico Ariosto. Quest’anno la diciassettesima edizione della kermesse emiliana ha anche unito lo sport alla solidarietà con una raccolta fondi a favore del comune di Reggiolo, località della bassa reggiana tra le più duramente colpite della provincia dal terremoto che nel maggio di quest’anno ha fatto sentire i propri effetti nefasti. Ricordiamo che era dal 1300 che non si verificava una catastrofe del genere. Con queste ed altre iniziative Reggio Emilia fa capire che lo sport non vive in un mondo chiuso in se stesso ma fa parte della città e ne è il cuore pulsante. Non voglio raccontare della mia partecipazione alla gara perché è stato un semplice allenamento,una corsetta fatta con gli amici all’insegna del divertimento e della goliardia. Correre con la bandiera dell’Inter e una parrucca con la cresta fucsia certamente non mi ha fatto passare inosservato ai più. Mi è piaciuto incontrare tanti amici e di averli rivisti alla fine soddisfatti. Ho due ricordi molto belli, il primo, l’arrivo del mio amico Paolo Giambartolomei qualche secondo dopo di me anche lui col bandierone nerarazzurro e l’altro sono gli ultimi cento metri di corsa fatti con mio nipote Mattia che in quello spazio sprizzava gioia da tutti i pori. I ringraziamenti come sempre vanno agli organizzatori,ai volontari,agli speakers Roberto Brighenti e Michele Marescalchi (rigorosamente in ordine alfabetico i cognomi) che hanno raccontato e allietato la giornata,ancora a Stefano Morselli che era in ogni dove con la sua macchina fotografica ad  immortalare i vari personaggi. Non dimentico neanche chi in gara riconoscendomi m’ha fatto sentire il proprio calore . Chiedo scusa solo a una signora che vedendomi passare si è totalmente dimenticata di essere alla guida e ha tamponato la macchina che la precedeva.

lunedì 3 dicembre 2012

Classifica Pacer Turin Marathon 2012

Ecco cosa dice il sito:


Anche se alcuni erano alla prima esperienza da Pacer, il curriculum dei magnifici 35 angeli custodi di Torino è sicuramente impressionante: se avessero gareggiato a staffetta, tutti assieme avrebbero percorso (quasi) tre volte il giro della terra, 1.8 volte il raggio di Saturno, 1.5 volte quello di Giove, ed un sesto di quello del sole. Ciò significa anche la distanza corsa alla velocità della luce per quasi mezzo secondo. Ma il pacer non deve né correre a lungo, né velocemente ma "semplicemente" essere regolare, per aiutare i meno esperti a non consumare energie inutilmente.

Hanno tutti raggiunto questo semplice l'obiettivo? chi è stato il più regolare? chi è stato il miglior trio?

Noi di ThePacer.it abbiamo cercato di rispondere a queste domande, stilando la classifica dei migliori pacer. Sfruttando le (poche) conoscenze della teoria statistica dell'affidabilità e con semplici calcoli, abbiamo valutato le performance di tutti i pacer presenti sul percorso. L'idea è banale: come è stato spiegato nel decalogo del pacer, il nostro calcolo statistico ha determinato il gruppo più regolare tra tutti i pacer. Per evitare di penalizzare chi ha corso più tempo, abbiamo comunque "normalizzato" i risultati in modo da determinare l'affidabilità relativa del pacer, indipendentemente dal tempo complessivo. Il calcolo non è basato sul real time, ma come insegna il professor Massini sul tempo dallo sparo.

Ecco i risultati:
  • Primi classificati, palloncini azzurri delle 3h30 (Eduardo Aguilar - Beppe Bizzarri - Massimo Petrucci - Valter Audisio), tutti e quattro perfetti, con il coefficiente di variabilità sotto l'1% (sintomo di eccellenza).
  • Secondi classificati, palloncini delle 4h45 (Mario Boncore - Alfredo Mongelli - Domenico Quartucci), in particolare Mario ha avuto un indice sotto l'1% (ma con tre rilevamenti rispetto a 4 equivale a circa 1.5%).
  • Infine, terzi classificati sono risultati i palloncini gialli delle 3h50 (Luca Aiudi – Gaetano Covizzi - Ciro Di Palma), da segnalare Ciro, al debutto da pacer, e Gaetano entrambi sotto il muro del 2%, segno di incredibile costanza dei tempi.
Il migliore in assoluto è risultato Eduardo Aguilar (0.94%) che ha sopravanzato per un centesimo di punto il suo compagno Beppe (0.95%). Vicino all'eccellenza anche Claudio Leoncini delle 3h15, poco sopra l'1%. Complimenti a tutti quanti, senza di voi la maratona sarebbe stata più monotona e banale. Infine, un applauso particolare a Chiara, la prima pacer non vedente, che è riuscita a tenere un ritmo costante ed invidiabile da maratoneti esperti. Per conoscere la classifica completa, contattateci. Prossimamente pubblicheremo la metodologia, per permettere un calcolo "fai da te".