lunedì 9 luglio 2012

UltraBalaton 2012 : Dall'inferno al...Paradiso.

I ringraziamenti generalmente si fanno alla fine,io questa volta li faccio anche all'inizio per un motivo molto semplice. Senza l'aiuto di due AMICI,questo articolo avrebbe avuto un altro sapore ed un altro colore. GRAZIE ALESSANDRO E EMANUELA PAPI.
“Ciro, come va?” “Manu, mi ritiro non c’è la faccio più. Sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va. Lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente.
...Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta, venti,dieci, cinque metri... “Siiiii!, urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta.
In questi due periodi così diversi e tra di loro agli antipodi, è racchiusa tutta la mia UltraBalaton 2012: La sofferenza atroce seguita da una gioia indescrivibile. Sono partito da Milano il giorno prima della gara insieme a Marco Bonfiglio (ultimo vincitore della Nove Colli Running), doveva essere un week-end tranquillo, ma si trasformerà ben presto in un fine settimana tragicomico.
Decolliamo dalla Malpensa già con mezz’ora di ritardo e atterriamo a Budapest. Dopo l’autobus e le due metro, ci rechiamo a prendere il treno che ci porterà in zona lago Balaton. Chiediamo informazioni a due ferrovieri che fanno finta di non capire. Girovaghiamo per la stazione domandando a destra e a manca, ma niente, sembriamo extraterrestri catapultati da un altro pianeta. Dopo un pò, fermi su uno stesso binario, troviamo due treni che vanno in due località diverse. Quello che parte prima dovrebbe essere il nostro e due passeggeri confermano la nostra ipotesi. Partiamo e, dopo mezz’ora di viaggio, il ferroviere che prima aveva fatto finta di non capire, ci dice, sogghignando beffardamente, che abbiamo sbagliato e che dobbiamo tornare nella direzione dalla quale stavamo arrivando. Nel cambio di convoglio troviamo un ragazzo che dove andare nella nostra stessa località e si offre da guida. Lo seguiamo, però ci fa capire che il viaggio, tra cambi ed altro, durerà circa tre ore e venti. Un’eternità! Decidiamo così, dopo aver ringraziato il giovane, di prendere un taxi. Ci chiedono quasi duecento euro, trattiamo finche l’autista della macchina più scassata ci dice: “Vi porto io per centoventi”. Aggiudicato. Naturalmente senza aria condizionata, sedile con le molle quasi di fuori ma va bene, solo che ci porti a Tihany sarà una vittoria! Arrivati ad un distributore fa il pieno e, all’improvviso, toglie la scritta taxi...(ogni mondo è paese).
Arriviamo nella piccola penisola del lago dopo un paio d’ore e quasi dimentico lo zaino sul taxi. Andiamo a ritirare i pettorali e notiamo con piacere che la zona è piena di gente allegra proveniente da tutto il mondo e note musicali volteggiano nell’aria. Si scherza, si ride ed intanto espletiamo tutte le formalità. Verso le otto e mezza il pasta party: Un piatto di farfalle scotte, con panna, bacon e zucchero a velo, un bicchiere di birra e un gelato. Quando tutto è sistemato andiamo in albergo. Andare in albergo? E’ un eufemismo. Chiediamo indicazioni ma naturalmente c’è chi non capisce e chi ci manda da tutt’altra parte. Taxi non ce ne sono, tutto buio e i locali stanno chiedendo. C’è un ragazzo, parla inglese ed è gentilissimo, ci fa vedere sul suo navigatore dove dobbiamo andare e naturalmente dobbiamo fare quasi cinque chilometri a piedi... Con santa pazienza c’incamminiamo. Dopo un chilometro e brancolando nel buio, arriviamo ad un incrocio: “E adesso?” Marco si ricorda che sul suo telefonino ha il navigatore, lo accende e, naturalmente, siccome non ce ne va una per il verso giusto, ci dice che deve aggiornare le licenze e quindi non funziona. All’improvviso, ecco il miracolo,una coppia ci viene incontro e la ragazza parla italiano. Gentilissimi più che mai ci fanno arrivare un taxi da un paese vicino, che giungerà dopo mezz’ora e così dopo tanto girovagare giungiamo in albergo.
E’ tardissimo, ma prepariamo comunque tutta la nostra roba per l’indomani mattina e poi sveglia alle quattro. Naturalmente, non potendo fare colazione perché non in orario, ci affidiamo alla bontà del portiere di notte che ci prepara un panino con prosciutto, formaggio e... peperoni. Sono le cinque del mattino ed insieme all’amico Giacomo Maritati ci rechiamo alla partenza e, tra foto ricordo e battute, aspettiamo l’orario della partenza. E’sabato 30 Giugno sono le 6.00 del mattino e, dalle sponde del lago Balaton in Ungheria, parte la 6^ edizione ella Ultrabalaton, gara di 212km che costeggia in parte l’omonimo lago. C’è caldo, ma ancora si sta bene.
Man mano che passano i chilometri, scorriamo simpatici villaggi ed i nostri occhi catturano i bei colori che disegnano il “mare d’Ungheria”. Incontriamo gente simpatica che ci vede come marziani, tutto molto particolare ma il nemico trama nell’ombra. La temperatura aumenta sempre di più e più avanzo e più mi accorgo che il percorso non è poi del tutto piatto come veniva descritto. Due salite col 10% di pendenza, un percorso fatto di saliscendi interminabili, passaggi su sterrato, erba e ancora asfalto. Sarà così per una sessantina di chilometri, quando poi il tragitto diventerà piatto fino quasi alla fine. Ben presto la temperatura si stabilizza sui 42/43 gradi, siamo ancora agli inizi e tutto procede abbastanza bene. Lungo la strada già si vedono atleti in difficoltà ed ancora il cinquantesimo chilometro è lontano da venire. Sirene d’ambulanza squarciano l’atmosfera e purtroppo questo sarà il refrain dell’intera corsa. La mia andatura è cauta e così mi permetto il lusso di scattare anche qualche foto ricordo. Le bevande ai ristori: Acqua, the, birra, coca, integratori, iniziamo a trovarle calde. Purtroppo anche gli Organizzatori si son fatti cogliere impreparati da questa anomala ondata di caldo. Non si trova del ghiaccio neanche a pagarlo (alla fine ne troveremo un pò ad un solo ristoro) e così, man mano, inizia a prendere corpo il dramma.
Non me ne accorgo subito ma pian piano pensieri negativi iniziano a far capolino, poi un’ondata di negatività prende posto nella mia testa. Pian piano il caldo s’impossessa di me. Reagisco, alterno il passo alla corsa cercando di riprendermi. Scorrendo alcune località turistiche vedo gente rilassata e sorridente e tutto questo stride col mio stato d’animo. Le persone, le cose, che incontro lungo il mio percorso non hanno più forme definite, sembrano liquide, l’asfalto bollente da lontano sembra bagnato, è un gioco ottico, ma in quel momento mi sembra stranissimo. In preda agli incubi e a paure che non ho mai avuto, inizio a camminare. Ma camminare sarebbe bello, barcollo, sono alla deriva. Passano i chilometri, tanti, pochi, non so. Il tempo scorre lentamente. Ho ancora un briciolo di lucidità, sottovoce cerco i motivi di questa disfatta clamorosa, le cause di queste mie difficoltà.. Un urlo dalle viscere esclama: “Sei un esaltato, ti devi ridimensionare, non hai più voglia di soffrire, hai sottovalutato la gara e adesso paga. Ritirati, ritirati, ritirati! Cerco di lottare ma, come un pugile suonato che vaga per il ring, sbando per la strada, non capisco niente. Avevo però coscienza che c’era anche chi stava peggio di me: Atleti stesi sull’erba nelle aiuole, sotto gli alberi nelle villette sul lago. Sembrava un campo di battaglia, una Via Crucis. Sempre quella flebile vocina mi diceva: “Vai avanti,vai avanti!”, ma subito veniva sopraffatta dai mostri. Sono ormai allo stremo delle forze. E’ pomeriggio inoltrato e adesso ho deciso di ritirarmi, chiedendomi che senso avesse continuare quello sperpetuo. Definitivamente nel mio cervello avevo già scritto la parola “fine” ed avevo già pensato a tutte le scuse che avrei trovato per giustificare questa mia personalissima Caporetto.
All’improvviso però una voce: “Ciro come va?” “Manu, mi ritiro, non c’è la faccio più, sto morendo o forse sono già morto...”. “Sulla mia macchina non sale chi si vuol ritirare. Ti fai dare un passaggio da qualcun altro”. La macchina grigia, apparsa all’improvviso, accelera e se ne va lasciandomi solo in quell’oceano d’asfalto bollente. Con i miei problemi e le mie angosce vedo un bar, fuori c’è un’altalena e un tubo di gomma dalla quale esce acqua. Mi fermo, mi tolgo le scarpe (cosa da non fare mai), slaccio il marsupio e cerco un pò di refrigerio all’ombra sotto l’altalena. Ormai sono perso. Dopo venti minuti mi rialzo, l’acqua mi dà una leggera scossa, ma ormai i titoli di coda stanno passando. Duecento metri più avanti c’è un ristoro, impiego dieci minuti per raggiungerlo anche perché non riesco a capire se sogno o son desto, credevo fosse un miraggio. Dieci interminabili minuti per porre fine alla mia agonia. Mi prendono il tempo facendomi mettere il chip, che ho all’indice sinistro, nella macchinetta. Non ho neanche la forza per dire: “Mi ritiro”. Vedo una sdraio, mi siedo un attimo e, mentre sto per raccogliere le ultime forze per chiamare il giudice, ecco che inviato dal cielo arriva il mio angelo salvatore, Alessandro “Rambo” Papi che, vedendomi come mai prima, esclama nel suo idioma toscano: “Cirinho, icchè tu fai?”. “Ale, amico mio, mi ritiro. Non ho più voglia di soffrire” e quasi piango dalla rabbia. Lui, dall’alto della sua esperienza, mi consiglia di stendermi e riposare un pò, non prima però d’aver bevuto e mangiato qualcosa. “Tanto il tempo c’è, stai tranquillo”. Intanto Manu, sua moglie, mi ha comprato una bottiglia d’acqua frizzante fredda che prima di bere mi passo sul collo, in faccia e sul mio stanco corpo. Il Papi riparte e la moglie lo segue dopo qualche minuto. Passa un americano e mi dice:”Cirinho, go,go c’mon, only two hours, poi sole no più”. “Sono le ultime parole che ricordo prima d’addormentarmi ed essere rapito dai fantasmi. Ogni tanto, qualcuno mi tocca forse per vedere la mia reazione, rispondo ma non so in quale lingua.
Mi sveglio e mi accorgo che sono passati circa cinquanta minuti. La situazione è completamente ribaltata. Sono fresco, tranquillo e riparto rinvigorito nel corpo e nello spirito. Echeggia nella mia mente il discorso di Al Pacino alla sua squadra nel film “Ogni maledetta domenica”. Lo conosco a memoria e, cambiando le parole, modellandole su quello che stavo facendo, mi ripeto: “Non so cosa dirti Cirinho, mancano un pò più di cento chilometri al traguardo. Tutto si decide oggi, ora tu o risorgi come atleta o scompari nell’oblio della mediocrità. Hai visto l’inferno pochi minuti fa, potevi rimanervi, bruciare lì, ma hai deciso di lottare e vedere la luce. Hai deciso di scalare le pareti dell’inferno e venirne fuori.... Adesso io non posso obbligarti a lottare! Guardati dentro, guardati negli occhi, scommetto che ci vedi un uomo determinato a guadagnare chilometri, ci vedrai un uomo che si sacrificherà volentieri per questa sua meta”. Quello che è successo prima non è mai esistito, vado avanti con fatica, certo, ma sicuro di me stesso. Ormai ho ripreso il controllo della situazione e so che niente e nessuno adesso mi potrà fermare. Mi ricarico della vitalità che sprizza la gente che vedo ballare, che mi saluta e m’incoraggia. Un sorriso può fare veramente molto quando si corre già da tante ore. Attraversato un tratto di centro urbano, si passa attraverso una pineta dove vengo anche investito da una bici che accompagna un atleta. Cado, mi rialzo e corro per altre tre ore. Quando è ormai quasi buio decido di prendere i manicotti, lo scaldacollo e la luce per la notte. Prima di ripartire mi sdraio un pò sull’erba, sotto un albero e mi addormento alcuni minuti.
Poco dopo riparto sempre con tranquillità assoluta, riprendendo la mia marcia. Per lunghi tratti si costeggia una ferrovia dove transitano treni molto vecchi che hanno il sapore del tempo che fu. La mia mente, a torto o a ragione, mi porta a pensare alla seconda guerra mondiale, quando milioni di persone innocenti venivano deportate nei campi di sterminio. Dopo un pò, anche la fortuna inizia a guardarmi in faccia perché sulla mia strada incontro due francesi: Juan e Gilles, quest’ultimo appena reduce da mille chilometri corsi qualche giorno prima della gara e per non farsi mancare niente anche dieci volte finisher alla Spartathlon, sei volte all’UltraBalaton e alla Nove Colli Running. E’ stanco, ma molto sicuro di sé, il transalpino. Formiamo un bel trio, parliamo, cerchiamo d’allentare la stretta della fatica. Ormai è notte, la temperatura dai 42/43 gradi diurni scende a 22/24. Nonostante l’escursione termica, il caldo c’è e si sente. Usiamo questa tattica di gara: Usciti dai ristori, camminiamo cinque minuti, poi una leggera corsa fino all’altro check point. Nei tratti dove si va al passo, sono loro che mi tirano, quando invece c’è da correre mi metto alla testa del gruppetto e faccio l’andatura, preoccupandomi di non staccarli. Le soste ai ristori sono ogni due brevi, una un pò più lunga. Tattica che si rivelerà vincente.
Figura fondamentale durante la nostra corsa è la moglie di Gilles, sempre pronta ad assisterci e a coccolarci. Lungo la notte il passaggio davanti ai ristoranti e ai locali notturni ci tiene svegli. Il percorso, in gran parte su pista ciclabile, è sempre ben segnalato e difficile da sbagliare. Ormai è quasi l’alba. Siamo ad un ristoro e bevo un bel caffè per la prima volta da quando sto correndo. Ripartiamo, ancora qualche minuto ed il cielo inizia a colorarsi d’azzurro, mentre il sole comincia già a pizzicare. La nostra tattica varia di poco, concedendoci più cammino che corsa. Mancano circa sessanta chilometri al traguardo. Col nuovo giorno però cambia in me qualcosa, la tranquillità si accompagna ad una forte determinazione, lo sguardo diventa cattivo. Gli occhi della tigre, adesso ho gli occhi della tigre! “Voglio solo il traguardo e bramo per quello. Il tempo e i chilometri passano, è cambiato anche lo scenario, ora si vede anche il lago. Inizia di nuovo il caldo soffocante. Ma, idratandoci bene e spugnandoci ancora meglio, debelliamo qualsiasi problema. Arriviamo a 19 chilometri dal traguardo e decido di cambiarmi. Gli indumenti del giorno prima lasciano il posto a nuovi capi puliti, più freschi e... sponsorizzati!
All’improvviso, però, la moglie di Gilles si avvicina seria e ci dice che stiamo andando, proseguendo così, fuori tempo massimo perché è convinta che il close fosse dato alla trentesima ora di corsa. Ci guardiamo in faccia, siamo sicuri che la signora si stia sbagliando, però la stanchezza e la continua insistenza della donna ci fa venire qualche dubbio: “E se avesse ragione?” Inizio ad innervosirmi un pò, non posso arrivare al traguardo e farmi sbattere la porta in faccia, non voglio! Decidiamo di recuperare per stare sotto le trenta ore, Juan però è poco reattivo, Gilles se ne accorge e non lo molla, anche io rallento e resto con loro. Non posso andarmene, abbiamo fatto più di cento chilometri insieme. Mi viene da piangere perchè so che potrei farcela. Gilles, a otto chilometri dal traguardo mi ferma, mi abbraccia e dice: “Vai Cirinho, se hai qualche dubbio è meglio che tu vada. Io sono sicuro delle trentadue ore, tu no. Vai, amico e grazie di tutto!” Aspetto Juan, abbraccio anche lui e parto come una scheggia, per farvi capire in otto chilometri gli ho dato 59 minuti (ma questo non conta).
Ormai solo un ristoro manca alla fine, lo passo, non mi fermo neanche. Due chilometri. Una lunga e ripida salita e poi gli ultimi mille metri. E’ domenica, mancano quasi tre, quattro minuti a mezzogiorno, ho il cuore che mi pulsa al massimo, è la gioia d’avercela fatta un’altra volta. Sono felicissimo, volo, l’ultima discesa ripida prima del traguardo e il gps segna 3'24’’ al km, la gente applaude, urla. Vedo il traguardo azzurro, azzurro come il cielo e bello come il mare. Voglio solo lui. Eccolo, trenta,venti, dieci, cinque metri: “Siii!”. Urlo, m’inginocchio e guardo in alto. Inizio a piangere, ce l’ho fatta. 29 ore 57 min. 33 sec. Al traguardo è stato fantastico incontrare gli altri finishers ed i loro accompagnatori.
Vedere gli altri arrivi è stato ancora più emozionante, il sapere cosa abbiamo sofferto per essere li in quel momento mi ha toccato il cuore. E’ stato difficile poi nascondere le lacrime quando Giacomo e Alessandro hanno oltrepassato il traguardo. Ho aspettato anche i miei due amici francesi e vedendoli da lontano sono corso verso di loro. Ci siamo abbracciati in una stretta infinita. Ci siamo guardati negli occhi e nessuno parlava, ma in quel silenzio c’era tutto: Fatica, emozione, rispetto e ringraziamenti. Signori, questo significa essere un ultrarunner. Dopo aver bevuto qualche litro di birra e mangiato una decina di ghiaccioli son tornato in albergo.
Cerco Marco ma lo vedrò solo dopo qualche ora quando mi racconterà della sua odissea. Era in terza posizione, è svenuto (ma non si ricorda) e si è risvegliato in ospedale a sessanta chilometri, con tre flebo nelle vene e col viaggio di ritorno da fare a sue spese. Intanto, posto su un social network la mia contentezza, ma anche la mia enorme delusione derivata dal fatto che m’ero praticamente ritirato. No, questo non mi andava giù assolutamente. Dall’Italia, però, alcuni amici mi facevano capire attraverso i numeri che dovevo essere solo contento di come fossero andate le cose. 202 partecipanti, 34 arrivati al traguardo ed io ventesimo. Praticamente solo il 15 % dei partenti era arrivato a completare il periplo del lago capovolgendo quelle che erano le percentuali degli altri anni.
La sera, come se non aversi corso per quasi trenta ore, io e Marco ci regaliamo un’altra passeggiata di otto chilometri con salite annesse per andare a riprendere, alla partenza, le sacche del forte atleta. Io cammino benissimo, non ho dolori muscolari, così come non ne ho avuti lungo la gara Non ho neanche una vescica e le caviglie non sono gonfie (grazie anche alle mie scarpe ON). Arrivati al ritiro sacche, una bella ragazza bionda mi riconosce e mi dice :”Ti ricordi, ti ho versato il caffè stamattina”. Un sorriso e poi le chiedo se posso rimanere a cena con lei intanto che Marco era intento a cercare le sue sacche. Questa donna mi ha regalato momenti fantastici, sguardi meravigliosi e una tenerezza infinita. Ritorniamo in albergo giusto in tempo per vedere il finale della debacle azzurra contro le furie rosse spagnole. Il giorno dopo, partenza per Milano e addio UltraBalaton. Addio, perché, anch’io come Paganini, non concedo mai il bis.
Voglio ringraziare come sempre chi mi ha permesso di correre questa gara: La mia società (Reggio Event’s), il mio allenatore (Vincenzo Esposito),il mio sponsor (Ginetto sport - Reggio Emilia) e tutti gli amici che mi seguono con simpatia non facendomi mancare mai il loro supporto.

domenica 8 luglio 2012

3^ Alpemarathon : Uno spettacolo...


Tutto è nato per caso l’anno scorso alla maratona di Torino, quando l’amico Mauro Firmani mi fece conoscere l’organizzatore della Alpe Marathon, Mario Blatto.
Questo signore, dai modi gentili e molto coinvolgente nel raccontare la “sua creatura” , mi fece promettere che sarei andato a Chatillon per correre la sua gara. Son trascorsi dei mesi, tanti chilometri sono scivolati sotto le mie scarpe e molte gare ho portato a termine, però non potevo mancare, anche se stanco dall’UltraBalaton della settimana prima, dovevo essere in Valle d’Aosta. Così è stato.
Nell’ultimo periodo, guardando il sito della manifestazione e vedendo le foto, mi sono innamorato dei posti attraverso i quali passavano i percorsi delle varie gare che componevano la kermesse.
Paesaggi mozzafiato, ruscelli, ponti di legno, facevano da corollario ad una natura che, con i suoi colori e i suoi aromi, ci ha inebriato per 42,195 km. Il tutto, unito ad un’organizzazione pressoché perfetta, ha fatto, di questo fine settimana, una mini vacanza da ricordare a lungo.
Sono arrivato a Chatillon al venerdì sera e dopo una cena tipica valdostana sono andato in albergo. La mattina dopo, recatomi al centro maratona per ritirare il pettorale, ho poi finito per dare una mano agli amici dell’associazione “La Via della Felicità” a montare il gazebo che servirà poi per la distribuzione dei famosi, ormai, libricini omonimi.
La mattinata praticamente l’ho trascorsa tutta lì, tra gli amici che arrivavano ed il lavoro dei volontari che s’intensificava sempre di più per fare in modo che gli atleti non avessero tante perdite di tempo.
Ho trovato anche il modo di fermarmi a parlare un quarto d’ora con un commosso e commovente Mario Blatto che, con le lacrime agli occhi, spiegandomi tutti i particolari, tutte le sottigliezze, mi ringraziava per aver tenuto fede alla mia promessa. Il tempo passa tranquillamente e, dopo un bel pranzo, vado in un centro benessere a regalarmi un bel pomeriggio tra piscina, sauna, bagno turco e quant’altro. Cena e poi albergo.
Sveglia domenica mattina presto, perché la gara parte alle sette e trenta. Un cielo plumbeo ammanta le vette che ci circondano e che il giorno prima galleggiavano in uno splendido azzurro. Ci rechiamo alla partenza, e con gli amici Mauro e Danilo decidiamo di fare gara insieme. Gara è un eufemismo perché, con la scusa di un malessere di Mauro e della mia stanchezza dovuta ai 212km corsi la settimana prima in Ungheria, decidiamo di andare quasi di passo, godendo di tutto quello che ci circondava. Così, con le macchine fotografiche nei marsupi, abbiamo potuto fermare tutto quello che di bello i nostri occhi riuscivano a catturare. Solo io avrò scattato più di centocinquanta foto.
La corsa parte in orario, si esce quasi subito dal centro e si va su per sentieri. Il percorso, ottimamente segnato, è a prova d’errore, impossibile sbagliarsi anche se qualcuno... Inizia a piovere presto, ma a noi sembra non importare tanto. Qualche salita ripida, qualche borgo caratteristico e pian piano le ore trascorrono nella più totale pace.
Mulattiere s’alternano a sentieri sui prati, la visione delle montagne circostanti ed il verso di tanti animali ci fanno compagnia, non ci fanno sentire la fatica del vario alternarsi dell’altimetria e allietano il nostro tranquillo andare turistico. Ristori ben forniti e gentilezza dei volontari incontrati ci rassicureranno lungo la strada. Incontriamo tanti amici durante il tragitto, tra cui Fausto - il notissimo Sir Marathon – che, raccontandoci aneddoti di alcune gare, ancora piange al ricordo (ricordo che ne ha corse oltre 560).
Un pò d’asfalto sotto i piedi ogni tanto c’è, ma poi subito verde, tanto verde. Bovini che pascolano lungo i sentieri e tantissime varietà di alberi mi fanno sentire come in una favola. Iniziamo a scendere e vediamo da lontanissimo St Vincent. Con tutta tranquillità approcciamo anche alla cittadina del casinò. Un passaggio in centro dove ci fermiamo perché lo speaker ci fa una mini-intervista e poi ancora qualche chilometro e siamo al traguardo, dove arriveremo felicissimi mostrando la nostra bandiera tricolore.
Cosa dire... Tutto bello, tutto fantastico. Se volete trascorrere un fine settimana di gare senza lo stress del crono e volete ritrovare un pò voi stessi, recatevi tranquillamente a Chatillon l’anno prossimo. Il pacco gara era ben fornito di alimenti tipici valdostani di alta qualità, forse le docce erano un pò piccole e magari, dopo i ristori, qualche raccoglitore per bicchieri in più ci poteva stare in modo da togliere ogni alibi alla inciviltà di qualcuno che ancora si ostina a deturpare l’ambiente. Vorrei ringraziare i miei due compagni di “viaggio” Danilo e Mauro con una mensione speciale per quest’ultimo che raccoglieva i segni dell’inciviltà di qualcuno e li lasciava ai ristori.
Grazie ancora a Mario Blatto, l’organizzatore, che ci ha accolto come meglio non si potesse. Voglio raccontare un aneddoto: A fine gara, quando gli ho detto che il percorso mi sembrava più lungo, è rimasto lì a spiegarmi come ha misurato il percorso e tutte le correzioni fatte per avere la distanza canonica della maratona.

Concludendo, posso racchiudere nei confini di una semplice frase l’intera giornata: Una domenica in cui sport e solidarietà si sono uniti alla perfezione e hanno regalato a tutti un pò di serenità.

venerdì 15 giugno 2012

Milano,Parco Sempione: Campionato Italiano 24 ore 2012.

Ciro di Palma Milano24 da staffettistaRSi è svolta tra il 9 e il 10 giugno scorso la Milano24 (cui era abbinata una 6 ore – la Milano6 – e una Staffetta 24X 1 ora – la MilanoXTutti – all’insegna della solidarietà.
Anche Ciro Di Palma c’era: non per partecipare ad una delle due ultramaratone in programma (tra l’altro, essendo nell’imminenza di una altro imminente appuntamento ultra-podistico – il Giro del Lago Balaton in Ungheria). Ciro é stato presente con grande senso di solidarietà sportiva per tutta la durata della manifestazione, pur correndo solo una frazione della gara a staffetta.
Quello che segue è il suo resoconto sulla manifestazione, di cui illustra i tantissimi aspetti positivi, non rinunciando ad esprimere tuttavia qualche notazione critica ai fini di un miglioramento della gara, in vista di una possibile assegnazione del Mondiale 24 ore, forse nel 2015.
Ecco il suo articolo.

(Ciro Di Palma) Dopo la catastrofe sismica che il nostro paese ha subito in questi giorni, era obiettivamente difficile organizzare una gara come il Campionato italiano 24 ore, arricchito da una 6 Ore e da una staffetta 24x 1ora (MilanoXTutti). Non era facile, ripeto, da due diversi punti di vista: Il primo logistico e il secondo economico.
Allestire una manifestazione del genere, vuol dire dotarsi di infrastrutture mobili come tende, avere a disposizione tanti lettini o brande per far riposare gli atleti durante la notte o quando la stanchezza inizia a far capolino, disporre di molti volontari che gestiscono i ristori e, all’occorrenza, in determinati orari, forniscono dei pasti caldi. Purtroppo e giustamente  gran parte di tutto ciò è stato convogliato nelle zone di maggior bisogno e, per far fronte a questo drammatico imprevisto, gli amici meneghini hanno dovuto dare il meglio di se stessi affinché tutto andasse per il giusto verso.
Alla fine non ho sentito uno di noi che si lamentasse di qualcosa ed eravamo tutti contenti.
E’ stata approntata una kermesse minimal, ma l’impegno mostrato dal Road Runners Club Milano è stato, ripeto, encomiabile. Certo, una critica o forse più di una gli va pure mossa, ma sempre nell’ambito di un futuro miglioramento stante la loro volontà di preparare un Campionato del Mondo della 24 ore nel prossimo futuro [probabilmente nel 2015].
Una cosa da rivedere è sicuramente il percorso, troppo stretto per ospitare tanti atleti e un pò pericoloso, se, come nel caso di sabato, sul tracciato gareggiano podisti che girano a velocità diverse per la presenza di tre gare in una sola manifestazione.
Tracciato poco scorrevole nella parte interna al parco, presenza di curve secche e di rapidi cambi di superficie. Secondo me si potrebbe trovare qualcosa di meglio [o comunque studiare delle varianti - M.Crispi].
Un’altra cosa sbagliata – a mio avviso - è stata quella di proporre un Campionato italiano a giugno [ma sono state esigenze di calendario, più che altro, anche se in linea generale non si può che essere concordi con Ciro, aggiungendo come correttivo che, in genere, la valutazione si fa più che sulla singola prestazione, sulla carriera e sull'evoluzione del singolo atleta - M.Crispi], quando per un atleta desideroso di realizzare una prestazione di rilievo era fine aprile il limite di tempo per presentare un certo risultato alla Federazione per essere preso in considerazione dalla Nazionale per i mondiali di settembre.
Come me, tantissimi altri amici, hanno “snobbato” la corsa lombarda per questo motivo ed hanno virato su altre manifestazioni. Vedere solo un manipolo, seppur qualificato, di atleti alla partenza ha dato meno lustro agli organizzatori.
Certo, poi, c’è stata la gara delle 6 ore e della staffetta a rimpolpare, “drogando” i numeri però, se contiamo i partecipanti che lottavano per il titolo nazionale, non è che ci sia stata un’invasione (meno di 30 i partenti). Peccato.
Si potrà parlare di calendario saturo, ma credo che qualche accordo si sarebbe potuto e dovuto trovare in virtù dello status della gara.
Sono giunto al parco Sempione di Milano circa un’ora prima della gara e l’atmosfera era quasi surreale.
Poca gente, ancora quasi tutto in allestimento e molto ancora da mettere a posto.
Ad un certo punto mi sono anche chiesto se non avessi sbagliato il posto di ritrovo e il punto di partenza.
A poco a poco, tutto però è stato messo in ordine ed è arrivato l’orario dello start.
La gara è partita con un tiepido sole e ha visto subito la fuga di Daniele Baranzini per gli uomini.
Ciro di Palma e Rossella Verzeletti byMaurizioCrispiMolto concentrato e sicuro di sé va è andato avanti col suo passo anche bello da vedere, mentre tra le donne una splendida Ilaria Fossati ha preso la la testa della gara.
Man mano che le ore trascorrevano, le condizioni meteo andavano peggiorando e durante la notte (a partire dalle 21.30 circa) un vero nubifragio s'è abbattuto nei pressi dell’Arena Civica rendendo molto più difficile la corsa degli atleti già provati dalle tante ore di corsa. La gara femminile vivrà di tante emozioni, la Fossati si ritirerà per un problema ed in seguito prenderà la leadership della gara una sempre sorridente Rossella Verzeletti, all’esordio sulla distanza.
La classifica finale femminile sarà: Verzeletti, Ardau e Agostini.
La gara maschile, invece, vedrà il sorpasso di Paolo Rovera nelle ultime ore di gara ai danni di un provato Baranzini, alla fine secondo, e poi una splendida terza posizione da parte di Stefano Montagner.
Dispiace che dei problemi abbiano privato la gara di uno protagonisti della vigilia, Vito Intini, forte atleta pugliese.
Una gara spettacolare è stata anche la 6 ore che, partita nel pomeriggio, ha dato vita ad uno splendido testa a testa tra Capponi, Ascoli e Bonfanti per la prova maschile, mentre in quella femminile una splendida Ilaria Marchesi ha avuto la meglio sulla francese Hyvernaud e sulla Aiazzi.
Molto bello e toccante è stato quando alla premiazione la Marchesi si è presentata con la bandiera di Crevalcore, la sua terra, uno dei posti più maltrattati dal terremoto.
E’ stato questo il modo di far sapere a tutti che Crevalcore c’è e ci sarà e noi tutti insieme a loro.
In questa festa dell’ultramaratona lombarda c’era anche la gara della staffetta 24 x 1ora.
Cinque squadre composte da ventiquattro atleti che si davano il cambio ogni ora.
I team erano le associazioni onlus: La Via della Felicità, Vivi down e il Tapa Team del dott. Sorriso.
Le altre due squadre erano Gazzetta Runners Club e Road Runners Club Milano.
Molto bello è stato il lavoro svolto dai volontari dell’associazione La Via della Felicità che durante la manifestazione hanno distribuito al pubblico e agli atleti presenti l’ormai noto opuscolo “La Via della Felicità”, il codice morale laico scritto da Ron Hubbard, che viene utilizzato ormai in tutto il mondo per sensibilizzare la società a fermare quel declino morale che ogni giorno viviamo.
Una guida per una vita migliore che anche io ho deciso di utilizzare da qualche mese.
La cosa che mi ha fatto enormemente piacere che l’intera manifestazione sia stata all’insegna della solidarietà e che sia servita per divulgare un messaggio positivo.
Io ho partecipato alla staffetta entrando in gara alla terza ora, ho corso un pò più di una quindicina di chilometri e mi sono divertito tantissimo.
Dopo sono rimasto per tutta la durata della manifestazione al parco ad incitare tutti gli amici che erano in gara e che vedevo soffrire. Facevo il tifo per tutti e non poteva essere altrimenti essendo io uno di loro. Sapevo quello cosa stavano provando in quei momenti, leggevo i loro pensieri, li guardavo dentro, m’immedesimavo nella loro corsa, la mia anima era lì che correva con loro che sono i miei avversari di sempre quando gareggio.
Avversari per modo di dire, perché tra di noi c’è amicizia, quella che mi ha portato ad esultare per una probabile convocazione in nazionale di uno di loro e che mi ha fatto emozionare quando ho visto il pianto finale di Baranzini.
Credo che il segreto della bellezza dell’ultramaratona sia proprio in questo, nel sentimento di amicizia che lega gli atleti ed il sapere che nel caso di bisogno si possa sempre contare sull’aiuto di un altro.
Un altro aspetto che in questi due giorni mi ha arricchito tantissimo è stato il parlare con tante persone che mi chiedevano delle mie gare.
E’ sempre bello sapere che tanti ti seguono e leggono interessate quello che scrivi. Incontrare e poi anche confrontarmi dialetticamente con persone come Maurizio Crispi, fine intenditore di corse ultra, e Gregorio Zucchinali, presidente IUTA, è stato per me la ciliegina sulla torta.
Una menzione particolare e speciale va al Mitico Marco Airaghi conosciuto nell’ambiente come il Capitano Scatenato.
Con la sua presenza ha dato un tocco di colore e di calore umano in più a tutto l’ambiente. Un grazie va agli organizzatori, i Road Runners Club Milano, anche se devono migliorare alcuni aspetti per poter ambire all’assegnazione del mondiale.

lunedì 11 giugno 2012

Il senso dell'Ultramaratona...


Mai inserisco nel blog articoli che non siano i miei ma quando una persona seria e competente come il dott. Maurizio Crispi mi ha regalato l'onore di essere citato in un Suo scritto,non posso che pubblicare il link che lo contiene. Grazie Maurizio Crispi.

http://www.ultramaratonemaratonedintorni.com/article-senza-cuore-e-senza-passione-nelle-ultra-maratone-non-si-va-da-nessuna-parte-e-come-essere-innamor-106751909.html


ciro-di-Palma-staffettista-alla-Milano24.jpgNel dopo-gara della Milano24, il grande Ciro Di Palma, mentre si parlava del più del meno, ha fatto - per far capire il senso della corsa sulle ultra-distanze ad un "laico" dell'ultramaratona che gli aveva chiesto, "Ma come si fa a correre per tanto tempo di seguito?" -, questa riflessione che voglio condividere, perché è arguta e profondamente significativa.
Ciro ha detto: "E' come quando c'è una donna di cui sei innamorato follemente. Faresti di tutto per arrivare sino a lei. E niente ti può distogliere - quando è così - dall'obiettivo che vorresti raggiungere con tutto il tuo cuore e con tutte le tue forze.
Correre un'ultramaratona, se sei animato dalla passione per questa tipo di corsa, è esattamente la stessa cosa. Non è che si sia dei masochisti e dei cultori della stolida fatica fine a se stessa. Si tratta di una cosa ben più profonda: si è innamorati di quello che si fa e si vuole arrivare sino in fondo, come quando si farebbe di tutto per arrivare alla donna di cui si è innamorati e si vuole con tutte le proprie forze (e con tutto il proprio cuore): e può solo essere quella e soltanto quella (non ci possono essere sostituti).
Se non c'è questo ad animare un ultramaratoneta (o aspirante tale), difficilmente potrà sopportare la fatica necessaria per arrivare sino al traguardo".
Correre un'ultramaratona - a qualsiasi livello - richiede forza (inclusa la preparazione tecnica) e cuore, ma soprattutto passione: questo è il messaggio che Ciro con la sua arguzia e con la sua vitalità tutta campana e partenopea ha comunicato al suo interlocutore e che io ho voluto trasmettere ai miei lettori.
Senza cuore e senza passione nelle faccende sentimentali, come nelle ultramaratone, non si va da nessuna parte.
L'ultramaratona (in qualsiasi sua specialità) è richiedente ed impegnativa: ti impone di esserci con tutta la tua testa, con il tuo cuore e con la tua passione, senza mezzi termini. O ci sei tutto, oppure non ci sei per niente.



Ciro-di-Palma-e-Rossella-Verzeletti-byMaurizioCrispi.jpg


venerdì 1 giugno 2012

40^ edizione della 100 km del Passatore : Un viaggio dentro di me...


Ad una mia amica che qualche settimana fa mi chiese come fosse la 100km del Passatore, io risposi: “Non posso dirti com’è, posso dirti invece cos’è! E’ una dura e fantastica emozione attraverso gli Appennini, un viaggio dentro te stesso”. Rimase così basita da questa mia affermazione che non proferì parola. Quando, a qualche chilometro dall’arrivo a Faenza, domenica notte ha iniziato a piangere, in quel preciso istante ha capito cosa le volessi dire o, meglio, cosa le volessi trasmettere. Parlare di questa manifestazione, della leggenda e del fascino che l’avvolge è come voler dare un colore ai sogni, una voce ad un ruscello che scorre attraverso i fitti boschi. E' un qualcosa di bello che trovar parole per descriver facil non è.
Il Passatore è la storia della 100km, il Passatore è la 100km. Da qui sono passati i grandi, tutti hanno dato e tutti hanno ricevuto da questo cammino attraverso l’Appennino tosco-emiliano che vide le scorribande di tal Stefano Pelloni, meglio conosciuto come Passator Cortese, di cui anche Giovanni Pascoli scrisse. Si sono vissute tante storie, tutte diverse ma con un comune denominatore: La gioia nel tagliare il traguardo a Faenza.
Abbiamo abbracciato l’epopea del grande Calcaterra, visto la leggerezza della Carlin, il volare di Fattore, la potenza della Casiraghi, la saga dei russi e poi ancora Sonia Ceretto, Paola Sanna, il grande Ardemagni, Maria Luisa Costetti, Sartori ed il mito brasiliano Valmir Nunez. Quest’ultimo, ritornato l’anno scorso per festeggiare il ventennale della sua prima vittoria, è arrivato in Romagna in lacrime. Se un uomo, un atleta, un grandissimo atleta come il santista, che ha vinto tra le altre gare la Spartathlon e la Badwater ultramarathon, arriva in piazza del Popolo piangendo, un motivo ci deve pur essere e questo si chiama:100 km del Passatore.
Ho citato dei campionissimi ma questa è anche la corsa di tutti: Degli atleti normali, di chi è alla ricerca di un’emozione, di chi spera di trovare la pace dentro di sé, oppure di chi comunque vuole dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stesso.
Quest’anno più di duemila persone si sono radunate a Firenze per la quarantesima edizione di questa 100 km ed a questo punto mi chiedo se è il Passator Cortese che col suo richiamo cerca di sopravvivere dentro ognuno dei partecipanti, oppure se sono gli atleti che giungono e vogliono immedesimarsi nel Pelloni.
Firenze, già piena di turisti, vede già dal mattino presto tutti questi atleti colorati e i loro accompagnatori, li accoglie in grembo e gli mostra le sue grazie. I dialetti si vanno a mescolare alle lingue dei tanti visitatori che guardano divertiti e tutt’intorno un’armonia di suoni echeggia facendo dimenticare il tempo che passa lentamente con qualche goccia di pioggia.
Si vede mezz’ora prima della partenza un campione come Giorgio Calcaterra iniziare il suo riscaldamento, ma subito fermato dal mondo intero che cerca un autografo e magari una foto per immortalare il momento. Lui, con la squisitezza e l’educazione che lo contraddistinguono, non si nega a nessuno ed ha sempre un sorriso per tutti: Fantastico!
Io sono giunto a Firenze in mattinata, ho raggiunto gli amici dell’associazione “La Via della Felicità” di cui sono testimonial e, mentre loro distribuivano, gratis, i libricini con i ventuno precetti per un buon vivere (alla fine tra Firenze e Faenza ne saranno stati distribuiti circa cinquemilacinquecento), illustravo agli amici che mi raggiungevano quale fosse il segnale che cercavamo di dare.
Sono andato dopo un pò a ritirare il pettorale e, a dir la verità, qualcosa di meglio si poteva organizzare visto l’elevato numero di partecipanti. Verso le 13.30 ho iniziato a girovagare per le stradine antistanti via dei Calzaiuoli cercando la tranquillità ma questa rimaneva una chimera perché, anche con immenso piacere, si materializzavano tantissimi amici che leggono i miei articoli e mi seguono sui social network. E’ stata tutta una festa,uno scattare di foto interminabile, un divertimento assoluto.
Alle 14.50 ormai siamo tutti li, sotto lo striscione della partenza, ci si rende conto che l’avventura sta per iniziare, qualcuno prega, altri ascoltano musica. Le autorità cittadine ci danno il loro saluto e tre, due, uno... si parte.
Ognuno col suo ritmo, ognuno col proprio modo di correre. Io, come sempre in questo tipo di gare, che svolgo come allenamento per altre più lunghe, corro ad un ritmo tranquillo e chiacchiero con tutti. Il mio sguardo presto si posa sullo spettacolo che da Fiesole si gode guardando verso la città.
Mi fermo a tutti i ristori e riparto molto tranquillamente. Dato il mio incedere non velocissimo, tanti amici mi sopravanzano, ma i chilometri passano anche per me. Il tempo scorre ed arriviamo a Borgo San Lorenzo, il passaggio al traguardo volante mi vede felice e sorridente con la mia amica interista Rossella mostrare insieme una bandiera nerazzurra tra l’ilarità degli astanti e la gioia dei fotografi.
Ancora un pò e poi s’inizia a salire verso il passo della Colla, cima Coppi della gara. La corsa si alterna a brevi tratti di passo e così fino al quarantottesimo chilometro. Lì una festa ci aspetta, tantissimi spettatori applaudono, tanti clacson suonano. Mi fermo un pò per il ristoro ed il cambio indumenti.
Dopo una decina di minuti riprendo il mio passo verso Marradi, ci sono da correre una quindicina di chilometri e vengono superati con molta facilità. Prossima tappa San Cassiano e poi Brisighella.
Il buio ha sopraffatto la luce, la notte ha inghiottito il giorno e la stanchezza inizia a prendere il sopravvento sulla freschezza. Le luci dei paesi lontani, le lucciole e qualche animale non meglio identificato sono i compagni di strada di tutti noi, ormai assorti nei nostri pensieri. I bagliori prima lontani e poi vicini dei borghi, insieme al calore dei volontari ai ristori, sono come manna scesa dal cielo per noi. Ci danno coraggio, ci incitano e ci fanno capire che siamo anche noi i protagonisti.
Accuso leggermente la stanchezza, non fisica, ma mentale. Un grave lutto, due giorni prima, aveva messo in discussione la mia gara. Questo pensiero, il buio e la solitudine mi stavano facendo camminare un pò. All’improvviso però, giunge dalle retrovie, Luisa, una toscana con un carattere molto tosto dietro quella sua faccia d’angelo. Mi chiede di correre un con lei... Inizio a farlo e poi, come m’accade sempre, comincio a stare bene e dopo qualche chilometro non reggendo più il mio  passo, mi sprona ad andare.
Ormai mancano diciotto chilometri e vedo solo Faenza. Come lo squalo col sangue, così io col traguardo... Arrivo ad un chilometro dalla piazza, cinquecento metri e si materializza la figura del grande Emiliano che insieme a Simonetta ha  seguito gli amici lungo il percorso, si complimenta e vado a tagliare il traguardo guardando il cielo, dedicando questa mia gara alla mia cara nonna che ha deciso di correre verso lidi più tranquilli proprio all’antivigilia della partenza.
Ristoro tranquillo e complimenti agli amici che sono arrivati prima di me. Una delle cose più belle è stata quando mi ha raggiunto la moglie di Max che, felicissima e con una lacrima che le solcava il viso, mi ringraziava perché il marito aveva fatto una splendida gara, avendo dato ascolto a qualche mio piccolo consiglio.
In pullmino verso la palestra, doccia e un bel sonno rigenerante fino al mattino quando Massimo, al settimo cielo, mi raggiungeva e mi ringraziava per quello che avevo fatto per lui, dimenticando forse che a correre fosse stata la sua persona. Anche la prima parte della giornata con le premiazioni e la distribuzione degli altri opuscoli de La Via della Felicità passava tranquillamente, poi un sereno ritorno a casa.
Qualcuno vuol sapere il crono finale? Per me è poco indicativo perché giudico la gara dal grado di piacere che provo nel correrla, comunque 10 ore e venticinque minuti. Un tempo alto? No, un buon allenamento e tanta felicità.
Vorrei ringraziare tutti quelli che rendono questa gara speciale, dagli organizzatori ai volontari, da chi sfida la notte per regalarci un applauso a chi monta dei ristori non ufficiali ma comunque pieni di leccornie, dagli atleti ai loro accompagnatori, anche se qualche volta anzi spesso sono indisciplinati e mettono a repentaglio l’incolumità altrui,andrebbero perlomeno disciplinati.
Forse il troppo smog e la poca scorrevolezza nel ritiro dei pettorali le altre piccole pecche.

lunedì 7 maggio 2012

24 ore di Torino 2012 : Ancora una delusione...

Ho impiegato un pò di tempo a metabolizzare questa nuova sconfitta. Ci son volute tre settimane per capire dove avessimo sbagliato,ventuno giorni per scovare l’errore. Il fallo è stato che forse c’eravamo fidati troppo della dea bendata. Quella fortuna che tante volte ci aveva arriso ma che negli ultimi tempi non c’è stata amica. La 24 ore di Torino doveva essere la mia consacrazione in questa specialità. Volevamo una convocazione in nazionale che ho potenzialmente nelle gambe ,come indicano i vari test fatti e i moltissimi atleti della nazionale che mi conoscono ma purtroppo la realtà è stata, ed è, tutt’altra. La partecipazione alla gara piemontese è stata un disastro. Il nubifragio che si abbattuto su Torino ha vanificato mesi e mesi di allenamenti e tutti i sacrifici sono stati spazzati via, andati alla deriva in una notte di metà aprile. E’ dura da accettare,molto dura ma è la legge dello sport,si vince e si perde,si gioisce e ci si rammarica. Dopo la 24 ore di Venezia,quando per il troppo freddo di notte mi ero fermato giusto in tempo per non compromettere la possibilità di giocarmi un’altra chance non mi aspettavo di trovare condizioni ancora peggiori a Torino cinque settimane dopo. Alla fine però,dispiaciuto perché come sempre avevamo fatto le cose bene e in modo scrupoloso,ho preso atto della situazione. Con rincrescimento ma va bene così. Arrivato a Torino il giorno prima della partenza della corsa,ho ritirato il pettorale e sono andato subito in albergo,ho preparato con molta cura tutto l’occorrente per l’indomani mattina e sono andato a cenare. Alle venti subito a letto come giusto che sia alla vigilia di una manifestazione importante. Non nascondo però che ogni tanto lo sguardo andava fuori dalla finestra e purtroppo pioveva quasi sempre,nonostante ciò, fiducioso, ho trascorso la notte tranquillamente dormendo e riposando bene. Al mattino presto colazione con gli altri atleti e tutt’insieme abbiamo raggiunto il Parco Ruffini. Sistemato il ristoro personale e dopo aver scambiato qualche battuta sulla gara che da li a poco andava ad iniziare, ho atteso l’orario di partenza al coperto. Pronti via. Una leggera ma costante pioggia c’accompagnava e le prime ore di corsa passavano tranquille. Il mio passo costante faceva crescere in me la convinzione di una buona gara sempre consapevole però che questo tipo di manifestazione si decide durante la notte. Sul percorso qualche atleta girava a ritmi veloci,forse eccessivi ed infatti pagherà, dopo, il dazio dovuto a questa sua pazzia. Intanto però la pioggia aumentava... Calava la sera e per me era sempre tutto a posto. Nessun dolore,muscoli in buone condizioni,insomma stavo bene. Decidevo però di cambiarmi una prima volta perché ormai ero fradicio. Tutto fatto in modo molto rapido però all’improvviso,appena rientrato sul percorso la pioggia inizia a cadere in modo copioso vanificando difatti il mio pit-stop. Se forse avessi ritardato di un giro la fermata non avrei sprecato tempo e indumenti asciutti. Passano i chilometri e giungiamo alla tredicesima ora di corsa,sono nelle prime posizioni,sesto. Mi ricambio ancora perdendo molto più tempo di prima nonostante ciò tengo la posizione e continuo ad andare... Il problema è che adesso ho freddo e  rallento paurosamente. L’acqua veniva giù a catinelle così verso l’una di notte scelgo di rifermarmi e vedendo che l’obiettivo era compromesso prendevo la decisione di ripartire asciutto dopo che la pioggia almeno accennasse a diminuire tentando così come minimo il personale sulla distanza. Mi faccio fare i massaggi,aspetto un paio d’ore e riesco. Piove ma posso ancora centrare il traguardo dei 200km. La prima ora di corsa con gl’indumenti asciutti è uno spettacolo,corro che è una meraviglia ma poi... Poi fermatomi al ristoro e di nuovo fradicio faccio fatica a ripartire. Pensavo così, comunque, di camminare aspettando non so cosa. Quando però ancora una volta il freddo aveva fatto presa sul mio corpo,ho deciso di rientrare al caldo a riposare,mettendo fine alla gara. Una delusione,una grande delusione.

Adesso comunque bisogna guardare avanti con fiducia nonostante tutto. Una cosa è sicura, il programma delle gare è cambiato non avendo ottenuto il minimo per il mondiale di settembre e così posso anche dedicarmi a qualche gara lunga di quelle che piacciono tanto a me. La scelta è caduta sulla UltraBalaton,il periplo dell’omonimo lago in terra magiara a fine giugno,una corsa di 212km e, per non farci mancare niente, abbiamo deciso, come allenamento, di correre anche la 100km del Passatore a fine maggio,con quest’ultima gara che mi vedrà impegnato come testimonial dell’associazione “La Via Della Felicità”. Ad maiora.

domenica 29 aprile 2012

La Via della Felicità alla Maratona di Milano 2012.


La Via della Felicità ha partecipato alla Maratona di Milano 2012 sostenuta da uno speciale team di sportivi, tra cui Simone Leo appena tornato dalla 100 km del Sahara e la milanese Simona Leone prima azzurra nella maratona di Parigi 2011. Questa squadra continuerà a correre divulgando questo messaggio di vita anche a New York, quando parteciperà alla Maratona della Grande Mela il prossimo novembre. In quell'occasione si vedrà anche la partecipazione di campioni del calibro di Giorgio Calcaterra (Il 2 volte Campione del mondo della 100km) e Ciro Di Palma (famoso ultramaratoneta e finisher della Spartathlon), ai quali si uniranno Gianluca Gigli e Didier Pellisier.
A questa Milano City Marathon, migliaia di spettatori hanno ricevuto in omaggio il noto libretto La Via della Felicità, scritto da L. Ron Hubbard per aiutare a fornire risposte pratiche al declino morale nell'intera società. Utilizzato in 171 nazioni in 96 lingue diverse, La via della Felicità contiene 21 precetti ed una guida di come applicarli ogni giorno per diventare più responsabili e poter raggiungere una vita migliore e più felice.
La Presidente dell'Associazione promotrice del progetto, Sig.ra Scylla Larocca, ha così commentato questo impegno:”Sono orgogliosissima del Team La Via della Felicità Italy, nonostante le avversità meteo erano tutti presenti ed hanno lavorato con grande dedizione e gioia per regalare un messaggio concreto per il raggiungimento di una vita migliore che ha riscosso grande interesse tra le migliaia di passanti. Un sentito ringraziamento va a Silvio Omodeo per il suo fondamentale supporto, ed ai nostri maratoneti per la loro performance sportiva.”
Scylla Larocca e la sua speciale squadra di volontari, si sono uniti ai moltissimi altri che hanno caratterizzato questa Maratona 2012 all'insegna della solidarietà, per loro vera vincitrice della competizione meneghina.

martedì 24 aprile 2012

Ciro Di Palma,atleta Inter...Nazionale (http://clubcampani.blogspot.it/2012/04/ciro-di-palma-atleta-internazionale.html)



Ciro di Palma, Ultra-Maratoneta di fama inter…nazionale, è nato a Torre del Greco (in provincia di Napoli) il 15 Febbraio 1969. Di professione Tecnico della Centrale di Teleriscaldamento di Reggio Emilia, è iscritto all'Inter Club di Rolo. Spesso è in giro per il mondo e solo quando non lavora, sporadicamente, torna a Portici per un fugace saluto alla sua famiglia . Cosicché è finalmente potuto avvenire l'Incontro con Adriana De Leva (Coordinatrice degli Inter Club della Campania), Emilio Vittozzi (Portavoce dell'Inter Club Salerno "Marcello Parisi") ed Alessandro Campaiola (Presidente dell'Inter Club "22 Maggio" Portici), sotto lo sguardo attento della fotografa Daniela Radente, che ha immortalato la consegna a Ciro della bandiera del Coordinamento Campano ed altri gadgets nerazzurri.
Perchè tutto questo? Perchè Ciro, qualunque sia la gara, dovunque gareggi, in qualsiasi situazione atmosferica, arriva al traguardo sventolando la bandiera dell'Inter! Lo fa in Italia, l'ha fatto in Grecia, l'ha fatto in Brasile... Ora potrà sventolare anche il vessillo regalatogli dagli Interisti Campani e speriamo gli porti tanta fortuna!!!

Emilio Vittozzi gli ha poi rivolto questa breve intervista.

- Ciro, Tu sei nato a Torre del Greco...
- Ma mi sento Napoletano e Carioca, visto il mio grande Amore per Rio de Janeiro...

- Ma il Tuo DNA?
- E' Napoletano in tutto e per tutto! Sono nato nello stesso giorno di nascita di Totò......
- Verso i 18/19 anni... Ora sono reduce dalla Ventiquattro Ore di Milano del Campionato Italiano. Aspetto una convocazione in Nazionale, speriamo bene...
- Sò felice! Forse per questo sono diventato Testimonial dell'Associazione "La via della Felicità" (e sorride soddisfatto dell'affermazione...).


- Descriviti con un aggettivo...
- Sono "solare", come il sole di Napoli...

- Se tu fossi una canzone saresti...
- "'O sole mio" (e scoppia a ridere, coinvolgendo tutti i presenti..).

- Quali sono i tuoi Cantanti preferiti?
- Tutti i Classici Napoletani...

- I Tuoi Idoli Sportivi?
- I semi-sconosciuti, per la stragrande maggioranza delle persone, Giorgio Calcaterra e Ivan Cudin.

- I Tuoi Idoli Nerazzurri?
- Il mio Idolo Nerazzurro: il Capitano Javier Zanetti, sopra tutti e sopra tutto...

- Il Tuo motto?
-"Ubir maior minor cessat", tatuato anche sull'avambraccio.

- Ma come è nata la tua passione per la corsa?

- Cosa provi quando corri?

- Ciro, leggo da un tuo articolo: "... Mancano cinquecento metri, il gonfiabile è ben visibile, tiro fuori il mio bandierone dell'Inter e sventolandolo lo oltrepasso mettendo la parola fine alla mia corsa. Una gentile signora mi consegna la medaglia e poi il solito show ad uso e consumo dei fotografi e per il mio divertimento."
- E' tutto vero, è ciò che faccio ad ogni gara...

- Ed oggi sei "premiato" dagli Interisti Campani...
- Guagliù, mi avete emozionato! E’ stato bellissimo quest'informale ed amichevole incontro sotto la pioggia.....

- Ciro, è il Signore che ci… "benedice"!
- Corri, Ciro, corri e sventola la bandiera dell'Inter e del Coordinamento Campano!

domenica 18 marzo 2012

1^ Venice Ultramarathon Festival.




Al parco San Giuliano di Mestre, sabato 9 marzo, ha visto la luce la prima edizione di Venice Ultramarathon Festival, una kermesse che comprendeva ben quattro manifestazioni: 6 ore, 12 ore, 24 ore e 100km.
Uno sforzo organizzativo durato diversi mesi che ci ha regalato una bellissima due giorni di gare da vivere ognuno alla propria maniera, ognuno col proprio obiettivo da raggiungere e ognuno col proprio modo di vivere la corsa. Il lavoro, quello svolto dagli organizzatori Zambon e Vedilei, ha dato i suoi frutti e premiato la loro passione per l’ultramaratona.
All’interno dell’ "isola verde”, in mezzo alla laguna veneta, un percorso di gara non tanto facile ma neanche proibitivo, costeggiava lo specchio d’acqua Mestrino per un lungo tratto e presentava una leggera salita nella seconda parte. Una pendenza che all’inizio si affrontava in scioltezza ma, dopo diverse ore di corsa, cominciava ad essere vista un pò diversamente. Un amico alla fine della 24 ore mi ha detto: “Ti ricordi ieri sera la salitina? Stamattina sembrava il Mortirolo!”
Lungo il tracciato, due ristori con il necessario per affrontare questo tipo di gare e dei volontari che hanno sfidato anche il freddo della notte (circa 0-1 gradi) per non farci mai mancare una parola d’incoraggiamento ed una battuta simpatica, nonostante la maleducazione di qualcuno che durante l’oscurità li ha anche apostrofati con parole pesanti.
Nella zona della partenza c’erano invece gli spogliatoi, i bagni, le tende per dormire, per i massaggi, insomma tutto quello che di meglio si possa chiedere a degli organizzatori,poi,che gli spazi adibiti al cambio indumenti siano stati un pò piccoli e che alcuni atleti abbiano preferito spogliarsi all’aperto è un dettaglio che Andrea ed Enrico sapranno migliorare il prossimo anno. Tanti runners iscritti, dai forti nazionali delle varie distanze dell’ultramaratona fino chi si presentava ai nastri di partenza per la prima volta, hanno onorato quella che poi è diventata una grande festa.
Molto bella, particolare e positivamente giudicata da tutti la medaglia finale. Il pacco gara, con una simpatica maglietta di cotone celebrativa dell’evento, una buff con il logo della manifestazione ed i soliti articoli, invece, nella normalità. Le premiazioni, anche se sono state effettuate in modo veloce, hanno comunque saputo tributare ai vincitori i giusti e meritati (per tutti?) onori.
Alla fine, tutti sorridenti sono andati via ripromettendosi di ritornare l’anno prossimo. Ci sono,  secondo me, alcuni dettagli da migliorare. Uno schermo che indichi i passaggi sarebbe stato gradito invece della lista stampata che veniva aggiornata ogni paio d’ore. Vista la lunghezza del percorso e la sua particolarità, ci vorrebbero almeno altri tre tappeti da poter registrare i tempi intermedi in modo da scongiurare qualsiasi tentativo di taglio del tracciato come qualcuno avrebbe fatto durante la notte (alcuni atleti hanno testimoniato ciò all’arrivo e prontamente sono scattate le verifiche e noi restiamo in attesa di sviluppi). Non è bastato lo stoicismo di Zambon che durante la notte ha presidiato in bicicletta il percorso per scongiurare questo malcostume, che purtroppo non riusciamo a debellare. Volendo poi essere pignoli, un pò di musica al passaggio sul traguardo durante la notte poteva anche starci bene vista la lunghezza del circuito e la tranquillità che comunque si riusciva a trovare dall’altra parte del tracciato. Lo spazio c’era e sarebbe stato gradito ai più. Una domanda alla fine mi son posto: “Se avesse piovuto cosa sarebbe successo con i ristori sul traguardo? Avremmo fatto la fine di Fano? Mah?”
Una nota negativa, pur rispettando e ringraziandoli del loro lavoro, va fatta ai giudici di gara non sempre gentili con gli atleti e con qualche fotografo presente. Come prima edizione, Venice Ultramarathon Festival, ha avuto un buon successo e spero che l’anno prossimo riesca a ripetersi migliorando alcune cose.
La mia gara.
Iscritto alla 24 ore, invece è durata solo 12. Partito con grandi ambizioni, non lo nascondo, mi ero ripromesso di fare un bilancio a metà gara. Le prime ore di corsa sono state fantastiche, ero molto tranquillo e stavo talmente bene che riuscivo anche a cantare mentre andavo. I chilometri venivano macinati uno dopo l’altro molto bene e le sensazioni erano ottime. Dopo nove ore ,però, c’è stato qualcosa, ho iniziato a perdere un pò il ritmo, fin quando a metà gara, pur essendo tra i primi con 117,3 km già corsi, stavo iniziando a perdere un pò più del previsto e così ho preferito non precludermi la possibilità di un nuovo tentativo a Torino il mese prossimo. Diciamo che ho fatto un allenamento lungo. Prima di fare la doccia e di riposare, però, ho fatto un giro (4,2km), camminando per potermi godere la pace e la tranquillità nel diaccio della notte e stare solo con i miei pensieri. Rientrato negli spogliatoi ho anche aiutato diversi atleti, alcuni erano sfiniti e mi sono adoperato a togliergli le scarpe e a stendersi, altri erano demoralizzati ed ho cercato di consolarli.
Col sorgere del sole sono rientrato sul percorso, ma ho camminato incitando tutti quanti i reduci della notte a continuare nella loro impresa. Nonostante tutto, non sono rimasto deluso da me stesso visto com’è andata la mia partecipazione, io non mi deludo mai perché so che do sempre il massimo e mi alleno seriamente. Ho dei programmi, qualcuno li definisce sogni grandiosi ed è stato saggio fermarmi. Questa è stata la mia vittoria, essere stato lucido ed aver preso una decisione. Lasciare una gara che mi vedeva fino a quel momento protagonista per avere solo una possibilità di poter arrivare ad un “sogno” non è da tutti. Da quando ho scoperto questo tipo di gare ho capito, per quello che mi riguarda, cos’è l’essenza della corsa e le emozioni che si vivono nella solitudine di una gara lunghissima. Ho capito cos’è la forza di volontà e dove si può arrivare se credi in qualcosa. Non sarò mai un campione nella realtà, mi basta esserlo nei sogni, nei miei sogni, che male c’è. La corsa mi ha insegnato tanto, per cui dico che attraverso di essa ho trovato la via della felicità.

domenica 4 marzo 2012

15^ Maratona delle Terre Verdiane : Una passeggiata.


Volevo fare un buon allenamento in vista della 24 ore di Venezia e l’occasione migliore mi veniva regalata dalla 15^ edizione della Maratona delle Terre Verdiane. L’avevo già corsa altre volte, quindi c’era poco da scoprire.
La partenza dalla cittadina termale di Salsomaggiore e l’arrivo a Busseto erano gli stessi, cambiavano leggermente alcuni passaggi della gara. Una giornata molto bella con un cielo azzurro ed una temperatura perfetta per correre ci accoglieva già dal mattino presto al Palazzo dei Congressi, luogo deputato alla consegna dei pacchi gara e dei pettorali, nonché usato anche da tutti come spogliatoio e per stare al caldo. Come sempre in molti sono arrivati e carichi d’entusiasmo hanno dato vita ad una bella manifestazione.
Grazie all’organizzazione, che ha presidiato il percorso in modo perfetto, tutto si è svolto nella massima sicurezza. Alla partenza, Roberto Brighenti, voce storica della kermesse, faceva vibrare le sue corde vocali nell’aere e rendeva l’attesa meno noiosa. All’orario stabilito è partita la gara, i primi chilometri in discesa fanno sì che alcuni si lascino andare ad un’andatura leggermente più veloce del dovuto e pagheranno dopo, con gl’interessi, questa piccola pazzia.
Dopo qualche chilometro formiamo un trio e, divertendoci, facciamo scorrere sotto le nostre scarpe la lingua d’asfalto che attutisce i nostri passi. Correndo con estrema tranquillità ci soffermiamo a guardare il paesaggio, a prendere accordi per le gare future e così arriviamo a Soragna, con la prima bella sorpresa, il passaggio nella Rocca. Attraversare il corridoio della dimora del Principe Diofebo e poi uscire dalla porta principale della stessa è stato molto bello e particolare, che poi ci fosse una piccola scala da salire per me è stato un dettaglio trascurabilissimo. Ci avviciniamo sempre di più al paese natale del grande Giuseppe Verdi, alcune sue note vengono sparate dagli altoparlanti posizionati lungo la strada e purtroppo incontro anche qualche amico che ha avuto dei problemi.
Siamo nella campagna della provincia di Parma, un’atmosfera di calma assoluta ci accompagna e questa tranquillità è squarciata solo dalle nostre risate e da altri atleti che in modo simpatico ci dicono: “Oh, ma parlate sempre voi, fate pure con comodo. Noi vi ascoltiamo ma a parlare non ci pensiamo proprio, siamo a limite”. Li capivamo e talvolta chiedevamo loro scusa, ma realmente andare a quell’andatura era per noi un gioco, in fondo stavamo solo correndo per stare sulle gambe in vista di altre gare lunghissime alle quali dobbiamo partecipare.
Ad un certo punto quando mancano tre chilometri all’arrivo, Lodo ci dice: “Vorrei fare l’ultimo chilometro a 3’30”, cosa ne dite?” Capiamo subito che è una battuta, però, un cenno d’intesa con Marco mi fa capire che agli ultimi mille metri faremo uno scatto. Arrivati al quarantunesimo, con un allungo per noi abbastanza facile, stacchiamo in un attimo l’amico bolognese che inizia ad urlare: “Cosa fate, io scherzavooooooooo!!!”, rallentiamo e giungiamo in piazza, a Busseto, sorridendo così come eravamo partiti.
La statua di Verdi guardava tutti dal suo particolare posto d’osservazione accogliendoci come dei figli. Buono il ristoro finale e il pasta party, funzionale il servizio pullman per portarci alle docce (io ho trovato l’acqua calda).
Due sole cose non mi son piaciute proprio: I soliti bicchieri a terra lungo il percorso e l’aria di smobilitazione quando ancora dovevano arrivare degli atleti (il mio amico Ancora è arrivato nell’attimo in cui il gonfiabile si stava afflosciando) e non basta la verve del grande speaker, che ha sempre una parola simpatica per tutti, ad indorare la pillola.
Per concludere, come sempre ringrazio i volontari che lungo il percorso hanno prestato la loro opera per farci trascorrere una bella domenica e poi i miei compagni di viaggio, Lodo e Marco.

lunedì 27 febbraio 2012

La Via della Felicità...


... E poi... E poi, lungo il cammino nella nostra esistenza, si arriva ad un punto. Un punto nel quale ci si pone delle domande: “Cosa ho fatto?”, “Cosa sto facendo?” e magari: “Cosa farò?”.
Se riuscissimo ad essere un pò più onesti con noi stessi, senza farci pervadere da un falso buonismo e sopraffare da un finto perbenismo, ci accorgeremmo che gran parte della gente ha vissuto la propria vita, sportiva e non, guardando sempre al risultato personale e al proprio profitto, anteponendo l’ “IO” al “ NOI”.
Da qualche tempo è giunto anche il mio momento. E' arrivata l’ora di fare i conti con Ciro Di Palma. Nella mia “carriera podistica”, che ha corso parallela per lunghi tratti alla mia vita, fino a diventarne poi un tutt’uno, c’è stato un punto di svolta nel settembre del 2010 quando ho corso la Spartathlon. Prima di quel giorno gareggiavo e vivevo solo per il cronometro, la voglia di prevalere, per l’ego, insomma per l’apparire più che l’essere, non capendo quella che era l’essenza della corsa e non assaporando il piacere della vita. E’ stata la gara in terra ellenica, “Il Sogno, Il Mio Sogno”, lo spartiacque. Lungo quei duecentoquarantasei chilometri ininterrotti di corsa ho capito cosa avevo fatto prima (poco) e stavo intuendo come stavo cambiando (in meglio) in quei momenti. La notte, sotto un diluvio biblico, l’incontro con atleti in difficoltà, la voglia di aiutarci per uscire da una situazione difficile, il pianto al traguardo, m’avevano detto che i valori erano e sono altri. Cose semplici, talvolta banali, di cui tutti noi siamo a conoscenza e dei quali potremmo essere ambasciatori, ma che purtroppo dimentichiamo rapidamente come un battito d’ali di farfalla.
Ho recepito a Sparta che fosse arrivato il momento di fare anch’io qualcosa per gli altri, magari meno fortunati di me, sfruttando quello che so fare meglio cioè correre e scrivere. Contattai diverse associazioni alle quali non chiedevo niente e ribadisco niente, solo una t-shirt di cotone da mettere prima delle gare oppure far stampare, a mie spese, il loro logo sulla mia maglia da gara. Le risposte furono: “Qual è il tuo curriculum sportivo?”, “Quante apparizioni sui giornali e in televisione hai avuto?”. Nel mio piccolo e con tanta fiducia gli scrivevo... Mai uno che si fosse fatto risentire. Molto deluso ho iniziato a pensare che la semplicità, la bontà di certe azioni non bastassero e che altri fossero i parametri per aiutare qualcuno. Con questo sconforto nell’animo ho continuato a correre, a scrivere di gare. Emozionandomi, criticando talvolta, ma sempre cercando di trasmettere positività. Grazie a tutto ciò non ho mai smesso di conoscere nuove persone, molte altre storie e una miriade di vite vissute.
Un giorno, un bel giorno mi è arrivata una telefonata: “Ciao Ciro, sono Simone, vorrei proporti un progetto...” Così, dopo avermi spiegato a più riprese e nei minimi particolari il tutto e dopo aver visionato il sito, ho aderito ed insieme a me Giorgio Calcaterra, Simone Leo e Simona Leone. E’ così che ho conosciuto: “La Via della Felicità”.
La Via della Felicità è il primo codice morale basato interamente sul buon senso. La sua prima pubblicazione risale al 1981 e il suo scopo è quello di arrestare il declino morale nella società e ripristinare integrità e fiducia nell’uomo. La Via della Felicità inoltre detiene un record del Guinness dei Primati come il testo secolare più tradotto nel mondo. Scritto da L. Ron Hubbard, riempie il vuoto morale in una società sempre più materialista, e contiene ventuno principi fondamentali che guidano una persona a un migliore tenore di vita. Interamente non religioso, può essere seguito da persone di ogni razza, colore o credo per ripristinare i legami che uniscono l’umanità.
Da oggi sono un’altra persona.

sabato 21 gennaio 2012

4^ Maratona della Pace sul Lamone : Il sapore di una giornata uggiosa...





Nel 1980 due geni del panorama musicale italiano, Mogol e Battisti, scrissero in un testo: “...ma che sapore ha una giornata uggiosa...”. Io, più di trent’anni dopo, non ho la pretesa di ergermi a grande compositore ma, in veste di semplice scribacchino, mi piacerebbe trasmettervi le emozioni che ho provato correndo con una giornata uggiosa, appunto, la 4^ edizione della Maratona della Pace sul Lamone. Una corsa che per la sua natura di trail non è propriamente la mia, in quanto abituato a “zampettare”sull’asfalto, ma che, in fatto di eccitazione, me ne procura tantissima.Tutto si svolge sull’argine di un fiume, il Lamone, che attraversa la minuscola frazione di Traversara, nel piccolo comune di Bagnacavallo, nella non grande provincia ravennate, in quella bella terra della Romagna dal grande cuore, che accoglie tutti con allegria, simpatia e modi ruspanti. Con l’edizione di quest’anno sono giunte a tre (su quattro) le mie partecipazioni, ogni volta e a ogni passo che ho mosso su quell’erba sono stato attraversato da piacevoli sensazioni. Come sempre, qualcuno si chiederà: “Cosa può provare quello lì a correre intorno ad un piccolo rio? E’ sempre pronto a magnificare le corse alle quale partecipa?” Posso solo rispondere che ognuno vive la corsa, come la vita, a modo proprio. Ogni istante, anche se partecipi ad una manifestazione più volte, non è mai lo stesso, non sarà mai uguale a quello che lo ha preceduto nè tantomeno a quello che gli succederà, perché precisi non sono gli stati d’animo e identici neanche i colori che ci avvolgono. Tutto è il frutto di una particolare alchimia che ce lo fa assaporare, dalla quale traggono linfa vitale le nostre sensazioni e i nostri umori, per questo amo correre, amo vivere e amo scrivere.Ho visto crescere questa manifestazione organizzata dal valente Enrico Vedilei, ho visto lottare il Vichingo contro chi lo criticava, sicuramente a ragione, ma con cattiveria,malafede e acredine, accusandolo di pressappochismo. E’ stato bravo a saper far tesoro dei giudizi di tutti, a capire dove fossero le criticità e a ripartire da lì per migliorare. Vale la pena ricordare che nella seconda edizione parecchi atleti sbagliarono strada, le docce non si trovavano ed erano lontane dall’arrivo. L’anno scorso, il ristoro finale e il pasta party erano un pò ridotti ai minimi termini...
Quest’anno, invece, il percorso come l’anno scorso non potevi sbagliarlo neanche se t’impegnavi, è stato spostato solo il traguardo di una quarantina di metri, deviandolo dall’argine e posto ai piedi di una piccola scalinata che ti riportava su. Lì c’era anche un ristoro che, messo in quella posizione, intelligentemente aveva una duplice funzione: Toglierlo dalla sponda del fiume, evitando così la solita scia di bicchieri per terra, e poi quasi obbligava gli atleti a fermarsi per rifocillarsi.
Un’altra miglioria è stato il pasta party finale, un pranzo completo e al caldo. Le docce e gli spogliatoi, anche se piccoli e non proprio comodissimi, erano vicinissimi al traguardo, alla zona dove si mangiava e al parcheggio. Nel pacco gara, poi, c’erano un paio di calze a compressione molto utili.
Una giornata per me iniziata prestissimo con partenza alle sei da casa. Insieme al mio amico Andrea siamo partiti che il termometro “diceva” -6, un freddo che ti penetrava nelle ossa, sembrava che andassimo a fare la campagna di Russia. Con buona lena c’indirizziamo verso sud, passiamo a prendere un’altra amica, Alina, a Massa Lombarda e poi per stradine interne ci dirigiamo a Traversara. Giunti a destinazione, ormai i soliti noti sempre presenti e felici d’esserlo anche stavolta ci accolgono e ci salutano con calore. Siamo proprio una bella famiglia. Il bar oltre a servirci la colazione funge anche da spogliatoio, di fronte il ritiro del pettorale è veloce e i volontari ci danno le informazioni che chiediamo. Tra loro anche la presenza di Andrea Accorsi e Monica Barchetti, reduci dall’organizzazione della loro maratona di appena una settimana prima e sempre in prima linea quando c’è da dare una mano.
Alle nove e dieci si parte ed è subito festa. Faccio i primi chilometri in compagnia di Monica, si chiacchiera tranquillamente, ma dopo un pò mi trovo da solo. E’ tutto surreale, l’erba bianca dal gelo che a ogni passo scricchiola, l’odore del fumo dei camini. Passa il tempo e s’iniziano a respirare anche gli aromi e gli odori dei manicaretti che le famiglie al caldo delle loro case stanno preparando. Qualche uccello nel cielo volteggia emettendo dei suoni, chissà forse ci stava salutando. Io sogno, mi piace vedermi come un’anima leggera con le sue passioni, penso a tante cose... Ogni tanto mi sveglio dal sogno e mi accorgo che sto correndo, saluto gli atleti che raggiungo, mi fermo ai ristori ringraziando come sempre gli amici volontari e poi ritorno in balia dell’irrealtà, in un mondo non mondo.
Verso metà gara, come m’accade sempre, inizio ad allungare il passo fino ad avere una bella progressione. Alla fine ho avuto un solo rammarico, di non essere stato doppiato dal vincitore solo per una cinquantina di metri. Se me ne fossi accorto, avrei rallentato e nel mio piccolo gli avrei tributato i meritati onori.
All’arrivo, ad aspettarci il sorriso di Monica che cingeva il collo degli atleti con una particolare medaglia di legno e la moglie di Enrico, Maria Luisa, che applaudiva tutti.
Quando ho oltrepassato il traguardo, la prima cosa che ho urlato è stata: “Grazie a tutti”. Si, grazie per averci regalato un’altra bella domenica e sono sicuro che l’anno prossimo tanti altri ancora si uniranno a noi. Il numero dei finisher di quest’anno ha premiato il lavoro degli organizzatori e di ciò sono felicissimo perché lo meritano.
Un grazie particolare anche a Denise sempre pronta con la sua macchina fotografica ad immortalarci sfidando il freddo e le nostre battute.
Per concludere una sola cosa non mi è andata giù e lo devo dire a tutti: “Enrico, ti avevo chiesto le calze bianche e me le hai date arancioni... "Ahahahaha……" , finiamo con una bella risata.